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L’uomo di Altamura era di Neanderthal

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È un Neanderthal l’«Uomo di Altamura». La ricerca sul suo Dna continua, ma quasi con certezza, l’homo arcaicus, scoperto in una grotta in località Lamalunga nel 1993 da speleologi del Cars (Centro speleologico ricerche altamurane), ha dato la sua prima risposta certa: l’antico primate cade nella «variabilità genetica dell’uomo di Neandethal» diffusosi nel Sud Europa. Ma quando è vissuto il nostro antenato? Questa è una risposta che gli studi non hanno ancora fornito con sicurezza, delegata a una indagine al «carbonio 14», che sarà condotta dall’Università di Lecce insieme ad altri laboratori. Ma non solo su tale quesito si mostra evasivo il più che celebre uomo preistorico pugliese.

Continua a non dirci come cadde nell’inghiottitoio (se cadde o non si infilò per cacciare o per nascondersi), quanto sopravvisse ancora imprigionato nel cunicolo, come morì e se portò con sé strumenti anche rudimentali. Reperti litici che andrebbero ricercati con una adeguata campagna di scavi.
Problemi che si posero già dall’inizio della scoperta, avvenuta casualmente nell’ottobre 1993 grazie all’esplorazione di speleologi altamurani: allora si stanziarono fondi considerevoli (ben 4 miliardi di lire furono assicurati nel 1999 dal comune di Altamura) per conoscere, far conoscere e valorizzare questo patrimonio inestimabile per la città murgiana e per la Puglia intera.

Problemi che restano in sostanza ancora oggi, benché nel 2007 si sia imboccata una via più adeguata grazie a una nuova linea di programma, con la costituzione di una Commissione presieduta da Ruggero Martines, direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Puglia. Ieri ad Altamura si è fatto il punto delle indagini effettuate in questi due anni, giungendo almeno a due conclusioni.
La prima è che l’homo arcaicus di Altamura non può essere visto in situ – come ha ribadito proprio Martines ieri -, perché va tutelato dall’aggressione atmosferica e da batteri estranei all’habitat della grotta: quindi il sistema di fruizione resterà virtuale.

La seconda conclusione è che l’«Uomo di Altamura» – lo abbiamo anticipato – è quasi con certezza un uomo di Neanderthal. Lo hanno ben chiarito il paleogenetista David Caramelli (dell’Università di Firenze) e l’antropologo Giorgio Manzi dell’Università di Roma «La Sapienza». Naturalmente con la dovuta prudenza e con i dovuti distinguo («la storia è complessa», «le ricerche sono ancora in corso», e così via).
A garanzia delle indagini, la sequenza genetica è stata determinata in due laboratori «secondo le più severe norme»: a Firenze e a Barcellona. La presenza di uomini di Neanderthal in Puglia è abbastanza testimoniata: da Bisceglie a Maglie, Leuca e in tutto il Salento.

L’importantissimo reperto trovato da speleologi altamurani 17 anni fa è stato sottoposto a nuove indagini: genetiche e antropologiche fronte all’eccezionalità di uno scheletro completo. E tuttavia inamovibile. Le ricerche dunque sono ripartite due anni fa dal prelievo di un frammento di scapola vagante, asportata – con la massima cura di sterilizzazione – nel vano retrostante le concrezioni calcaree che imprigionano il teschio e le ossa lunghe dell’ «homo».
Il confronto antropologico delle ossa è condotto con quelle dei Neanderthal meglio conservati (soprattutto i crani del Circeo e di Saccopastore in Lazio): e se molte caratteristiche annoverano il nostro nell’interno della famiglia neanderthalense, altre invece sfuggirebbero alla classificazione, proponendo – a dire dell’antropologo Manzi – «una storia ben diversa e più interessante». Quale? Lo diranno le ricerche seguenti, sempre che si rinvengano fondi ulteriori: cosa complessa in questi chiari di luna economici.

Quando nel 1993 l’«uomo di Altamura» si fece scoprire, si parlò subito di una datazione stupefacente: 200mila anni, più o meno. Il suo cranio con le orbite vuote impressionò, grazie anche alla diffusa imperlatura delle concrezioni calcaree: sembravano una cascata di bollicine che avevano avvolto pietosamente la deposizione. Nella grotta, ricoperta di stalattiti e stalagmiti, si rinvennero anche altri fossili ossei: di daino, cervo, bos primigenius, cavallo, iena, volpe… La datazione di questi reperti faunistici risalirebbe a un arco di tempo tra i 45mila e i 30mila anni fa (ma potrebbero essere posteriori all’«homo arcaicus»). Tuttavia, sulla datazione dell’antenato sembra ora prospettarsi la massima incertezza. E se per il paleogenetista la frammentarietà delle 100mila sequenze del Dna nucleare lascerebbe sospettare una grande arcaicità, per i geologi, invece, le concrezioni calcaree (Marcello Piperno) farebbero propendere per una formazione risalente ai 45/40mila anni fa.

A quanto pare, il mistero di Altamura non è destinato a risolversi così velocemente. Ma sarebbe un grande peccato di omissione trascurare l’«uomo di Neanderthal» – che tanto generosamente si è offerto a noi – e la sua storia ancora segreta.

GIACOMO ANNIBALDIS


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