The news is by your side.

Peschici/ SANTA MARIA DI KALENA. UNA FESTA NEGATA

10

Chi viene a Peschici sul Gargano, ci viene attirato dalla splendida spiaggia, dal mare cristallino e dal pittoresco borgo antico arroccato.Si perde, però, un luogo di altrettanto fascino. Sia perché fuori dai percorsi turistici sia perché appartato e inaccessibile per 364 giorni all’anno.Parliamo dell’abbazia di Santa Maria di Kàlena o Càlena (la grafia varia ma l’importanza no) che gronda storia e religiosità da ogni sua pietra.

 Il primo documento che ne attesta l’esistenza risale al 1023. Era autonoma e ricca: possedeva terreni, case, mulini, chiese ed aveva i diritti di pesca nel lago di Varano nonché di macellazione sugli animali.I benedettini la eressero, i cistercensi subentrarono nel 1256, i lateranensi li sostituirono due secoli. Una storia finita male: fra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, l’abbazia finì fra i beni ecclesiastici venduti o acquisiti per usucapione.
 Per trovarla bisogna scendere ai piedi del costone roccioso su cui è abbarbicato Peschici ed allontanarsi di un mezzo chilometro dal mare percorrendo un vallone. Sembra poca cosa oggi, è stato un potente centro monastico, crocevia di correnti spirituali e politiche.Qui si può e si deve venire solo e soltanto il pomeriggio dell’8 settembre. Quando l’aria incomincia ad essere leggermente frizzante ed il paesaggio circostante si colora del rosso del tramonto preautunnale.Solo e soltanto in questo giorno l’abbazia è aperta il pubblico. Graziosa concessione dei proprietari privati in onore della Madonna venerata dai peschiciani per l’occasione.
 Fu intorno al 1980 che per la prima volta (e di nascosto approfittando dell’assenza dei padroni di casa) entrai in quella che mi avevano detto fosse un’antica abbazia. Invero trovai solo nel cortile antecedente la chiesa solo un gran disordine, macchine agricole rotte ed abbandonate, animali da cortile schiamazzanti e, dal buco della serratura di una porta di quella che era la navata della più antico corpo ecclesiale della struttura (inizio dodicesimo secolo), vidi un’autorimessa.
 Non potetti accedere alla chiesa “nuova” nella cui nicchia absidale centrale si trovava una statua lignea quattrocentesca raffigurante una Madonna con bambino. Il portone era sprangato. Me ne tornai deluso e sconsolato: della grandezza del passato non avevo individuato nulla.
 La situazione non è mutata negli anni. Finora ha dato pochi frutti per il recupero ed il restauro dell’abbazia un’eterna lotta fra un manipolo (ingrossatosi, però, sempre più nel tempo) di appassionati e di studiosi di storia locale, coagulatosi intorno alla professoressa Teresa Maria Rauzino, presidente del Centro studi Martella, ed i proprietari dell’abbazia, la famiglia Martucci.C’è un progetto del 1997, c’è la richiesta di un esproprio per pubblica utilità da parte del Comune, c’è anche un degrado inarrestabile della struttura con la recente caduta del tetto della chiesa “nuova”.
 Ed ecco la voglia e la volontà di riappropriarsi, almeno un giorno all’anno per ora, di un patrimonio che dovrebbe essere della collettività: dal 2009, dopo la manifestazione spontanea dell’anno precedente, è rinata l’antica festa, voluta dall’Associazionismo attivo del Gargano.
 Certo, non più quella di una volta con la solenne processione devozionale dal paese, il pellegrinaggio, la fiera dei prodotti agricoli e zootecnici.Oggi una semplice e breve processione, la visita alla statua della Madonna (risale alla fine del ‘400 ed è l’unica occasione all’anno di vederla o di venerarla, esposta dai proprietari quasi come graziosa concessione alla cittadinanza), la chiacchierata con gli amici sul futuro della struttura, nel cortile d’ingresso che fa da cornice all’artistico pozzo del 1571. Tutt’intorno, tagliate dai raggi rossastri del tramonto che ricreano un’atmosfera da sogno, le mura ricoperte dall’edera: quasi che la natura le protegga sostituendosi all’incuria e alla dimenticanza degli uomini.
 La festa, dunque: un modo ed un mezzo per rimuovere le incrostazioni di inattività di tutte le istituzioni pubbliche a cui compete il compito di evitare “l’agonia delle pietre e la morte annunciata di Kàlena o Càlena”, come è stato detto e ribadito tante volte fino alla noia. Il tutto allietato dalla presenza e dalla musica della banda comunale: una quarantina di elementi, molti giovanissimi.

2009 Tito Manlio Altomare 


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright