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I cinquant’anni del Liceo scientifico di Vieste

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Dal minimo di scuola alla scuola di massa.

 

In questi giorni di fine settembre-primi di ottobre, la riapertura delle scuole tiene banco nella vita delle grandi e piccole città. E’ un evento che tutti gli anni si ripete, cui siamo arrivati gradualmente cosicchè ci appare del tutto normale. Genitori impegnati nei problemi logistici dei figli scolari, librerie affollate, strade e marciapiedi percorsi da ragazzi e da giovani con lo zainetto sulle spalle, che vanno a scuola alla spicciolata o ne escono a frotte, secondo l’ora. Spira quasi un’aria di festa. Ma non è stato sempre così.
A tale movimento che, in effetti, oggi è normale, si è pervenuti grazie all’impetuosa espansione della scuola verificatasi negli ultimi sessant’anni, nell’ambito del progresso generale della società civile, ad una velocità nemmeno immaginabile prima. Pensiamo alla nostra Vieste. Io e i miei coetanei abbiamo frequentato la 1^ e la 2^ negli anni scolastici 1930-31 e 1931-32 in uno stanzone al pianterreno di un fabbricato vicino la chiesa di San Francesco, sul lato mare. Sul lato opposto non c’erano case, c’era un ampio spiazzo libero, roccioso, accidentato, allo stato naturale, dal quale si spaziava alla grande sul mare. Altri scolari avevano trovato posto nelle poche aule annesse al primo lotto del palazzo municipale, ultimato nel 1926. Portavamo sotto il braccio una borsa di cartone con poche cose dentro: il libro di lettura, il libro sussidiario per tutte le materie, due quaderni, uno a righe e uno a quadretti, una matita, una gomma e una penna, la quale consisteva di un’asticciola con pennino da intingere nell’inchiostro del calamaio inserito nei banchi. Ogni mattina il bidello provvedeva al rabbocco degli stessi. Allora, a Vieste, c’erano solo le scuole elementari, in tutto 25 classi. Finita la guerra, nel 1945, le classi erano diventate 28, alcune molto numerose, qualcuna fino a sessanta alunni. Un buon numero di scolari si fermava ancora alla 3^ elementare. Poi, anno dopo anno, le classi aumentarono, sia perché tutti o quasi i ragazzi si portarono al traguardo della 5^, e sia perché il numero di alunni di ciascuna classe venne ridotto a 25. Il picco si ebbe negli Anni 60 e 70: in tutto 60 classi.
Negli ultimi decenni, essendo diminuite le nascite, in minima parte rimpiazzate dagli immigrati, sono diminuiti anche gli alunni e le classi delle scuole di ogni ordine e grado. Ma questo è un altro discorso.
Nel periodo di espansione delle elementari sono sorte tutte le altre scuole che oggi fanno onore alla nostra città, da quelle dell’infanzia (prima chiamate asili, poi materne) alle secondarie, aperte negli anni a fianco di ciascuna indicati: la Media (1948/49), il Liceo Scientifico (1959/60), privato il primo anno, poi statale, l’Istituto Alberghiero (1966/67), l’Istituto Tecnico, nei due rami Commerciale e Turistico (1973/74). Nell’ambito della politica di risparmio, messa in atto dal Governo già da qualche anno prima della crisi economica attuale, il Liceo Scientifico e l’Istituto Tecnico sono stati riuniti in un’unica direzione sotto il titolo di Istituto Scolastico Superiore Polivalente.
Due testimonianze di due alunni del primo quinquennio di vita del Liceo Scientifico, Nicola Dirodi e Italo Ragno, pubblicate su questo giornale nel 2001, ricordano quegli anni sotto diverse prospettive.
Tutte le predette scuole, che agli inizi furono allocate in locali di fortuna, hanno oggi edifici loro propri, costruiti ad hoc, nuovi e funzionali. Le superiori hanno altresì auditorium, palestre e impianti sportivi all’aperto. Situate a un paio di chilometri dal centro urbano, tra loro vicine nella stessa area, danno un po’ l’idea dei campus degli studenti americani.
Di queste, nello scorso mese di maggio il Liceo Scientifico ha festeggiato il suo 50° anniversario.
Quel giorno, 29 maggio, gremivano l’auditorium alcune classi di studenti, ex studenti, molti dei quali oggi sono mamme e papà e alcuni anche nonne e nonni, genitori di alunni, insegnanti, autorità locali e provinciali, cittadini vicini alla scuola a vario titolo. E’ stata una bella manifestazione. Bisogna dirlo. Del che va dato atto al prof. Marcello Clemente, che l’ha voluta, organizzata e attuata, appoggiato calorosamente dal dirigente scolastico prof. Giuseppe D’Avolio, una manifestazione risultata interessante sia per l’ampia, documentata relazione del prof. Clemente e sia per i numerosi interventi di studenti e altri partecipanti, ognuno dei quali, ha portato un personale contributo di conoscenza, di considerazioni, e anche di pensieri rivolti al futuro.
Fatto è che la celebrazione dell’anniversario di una scuola, del Liceo Scientifico di Vieste nel nostro caso, non è già una retorica ricordanza o testimonianza di un evento passato, come in altri casi avviene, ma piuttosto un’occasione per constatare, nell’unione del passato col presente, nella continuità che lo distingue da altri eventi, la sua costante attualità. Faccio un esempio. La Spedizione dei Mille di Garibaldi, celebrata il 5 maggio scorso a Quarto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stato un evento grande, grandissimo nella storia dell’Italia moderna, determinante al compimento dell’Unità d’Italia. Ma concluso con l’unificazione politica del nostro Paese. La scuola, invece, è in continuo divenire, dalla nascita in poi. Si entra nei suoi diversi gradi e tipi con flusso ininterrotto, anno dopo anno, e se ne esce formati dalla fusione del Dna personale con quanto ciascuno ha assimilato degli insegnamenti ricevuti
La Giunta comunale del quadriennio 1956-60, che promosse e ottenne l’istituzione del Liceo Scientifico dopo un laborioso percorso pieno di difficoltà oggettive e incomprensioni a vari livelli, era guidata dal sindaco Giannangelo Latorre, il quale – gli va riconosciuto – fu il massimo motore dell’iniziativa. Ne ho piena conoscenza perché quella Giunta era composta da me Ludovico Ragno che scrivo queste note, il maestro Mariano Delli Santi, Domenico Giuffreda (giornalista), inizialmente Franco Soldano (docente di Educazione fisica), Giovanni Cariglia (agricoltore) e Gaetano Minecci (artigiano).
 Ai nostri giorni viviamo in un’Italia in cui la stampa e la televisione riferiscono frequentemente episodi di malcostume, abusi, corruzione, disfunzioni nella pubblica amministrazione. Episodi che, letti o riascoltati più volte, finiscono col dar luogo a una sfiducia generalizzata, a pensare che l’Italia sia impastata tutta così. Ma così non è.
Se allarghiamo un po’ la riflessione e ripensiamo a tanti episodi di buon costume, conosciuti, ma notati appena dai mass media, ci accorgiamo che all’opposto di quella predetta c’è un ‘altra Italia, un’Italia che profuma di pulito, quella di tanti amministratori comunali, provinciali, regionali, anche nazionali, dipendenti pubblici che operano nei servizi con intelligenza, competenza e passione, talora con sacrificio, sentendosi ripagati più che dalla retribuzione dal loro ben operare.
A questa Italia che esiste, che è una realtà, dobbiamo guardare. E se non tutto è come vorremmo, si metta pure in conto che, per ogni cosa fatta il “far meglio” è sempre possibile.
E’ facile immaginare che il buon funzionamento della scuola dipende da più fattori: da chi la governa dall’esterno, da chi la dirige dall’interno e da chi v’insegna; dall’interesse che riesce a suscitare nei discenti e, tantissimo, dall’impegno di chi la frequenta.
Quanto più gli alunni si rendono conto dell’importanza di uscire preparati dalle aule scolasti- che e si comportano coerentemente; quanto più chi ne è coinvolto, ognuno nel suo ruolo, evita di appellarsi a manchevolezze di qualcun altro, spesso vere, talvolta ipotizzate, per giustificare il proprio scarso impegno; quanto più la scuola riesce ad essere, nel suo insieme, maestra di vita, come si diceva una volta, tanto più la formazione in essa acquisita sarà viatico sicuro a ciascuno per il dignitoso inserimento nella società civile di cui facciamo parte.

Ludovico Ragno


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