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IL CASO DI FRANCESCO E DEI GOLDEN BOYS TUTTI NATI A VIESTE

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Perché vanno via e solo altrove hanno tanto successo nella vita?

Prima la notizia, poi le considerazioni. Francesco Azzarone, giovane viestano trapiantato ad Oslo, ormai suddito di Re Harald V a tutti gli effetti (la Norvegia è un regno), si è piazzato al quarto posto nella finalissima dei Mondiali di sommelier svoltisi nell’australe Sud Africa il 10 ottobre scorso.

 

Con questo piazzamento,  il 28enne garganico, ha ulteriormente consolidato la sua fama di special wine-connoisseur in un appuntamento di primissimo ordine e prestigio. Tanto che nel mondial-contest svoltasi in terra di vuvuzuela (fresca reduce dai fasti del mondiale del pallone) è stato preceduto solo dai maestri conoscitori di vino di Stati Uniti, Belgio e Canada, mentre, difendendo i colori della Real Norvegia, si è tenuto dietro i concorrenti di altri undici finalisti qualificatisi dopo un ulteriore selezione operata il giorno prima tra le nazionali partecipanti.
Tiratissima la finale, organizzata in quattro prove pratiche concernenti la decantazione di un vino invecchiato, la combinazione cibo-vino, la descrizione blind (alla cieca) di quattro vini e il rilevamento di errori in una carta di vini. Il tutto da rendersi in perfetto speak English.
Per Francesco il mondialtraguardo sudafricano arricchisce ormai una serie di partecipazioni da prestigioso winexpert operatesi in lungo e in largo per il mondo. Solo una settimana prima della gara svoltasi in quel di Cape Town-Città del Capo, Francesco Azzarone si trovava ad una latitudine completamente opposta, ovvero nella polarnordica Rejkiavik, capitale dell’Islanda dove ha conseguito in un’altra contest il terzo posto. Il tutto a coronamento di una carriera e di un curriculum arricchitosi, oltre che attraverso lo studio ed un impegno assiduo e tenace, anche con numerose trasferte-stage nelle terre dei migliori vini europei: dalla Borgogna francese, alle teutoniche lande del Riesling, nonché alle vigne ungheresi del Tocai tanto per citarne alcune.
Nel caso dell’ascesa bollicine-style di Francesco Azzarone si possono cogliere anche altri significati, oltre a quelli di sua gratificazione personale. La storia di Francesco pone ancor di più l’accento sul fenomeno dei golden boys nati a Vieste, partiti da qui armi e bagali e affermatisi brillantemente laddove il destino li ha fatti stabilire così lontano dalla Perla del Gargano. Sono tanti — e spiace non poterli evidenziare come il caso di Francesco —, i ragazzi born in Vieste che lontani dalla città natìa, armati di passione, volontà, spirito da selfmademan, coraggio di affrontare la vita come una sfida, riescono a brillare nel firmamento delle professioni, del management, nell’ambito sportivo e culinario; tanto da ritagliarsi l’appellativo di golden boys, così come si usava per il talento calcistico di Gianni Rivera. Il più recente che viene alla mente è Danilo Santarsiero laureatosi olimpionico del bob a Vancouver. Ma tanti altri vengono segnalati più o meno sommessamente e meriterebbero certamente una appropriata recensione quanto quella dedicata ad Azzarone e Santarsiero.
La loro esperienza ci pone davanti una riflessione ed una amarezza di fondo. Loro stessi sono la migliore conferma che il detto la passione muove il mondo reca tuttora un significato concreto. A dispetto di indicatori macro e microeconomici da brivido per il futuro delle giovani generazioni (disoccupazione, salari bassi, compressione dei diritti, ipercompetitività globale, ecc.) il caso dei golden boys viestani dimostra che, se alla base della propria realizzazione personale, ci si esercita con un intuitus personae forgiato da impegno, passione, perseveranza, spirito di sacrificio e che — se per dare un tale meglio di sé — è necessaria la forca caudina del dolente allontanamento da casa propria, fare bingo è possibile.
Tuttavia vi è un rovescio della medaglia: ci si afferma lontano da Vieste, perché in loco evidentemente non ci si riesce, non vi sono le condizioni ideali; si studia, ci si impegna e ci si sacrifica: ma per arrivare dove ed a cosa, se al di qua della cinta cittadina? Constatazione amara che consegna a questa città la patente inadeguatezza di proporsi come palcoscenico per l’affermazione dei propri genuini talenti dal suo grembo fuorusciti.
Eppure il boom economico-turistico strascicato fino a pochi anni fa, aveva lasciato intendere che si stesse preparando la Silicon Valley ideale per le capacità di questi golden boys, che la nostra città si ergesse a felice smentita dell’invito ad emigrare a misura di questione meridionale. Così evidentemente non è. Il caso degli Azzarone e dei Santarsiero sembrerebbe dimostrare impietosamente che, dalle nostre parti, più che per il futuro delle nuove generazioni ci si è immolati all’altare del presente senza futuro. Ed ora che i sinistri scricchiolii di recessione bussano all’uscio della cinta cittadina salta fuori che sedicenti classi politiche, dirigenti ed imprenditoriali, in tutti questi anni, hanno lavorato  — come si suol dire — per il Re di Prussia.
O meglio per il Re di Norvegia.


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