The news is by your side.

Vieste/ “Don Giogio Trotta: “la mafia è qui, in mezzo a noi”

8

L’amara invettiva del parroco di Sfinalicchio. “Sbagliato dire si scannano tra di loro”.

“La mafia è in mezzo a noi”. Non ha peli sulla lingua don Giorgio Trotta, parroco di Santa Maria di Merino, che comprende anche le famiglie di Sfinalicchio il piccolo regno dei Piscopo. Ogni domenica, Ivon, la compagna polacca di Giovanni, cattolicissima, è puntuale alla messa. Don Giorgio è da 13 anni al santuario di Merino, è profondo conoscitore delle famiglie della cittàdina e parla come dice il Vangelo, semplice e chiaro. .
 «Le mie origini sono montanare provengo da Monte Sant Angelo terra di faide familiari fra pastori lotte ataviche che hanno falcidiato le generazioni».
– Don Giorgio quale lettura dà dell’eliminazione dei fratelli Piscopo?
E’ una storia intricata, ma è come se questo evento ci svegli da un incubo: prima del ritrovamento dei corpi si barcollava nei dubbi e si facevano mille ipotesi. Ora invece possiamo dire con chiarezza che la mafia ci appartiene, non è lontana da noi, anzi è in mezzo a noi, a Vieste e non solo sul Gargano interno o a Cerignola.
Lei dice che la mafia ha penetrato il tessuto sociale ed economico di Vieste?
Svegliarsi non significa solo aprire gli occhi, significa soprattutto aprire cuore e cervello: pensare e dare un significato a quello che succede. Molti, sbagliando, pensavano che Vieste fosse portatrice di una diversità e che fosse un’isola felice. Ora ci accorgiamo che questa criminalità mafiosa e apparentemente irrazionale era già fra di noi, cioè apprendiamo di aver commesso un errore e di aver scambiato la crescita del benessere economico, cioè i soldi, con la civiltà e con i valori umani. Si può essere più poveri e più dignitosi, e soprattutto più aperti agli altri rifiutando la violenza come regolatrice dei conflitti. La mafia cresce dove permane un’ambiguità sul valore del benessere e dei soldi.
Vieste è spaventata, teme che si apra una stagione di sopraffazioni e di arroganza…
La prima cosa da fare è ripensare se stessi. Come comunità abbiamo bisogno di ritrovare la consapevolezza della vita, dei valori profondi. I diritti e la dignità delle persone non sono negoziabili, ovunque vengano attaccati o messi in pericolo. In passato, quando ci sono state uccisioni efferate in altre realtà, le abbiamo sempre sentite come appendici della nostra esistenza. Ci siamo acquietati e liberati dicendo: tanto riguarda poche famiglie della montagna, si scannano fra di loro e sono vicende lontane da noi, non toccano i nostri interessi e la vita delle nostre famiglie. La stessa reazione abbiamo quando la violenza criminale si scatena nella piana di Cerignola. Un errore e un opportunismo che hanno intorpidito il nostro modo di pensare e le nostre reazioni civili.
La mafia non e localizzabile, non è interna o esterna, la mafia si muove e insegue il denaro e gli interessi economici, così vuole farsi potere. In montagna o sulla costa, anzi sulla costa circola più denaro.
I Piscopo fanno parte della sua parrocchia. Li conosce bene. Secondo lei si tratta di una vendetta?
I Piscopo sono persone che hanno lavorato duro. Quello che hanno realizzato ho hanno fatto con l’impegno e il sacrificio. In questa vicenda vedo un messaggio e una sfida: ci si può arricchire senza lavorare, è possibile fare soldi senza sudarseli. Avidità, possesso, ricchezza da strappare agli altri con la violenza, comando su persone e cose: vedo tutto ciò in questa vicenda terribile. Il patrimonio immobiliare è nella testa di molti, a partire dai criminali. Giovanni e Martino erano legati al vecchio
modello: fatica e crescita economica. Il più grande era introverso e riflessivo. Martino parlava, a volte senza controllo. Una lingua facile, capace di giudizi a volte diretti e taglienti. Avrà parlato male di qualcuno. Di una personalità particolarmente vendicativa e desiderosa di ribadire la sua egemonia e il suo dominio? Si può ammazzare per questo? Forse sì.
Si stanno delineando due Vieste: una aperta, cresciuta nel confronto con i turisti provenienti da altri Paesi, l’altra chiusa in se stessa. C’è chi sostiene: ci facciamo i fatti nostri e basta.
Una cosa inaccettabile. Tutti dobbiamo capire l’importanza della sfida che è anche morale e culturale. Nessuno può chiudersi fra le mura della propria casa senza fare i conti con quello che avviene fuori. E’ un’illusione. Questa parte della comunità dobbiamo portarla con noi, convincerla che il destino di Vieste è aprirsi al mondo, saper dialogare e imparare anche da chi viene da lontano.
La mafia è nemica di tutto questo, vuole che noi ci chiudiamo nel nostro particolare per lasciarle campo libero. Sarebbe la morte per Vieste.

Tonio Tondo

Gazzetta del Mezzogiorno


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright