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Vieste/ Fratelli uccisi, il giallo dei superlatitanti

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Nelle masserie, nei covi disseminati nelle campagne del Gargano, protetti da tratturi impervi. Ma anche negli alberghi, nelle strutture ricettive, affollate di turisti d’estate ma sicure d’inverno. E lì che si sono nascosti, negli ultimi mesi, i due superlatitanti della mafia garganica: Angelo Notarangelo, braccio destro di Franco Li Bergolis su Vieste, e Giuseppe Pacilli, di Monte Sant’AngeIo.

 Lì, sulla striscia di mare che va da Peschici a Vieste, i fratelli Martino e Giovanni Piscopo gestivano il villaggio Sfinalicchio. Ed è da quel punto, dal villaggio, che ripartono ora le indagini sull’efferato delitto dei due fratelli imprenditori, trovati carbonizzati domenica mattina, all’interno di un’Alfa Romeo 156.
Una delle piste più battute dagli inquirenti, al momento, è che Martino e Giovanni Piscopo siano stati uccisi perché sapevano qualcosa sul nascondiglio dei due latitanti, ricercati in tutta la zona dopo l’arresto del capoclan. Le vittime, si ipotizza, potrebbero essere state costrette a dare ospitalità alle primule rosse e magari poi avere raccontato a qualcuno quel che conoscevano diventando un pericolo per i mafiosi. Per questo i due fratelli sarebbero stati rapiti il 18 ottobre scorso, mentre percorrevano la litoranea Peschici-Vieste, portati via, torturati (forse per giorni), poi uccisi con una gran quantità di colpi di arma da fuoco (pistola e fucile), infine dati alle fiamme.
Tra i resti dell’auto bruciata sarebbe stato trovato anche del nastro adesivo, forse usato per imbavagliare, e un paio di manette. E chi ha portato a termine un disegno così cruento sarebbe stato forse motivato dalla necessità di proteggere a tutti i costi i “capi”, che dalla latitanza non hanno mai smesso di comunicare con gli affiliati utilizzando schede telefoniche usa e getta e pizzini.
Modalità emerse già nei mesi scorsi, quando il pm antimafia di Bari (ora procuratore a Lucera e incaricato, con gli altri, delle indagini sul duplice omicidio) Domenico Seccia aveva fatto arrestare sei fiancheggiatori di Pacilli, rivelatisi elementi utili al capo per l’approvvigionamento di cibo e vestiti, per gli spostamenti (una volta utilizzarono persino il furgone di una lavanderia di Vico) e per farlo incontrare con la giovane amante. Già in quella circostanza era emerso che Pacilli aveva trovato riparo anche in un appartamento di Vieste, dal quale era poi andato via, mentre oggi è ancora in fuga. E intanto, mentre si passano al setaccio i luoghi, gli investigatori coordinati dal procuratore capo di Bari Antonio Laudati aspettano gli esiti dell’autopsia sui resti dei due cadaveri, che sarà eseguita domani. ‘Sabato, a Vico del Gargano, il vertice con il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano.

Mara Chiarelli
La Repubblica


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