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Vieste/ Fratelli uccisi: “Ma quei due cadaveri ce li hanno fatti trovare”

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La mafia garganica ha voluto dare un messaggio chiaro a tutti.

 

«È evidente: quei due cadaveri ce li hanno fatti trovare…». Gli investigatori conoscono bene il linguaggio della mafia garganica. Sanno bene che da queste parti una lupara bianca è un fatto serio. Ci sono nomi, corpi, volti scomparsi nel nulla, da anni, da decenni. Nessuna traccia, nessun riscontro, soltanto sospetti. Ecco perché quei due corpi carbonizzati lasciati nella carcassa distrutta di un’automobile sulla radura di «Posta Telegrafo», frequentata da contadini e cacciatori, lì dove si fondono i territori di Vieste e di Peschici, sono un messaggio eloquente. Sono una didascalia. E come se assassini, ma soprattutto mandanti, avessero voluto fugare il campo da ogni dubbio.
«Sia chiaro: Martino e Giovanni Piscopo li abbiamo uccisi, e li abbiamo uccisi noi».
Ma perché? Questo è il lavoro che hanno ora davanti i magistrati della Direzione distrettuale antimafia che coordinano le indagini svolte dai carabinieri e dai militari del Raggruppamento operativo speciale (Ros). Ricostruire lo scenario nel quale è maturato il duplice omicidio dei due fratelli. Ovvio, si indaga sulle attività dei due imprenditori, sui loro patrimonio, sui terreni agricoli, sul villaggio turistico di Sfinalicchio. Si indaga sulla famiglia, sui rapporti, sui legami, su quell’eredità lasciata dal padre, Carmine Piscopo, che aveva espressamente indicato, nel testamento, l’obbligo di tenere imita la proprietà almeno per cinque anni (il capofamiglia è scomparso nel 2006). Ma si indaga anche sulla mafia. Che da queste parti è arcaica e feroce. Spietata. Una mafia che ha radici nelle faide contadine ma ha i patrimoni favolosi dei trafficanti di droga. E d’altra parte gli stessi inquirenti sanno che l’assassinio di Giovanni e Martino Piscopo ha cupe tinte mafiose. A cominciare dal sequestro: la mattina del 18 novembre a speronare il furgoncino sul quale viaggiavano i due fratelli, a rapirli e portarli via per poi finirli è stato sicuramente un commando. Gente precisa, che ha agito in fretta. Almeno sei gli uomini, forse dieci. Tre, probabilmente, le automobili utilizzate nel blitz. Di più: il commando è entrato, in azione nell’unico tratto di strada che elude la videosorveglianza dell’Holliday Village, lungo la litoranea Peschici-Vieste di fronte a Sfinalicchio. Sapevano tutto, gli assassini, conoscevano i luoghi, le abitudini, i tempi, gli orari.
Tra il sequestro a Sfinalicchio e l’esecuzione di Posta Telegrafo sarebbero passate due, forse tre ore. Ne sono convinti gli investigatori. Giuseppe e Martino Piscopo sono stati caricati sull’Alfa 156 e trasportati nella radura. Sono quindi stati ammanettati e interrogati. Forse anche torturati. Tra le ceneri dell’Alfa sono state trovate tracce di nastro adesivo isolante e un paio di manette. A quali domande Giovanni e Martino avrebbero dovuto rispondere? Mistero. Alla fine sono stati ammazzati a colpi di lupara e di pistola. E il linguaggio del fuoco ha fatto il resto. L’inchiesta pesca a piene mani nella criminalità organizzata garganica. C’è una criminalità montanara, chiusa e crudele, e una che frequenta la più ricca e aperta zona costiera, altrettanto pericolosa ma probabilmente più incline alla mimetizzazione. E, si sa, la mafia si impasta alla società, alla politica e all’economia investendo i propri capitali in attività pulite. Riciclaggio: è una delle garanzie di sopravvivenza di qualsiasi sodalizio criminale. Su questo fronte, se questa è una delle piste di indagine, l’obiettivo è capire quanto il patrimonio pulito della famiglia Piscopo fosse finito o stesse finendo nelle mire dei clan.. Forse che i due fratelli sono stati puniti per un rifiuto? Un rifiuto che, nelle regole della mafia va punito con grande evidenza, in termini dimostrativi perché, di rifiuti, non ve ne siano altri. Ma c’è anche un’altra strada investigativa. Perché questo pezzo di Puglia, il bellissimo Gargano rinchiuso (tra mare e montagna, è anche luogo di eccellenti latitanze. Potrebbero nascondersi da queste parti, come le cronache del recente passato hanno insegnato, sia i latitanti della criminalità locale sia quelli del sodalizi campani. Qualcuno aveva chiesto ospitalità nel villaggio di Sfinalicchio? Ma chi? E come aveva reagito la famiglia Piscopo? Sono solo alcune delle tessere del mosaico. Le indagini, lo hanno ribadito gli stessi magistrati, sono difficili e tutte in salita.

Tonio Tondo
La Gazzetta del Mezzogiorno


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