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Vieste/ Due ipotesi per l’omicidio

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Le mani della mafia sul turismo, ipotetico no dei fratelli ad aiutare latitanti.

 

C’è la ricerca di un movente prim’ancora della caccia ai killer. Se non si comprende la causale del duplice omicidio al di là della chiara matrice mafiosa, diventa difficile capire e quindi individuare chi abbia rapito, ucciso e bruciato i fratelli viestani Giovanni e Martino Piscopo di — 51 e 45 anni. I titolari del villaggio turistico «Sfinalicchio furono rapiti la mattina del 18 novembre mentre con il furgoncino percorrevano la litoranea diretti nel loro fondo per raccogliere olive; caricati su una «Alfa 156 station wagon» rubata in giugno a Lavello; ammanettati e legati con manette e nastro adesivo; portati nella radura in località «Posta Telegrafo» ai confini tra Vieste e Peschici; interrogati, fors’anche torturati; quindi uccisi a fucilate e pistolettate e bruciati, con i cadaveri e la carcassa della macchina rinvenuti la mattina del 28 novembre, al decimo giorno di ricerche. La mancanza di un movente certo che spieghi perchè la mafia garganica ha ucciso i Piscopo e indirizzi l’inchiesta su una pista preferenziale rende ancor più problematica un’indagine già difficile per il contesto omertoso in cui ci si muove. La Direzione distrettuale antimafia non esclude che il duplice omicidio dei due imprenditori di Vieste possa essere letto anche come un messaggio che la mafia ha voluto lanciare all’intero settore imprenditoriale – turistico della zona. Tra le altre ipotesi c’è quella dell’ipotetico rifiuto delle vittime a fornire appoggio ed aiuto a qualche latitante, ipotesi avanzata esaminando il contesto più che su indizi concreti, bene rimarcarlo. I latitanti hanno bisogno di soldi, aiuti, case, cibo e creano problemi, sono «scomodi»; ma hanno di… comodo che qualsiasi cosa avvenga in zona, in qualche modo gli si può puntare contro il dito. Che il Gargano nasconda latitanti non lo si scopre certo oggi, le cronache degli anni e dei decenni raccontano di numerosi fuggiaschi ed evasi che sul Promontorio hanno trovato rifugio e complicità. Non è poi mica detto che quando si parla di latitanti, si debba racchiudere il cerchio intorno ai «wanted» di casa nostra. Nell’elenco dei principali ricercati foggiani, dopo la cattura il 26 settembre di Monte Sant’Angelo dell’ergastolano Franco Libergolis, ci sono proprio due garganici: in vetta c’è Giuseppe Pacilli, 38 anni, manfredoniano detto «Peppe u’ montanaro», in fuga dal marzo 2009 perchè deve scontare quasi 11 anni anche per mafia quale affiliato ai Libergolis, e che le ricerche davano anche nella zona viestana; subito dopo c’è il viestano Angelo Notarangelo , 33 anni, detto «u’ cintaridd», ritenuto vicino ai Libergolis, in fuga da febbraio per droga. La storia criminale racconta di mafiosi foggiani che hanno trovato riparo (e in qualche caso morte, come l’ergastolano Vincenzo Parisi evaso dal supercarcere di Padova nel giugno ‘94 evittima della lupara bianca mentre si nascondeva sul Gargano) sul Promontorio. Boss e killer in fuga non solo locali o più strettamente foggiani. Proprio a Vieste il 18 aprile del ‘94 la squadra mobile foggiana catturò un killer dalla ‘ndrangheta del peso di Vittorio Foschini, braccio destro di un boss calabrese stabilitosi in Lombardia. Foschini era sfuggito alla cattura nel giugno ‘93 in occasione di un blitz della Dda milanese n 139 fermi disposti dal pm Armando Spataro e quando fu catturato in un maneggio viestano, con lui finirono dentro cinque presunti fiancheggiatori tra calabreisi, milanesi, napoletani e il viestano Enrico Colangelo, poi ammazzato nel 2000. Quando Foschini dopo qualche mese si pentì parlò anche dei rapporti di collaborazione (leggi droga ed eventuale scambio omicidi) tra ‘ndranghetisti stabilitisi nel Nord Italia e la malavita foggiana, cerignolana, garganica e viestana, disegnando scenari preoccupanti già 16 anni fa.


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