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Vieste spaccata: “C’è la mafia. Anzi no”

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Tra omertà e società civile, il duplice omicidio divide il paese. Gli imprenditori in prima fila sono appena una trentina..

 

«È un brutto colpo per Vieste. Come società dobbiamo capire cosa fare. Dobbiamo evitare di chiudersi in noi stessi». Berardino Masanotti, oltre ad essere il legale della famiglia Piscopo, è un riferimento civile nella comunità. L’eliminazione dei fratelli Piscopo ha intimorito molti. «Forse — sottolinea un operatore turistico — questa gente vuole proprio questo: spaventare e terrorizzare». E Vittoria Vescera, dell’associazione antiracket parla di situazione «destabilizzata» rispetto alle idee e alle convinzioni del passato. «E la prima volta — ripetono un pò tutti — che la violenza criminale sfida in modo così aperto e drammatico la comunità». È divisa Vieste. Per ora non si intravvede una reazione compatta. L’impressione che la comunità sia in attesa, per capire meglio quello che è accaduto. In sostanza, si aspetta che magistratura e forze dell’ordine chiariscano perché Giovanni e Martino siano stati ammazzati, chi lo ha deciso e chi ha portato a termine l’operazione.
La parte profonda della città, quella più debole e meno legata alle relazioni sociali, ha la tentazione di estraniarsi e di chiudere porte e finestre delle proprie case e del proprio pensiero. «Meglio farsi i fatti propri», si sente nei gruppi di viestani in sosta ai giardini pubblici. Un anziano reagisce in modo stizzito alla domanda del cronista: «Cosa ne sappiamo noi? Può darsi che siano sorti dei contrasti per motivi a noi sconosciuti. A me questa storia non interessa, guardo e aspetto». È la posizione opposta a quella espressa da don Giorgio Trotta, parroco di Santa Maria di Merino, in un’intervista alla «Gazzetta»: «La mafia è fra di noi e dobbiamo imparare a contrastarla prima di tutto con un nostro cambiamento di pensiero». La Vieste timorosa e arroccata non è solo quella più debole dal punto di vista culturale; anche i piccoli operatori economici, il bottegaio o l’artigiano, dicono di preferire stare in disparte e pensare ai loro piccoli affari. «E una parte minoritaria» assicurano all’associazione antiracket, nata per contrastare attentati ed estorsioni. I coraggiosi, gli imprenditori che hanno deciso di presentarsi pubblicamente con la propria faccia, sono una trentina. «Ma al convegno del sei novembre con il sottosegretario Mantovano — sottolinea la Vescera — eravamo 250. Questo significa che la parte più dinamica della città, decisiva per il futuro, non intende piegare la testa di fronte ad eventi criminali»- «È stato un colpo di fulmine inaspettato» dice un albergatore- Torna l’idea di una Vieste immune e ancora estranea alla penetrazione mafiosa. Si pensa che sia un fatto isolato, irripetibile. O almeno così si spera. La realtà è descritta dal procuratore della repubblica di Bari, Antonio Laudati, capo della Direzione distrettuale antimafia: «L’episodio s’inserisce in un quadro di mafiosi della zona che registra la scomparsa di quattro persone nell’ultimo anno e quindici omicidi». E un messaggio alla società locale e alle forze che vogliono pulire il Gargano dalla mala pianta mafiosa. «A Vieste — aggiunge il procuratore—è attivvo il clan Notarangelo affiliato al più pericoloso clan Libergolis di Monte Sant’Angelo» Un riferimento che rivela una trama di intrecci tra le due realtà. Il turismo ha fatto crescere Vieste sia sul piano economico sia civile. Da borgo di pescatori e contadini è diventato un centro cosmopolita. È la Rimini della Puglia, sicuramente con maggiore qualità ambientale Anche in autunno e inverno s’incontrano inglesi e Nord Europei che hanno deciso di trascorrere lunghi periodi nella cittadina o addirittura di viverci. La bellezza della collina e del mare ammalia e conquista. Le distese di oliveti, i boschi intricati e misteriosi del Gargano, la pietra bianca delle coste rappresentano quello che nei messaggi promozionali s’indica come il «sublime». Il primo a restare stregato fu Enrico Mattei, alla fine degli anni Cinquanta. Per sfruttare questi beni della natura è nata ed è cresciuta una nuova classe a metà tra la cultura contadina e quella moderna del turismo. Centinaia di persone che fra gli ulivi e i boschi hanno costruito alberghi, villaggi, agriturismi, camping. Tutto questo non è sfuggito alla malavita. Inserirsi nei patrimoni e nei circuiti del denaro è la ragione sociale della mafia che ricorre anche alla barbarie. Risuona ancora l’appello del vescovo Castoro durante la manifestazione di solidarietà alla famiglia Piscopo: «Chi sa parli, il silenzio significa essere complici». Parole dure e chiare, un allarme, ma anche un richiamo a fare il proprio dovere laico e cristiano. Insieme al vescovo, anche il sindaco Ersilia Nobile, un medico, ha assunto una posizione netta: «Abbiamo le energie per reagire con fermezza». «E’ una scelta senza equivoci — sottolinea don Tonino Baldo, parroco del Buon Pastore -, l’intera comunità si deve caricare la responsabiità di contrastare i comportamenti malavitosi». I sacerdoti parlano durante le messe, scuotono le coscienze. L’impressione è che nella società locale ci siano gli anticorpi per affrontare la sfida. Sabato a Vico del Gargano arriverà il sottosegretario Alfredo Mantovano per una riunione operativa. A Vieste aspettano che lo Stato riesca a dare un colpo mortale ai clan. Questa mattina a Lucera sarà affidato l’incarico per l’autopsia e l’esame del Dna dei resti carbonizzati di Giovanni e Martino. Inchiesta giudiziaria, reazione delle forze dell’ordine e mobilitazione civile sono le diverse facce di una guerra da vincere contro un nemico che vuole bloccare il Mezzogiorno. “C’è disorientamento e mi sembra naturale — conclude Masanotti -, ma in tutti questi anni è nata e si è sviluppata una Vieste dinamica e aperta, con un modo di pensare europeo. Conosco imprenditori e piccoli operatori, ci sono decine di associazioni culturali e sociali, ci sono i giovani: non credo proprio che Vieste voglia tornare indietro”.

Tonio Tondo

La Gazzetta del Mezzogiorno


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