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«Grande Salento… se Bari non cambia»

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«Non ci devono costringere sulla strada dell’autonomia e della separazione». Massimo Ferrarese, imprenditore, presidente della provincia di Brindisi dal 22 giugno del 2009, non ha peli sulla lingua: «La nostra è provincia cerniera in Puglia, dalla Murgia barese declina nella piana di Brindisi, dove già si respira aria di Salento. Noi vogliamo l’integrità del territorio, siamo persone responsabili, ma Bari deve capire alcune cose. Da questa parte della Puglia ci sono un milione 800mila persone. Vendola non commetta l’errore di pensare che sia una Puglia, peggio una subregione, residuale». Ferrarese non lo dice esplicitamete, ma il rischio di una deriva verso il referendum e di una spaccatura territoriale non è da escludere.

Un piccolo miracolo bipartisan, a nome del Grande Salento, i tre presidenti di provincia (Antonio Gabellone, uomo del Pdl vicino a Fitto, Gianni Florido, del Pd, e lo stesso Ferrarese, anche lui del centrosinistra) lo hanno già compiuto: mettersi d’accordo sulla programmazione di infrastrutture a scala interprovinciale e nazionale e di opere a scala minore. Una spesa di 250 milioni, forse 300, da inserire nei piani regionali e da presentare al governo nazionale impegnato con il piano per il Sud.

Per Vendola, fino a ieri scettico sul Grande Salento, visto come un’immagine da cartolina, è stata una sorpresa incontrare i tre presidenti con una proposta unica.

Dice Gabellone: «E’ finito il tempo degli slogan, arrivano i contenuti. E’ un fatto importante, un giro di boa istituzionale. In passato ogni provincia procedeva per conto proprio. Ora non più. Non mi prendo meriti. L’idea del Grande Salento è stata di Giovanni Pellegrino, mio predecessore, ma il passaggio ai fatti e alle proposte operative è opera mia».

I sostenitori del referendum per un Salento autonomo battono sul tasto che è Bari a farla da padrone. «I soldi si fermano nel capoluogo». Si fanno i conti: solo per il nodo logistico e ferroviario, a Bari andranno 1,3 miliardi. Gabellone, prudente, evita scivoloni polemici. «A noi interessano le scelte e i soldi per le opere che servono al Salento». Un tempo, era Bari a dire quello che serviva al Salento. Adesso, non può essere così. I tre presidenti lo affermano e cavalcano un nuovo dinamismo, con l’obiettivo di recuperare capacità competitiva del territorio. A Vendola si sono presentati, non solo con una proposta unitaria, ma anche con una cartina geografica della Puglia: Brindisi strategica per l’aeroporto e il turismo da crociera, Taranto per il porto e le merci dell’Oriente e Lecce per i trasporti ferroviari con l’intermodalità a Surbo. All’aeroporto occorre il collegamento ferroviario sia con Lecce sia con Taranto. Il capoluogo jonico è piattaforma logistica intermodale, tra porto, autostrada e nodo ferroviario, con la vocazione a porta d’ingresso in Europa delle merci provenienti dal canale di Suez. E poi le strade, con la Maglie-Taranto- Matera rimasta nei cassetti, la Brindisi-San Pietro in Bevagna sullo Jonio («la strada dei due mari») e la Ostuni-Ceglie-Francavilla.

C’è un messaggio politico implicito: se funziona il coordinamento istituzionale la mina del referendum potrà essere disinnescata. L’alternativa, il disordine e la spaccatura della Puglia.

Gianni Florido, che proviene dal sindacato, ha antenne vigili: «La crisi si fa sentire sempre più, il nostro territorio è fragile, anche se non mancano le carte da giocare. Come province stiamo facendo un lavoro serio e prezioso di semplificazione e di raccordo. Il 5 gennaio ci vedremo a Taranto per definire la proposta nei dettagli progettuali. Poi l’11 ritorneremo a Bari. Vendola si è impegnato a portare i progetti al tavolo con il governo. E’ quello che volevamo, così usciremo dalla marginalità».

Florido parla di Puglia del Sud e di un rischio periferico da fronteggiare con decisione. Il «Grande Salento» è una suggestione che circola nelle stanze del potere istituzionale e nel dibattito dei referendari. Ma l’idea (nata da un’intuizione di Ferrarese, dicono alcuni; di Pellegrino, giurano altri) è venuta fuori per superare i localismi. Il paradosso è che rischia di diventare la bandiera degli scissionisti. Molti consigli comunali hanno dato il via libera alla richiesta di referendum (consultivo). L’incontro dei tre presidenti con Vendola è la prima risposta politica al rischio separatista.

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