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IL PORTO DI VIESTE DAL MITO ALLA REALTA’

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In margine a un incontro di ricordanze a trent’anni dalla delibera della Regione Puglia per il porto di Vieste

 

«Fare incontrare gli uomini che trent’anni fa hanno scritto questa pagina della nostra storia (la costruzione del porto) che ha visto la cittadinanza e tutte le forze politiche impegnate in uno sforzo compatto». 

E’ l’annuncio sul cartoncino d’invito ad assistere all’incontro, firmato e diffuso dall’ideatore Alessandro Troiano che quell’evento ha vissuto tra i protagonisti. Ma che idea! E’ passato un mare di tempo. Eppure ci siamo riuniti, domenica scorsa 12 dicembre, nel ben attrezzato salone della Lega Navale di Vieste, insieme a tanti amici, accolti calorosamente dal presidente Francesco Aliota, una presenza instancabile e preziosa nella vita della sezione, che egli cura con amore e successo unitamente ai suoi collaboratori. Oltre ad Enzo Sorice, all’epoca della delibera assessore regionale ai lavori pubblici, erano presenti sindaci ed amministratori di allora ma anche di epoca più recente, per ricordare un momento important per la società viestana.
Ad uso di quanti amano sapere del luogo natio, o quello in cui comunque vivono, racconterò le vicende attraverso le quali si è giunti alla costruzione del porto, avendo partecipato alla loro formazione, alla guida dell’Amministrazione Comunale di quegli anni.
 Breve premessa. La storia del nostro porto in epoca moderna comincia nel 1902, anno in cui con regio decreto la rada di Vieste fu classificata porto di 2ª categoria, 3ª classe. E’ un dato importante, sebbene meramente formale. In pratica fu riconosciuta una condizione ambientale naturale, cioè che la zona di mare adiacente alla nostra costa offre un relativo riparo dai venti. Nient’altro. Le prime opere portuali, pur senza un progetto generale del porto, furono eseguite nel 1932, «Dietro la Torre», dove venne banchinato un tratto di spiaggia e costruito un molo di 40 metri. I trabaccoli ebbero un piccolo approdo con un limitato riparo dai venti di levante e scirocco. Una ventina di anni dopo, il molo fu prolungato di altri 40 metri circa. I battelli da pesca continuarono a fare scalo sulle spiagge.
Nel 1964, a conclusione di una lunga e complessa pratica iniziata undici anni prima, sorretta dalla classe politica locale e dalla marineria, il porto di Vieste fu incluso tra i porti nazionali di 1ª categoria, qualificato porto rifugio. In forza di tale classificazione fu costruito il molo radicato sulla punta nord dello scoglio di S.Croce, in tre tempi, tra il 1972 e il 1982, con finanziamenti del Ministero dei Lavori Pubblici, ottenuti anche grazie all’impegno, cronologicamente espresso, dagli onorevoli Aldo Moro, Vincenzo Russo e Franco Nicolazzi.
Ma si capì subito che il porto rifugio poteva dare ai natanti solo il riparo in caso di fortunale, non anche la possibilità di fare carico e scarico, in sostanza di lavorare. Per queste operazioni occorreva il porto commerciale.
Le pressioni della marineria locale e le insistenze dei civici amministratori presso il competente Ministero per il porto commerciale non produssero l’effetto desiderato. Vieste, secondo i parametri ministeriali, non aveva barche in numero e dimensione sufficienti per giustificarne la costruzione. E poi era un paese troppo piccolo, troppo lontano dai centri decisionali, poco conosciuto. Un sindaco che allora andava a Roma a un appuntamento concordato con il Ministro o il suo vice, correva pericolo, presentandosi all’usciere per essere annunciato, che quello, se non era ben attento, quando sentiva «sono il sindaco di Vieste», capisse di Trieste.
A seguito dell’istituzione dell’Ente Regione, nel 1971, tra le varie competenze che gli vennero devolute, vi fu anche quella riguardante i porti commerciali. Allo Stato rimase l’onere di provvedere ai porti d’interesse nazionale e rifugio. Vieste, che aveva la doppia qualifica di commerciale e rifugio, da quel momento dipese dalla Regione per gli interventi attinenti alla prima funzione e dal Ministero dei Lavori Pubblici per i secondi.
Tra le prime iniziative avviate dall’Amministrazione comunale eletta alla fine del 1978, ci fu quella di rappresentare adeguatamente alla Giunta Regionale la necessità del porto commerciale a Vieste sia per la notevole attività marittima che qui aveva luogo e sia per la sua posizione geografica, tale da potersi considerare il porto del Gargano.

 

Diede consistenza all’iniziativa un minuzioso lavoro politico e amministrativo, fatto di relazioni, incontri, sollecitazioni che convinsero e coinvolsero elementi di spicco della politica regionale e nazionale e, insieme, tecnici e funzionari.
A seguito di questo lavoro preparatorio, il 25 maggio 1979, la Giunta Regionale deliberava di affidare agli ingegneri De Cunto e Contento, specialisti di opere marittime, la progettazione del porto di Vieste. Con una rapidità non comune all’iter dei tempi burocratici di casa nostra, il progetto elaborato percorse in meno di tre anni l’irto cammino dei visti, pareri, esami, approvazione da parte degli organi competenti (Consiglio Comunale e comitati tecnici diversi fino al Consiglio Superiore del Ministero dei Lavori Pubblici). Infine l’appalto del primo lotto di lavori, aggiudicato alla ditta D’Oronzo di Barletta, dell’importo di 2 miliardi e mezzo di lire, finanziati interamente dalla Regione. Era uno stralcio del progetto generale ammontante a 13 miliardi e rotti di lire.
La posa della prima pietra ha luogo il 30 marzo 1982. C’è aria di festa nel paese. Alla cerimonia, svoltasi sulla spiaggia di S.Lorenzo, sono presenti cittadini d’ogni età, numerosi studenti delle scuole superiori, marittimi. Siamo presso il punto di radicamento del molo esterno, opera ritenuta prioritaria per la difesa del bacino portuale dai marosi e dal vento. Il porto, un mito, diventava realtà. Si vuole che il compiersi di un evento appaghi di per sé coloro che per il suo farsi hanno lavorato. Non so fino a che punto sia così. Ma nel detto c’è sicuramente del vero.
Un anno dopo, di quel molo, saranno già stati realizzati 400 metri.

Per tutto quanto è stato compiuto in quel decisivo primo tempo, 1979-1982, ho piacere di testimoniare la disponibilità e la concretezza della classe politica che vi concorse, amministratori civici ed esponenti regionali e nazionali, e ricordare il contributo determinante di alcuni di loro. In primo luogo e particolarmente il ruolo decisivo svolto dall’avvocato Vincenzo Sorice, assessore regionale ai Lavori Pubblici, che seppe capire la voglia del porto che agitava da decenni la marineria e molta parte della popolazione di Vieste, e farsene interprete convinto e intelligente. E risolutore. Nel groviglio delle rivalità di partito e di campanile che si scontrano spesso nelle decisioni degli organi collegali – in questo caso la Giunta Regionale – misero il loro l’impegno anche gli assessori Pasquale Ciuffreda, Leonardo Morea e Giuseppe Zingrillo; mentre a livello romano fu attivo l’onorevole Vincenzo Russo. Nel prosieguo dei lavori portuali, altro importante e tempestivo contributo lo diede l’assessore regionale, Franco Di Giuseppe, disponendo la concessione dei finanziamenti necessari ad eseguire altre opere non previste nel progetto.
Negli anni successivi il progetto fu completato con una crescita della spesa salita a circa 20 miliardi di lire.
Fatto il porto, pochi anni dopo le barche da pesca che lo avevano affollato cominciarono a diminuire. Negli anni ‘70 ed ‘80 vi erano 20 motopesca a strascico, 12 lampare circa 100 battelli minori. Ai nostri giorni sono rimasti 6 motopesca a strascico, 2 lampare e una quindicina di battelli. Quali ne siano le cause non è qui il caso di parlarne. Citerò solo una, che forse è solo a latere delle cause vere, voglio dire che non c’è stato un ricambio generazionale dei pescatori, perché i loro figli, buona parte di essi, hanno scelto un lavoro meno incerto e magari più redditizio. Ma la riduzione dei mezzi da pesca è avvenuta un po’ dappertutto. Tanto è vero che lo Stato, che prima dava contributi a fondo perduto a chi costruiva nuovi motopescherecci, in questi ultimi anni ha dato i contributi a chi li demoliva.
Un frammento dei corsi e ricorsi storici, a rovescio.
A compensare la riduzione delle dette barche, e di molto, è sopravvenuto la richiesta di posto delle barche da diporto. Dei privati si sono dati da fare e hanno sistemato quattro pontili. Nel frattempo il sindaco Mimì Spina Diana aveva saputo inserire il nostro Comune nel progetto della Regione di realizzare 15 porti turistici, localizzandolo nell’ambito del porto esistente. Ottenuti i necessari finanziamenti, è stato realizzato. Come si legge in una relazione del vicesindaco di allora, Pasquale Pecorelli, ai suoi pontili e in rada si potranno ormeggiare: una motonave e un aliscafo, quali sono le navi che fino all’anno scorso hanno fatto servizio per le Isole Tremiti, 440 barche da diporto, suscettibili di diventare 500 e forse 650, altri natanti lunghi fino a 70 metri. Il grande molo, al cui interno sono fissati i pontili, oltre a questa funzione complementare e a quella primaria di riparo dai venti, così come è stato realizzato ha pure una valenza panoramica e decorativa del paesaggio, godibile altresì come sito per la passeggiata. Di sera, illuminato, è davvero uno spettacolo. Alla sua punta, giganteggia la statua di S. Francesco di Paola, dono del locale Circolo di Cultura «Niccolò Cimaglia».
Le ultime rifiniture per l’agibilità del porto turistico sono state eseguite durante questi anni dell’Amministrazione Comunale guidata da Ersilia Nobile. E’ pensabile che la prossima estate vedremo le barche anche in quei pontili. Dopo tanto impegno di tante persone, ora che abbiamo sotto gli occhi l’opera realizzata, che è andata anche oltre quello che si sperava, un pensiero mi sento di formulare, un auspicio: che nell’azione di coloro che già operano in ruoli diversi intorno al porto turistico, degli altri che seguiranno e delle autorità che li sovrintendono, spiri un po’ di quella brezza idealistica che mosse primamente i nostri intenti e di tanti probi cittadini pensanti che tennero desta l’attenzione al problema del porto di Vieste sulla stampa, nei partiti, nelle associazioni, nelle dimostrazioni di piazza, nella civica amministrazione, nei più alti livelli istituzionali, e poi animò la nostra attività nella vita pubblica.
Nella società del profitto che governa il nostro tempo, una tale raccomandazione può apparire una stravaganza. Ma bisogna essere ottimisti, soprattutto da parte di chi ha voce in capitolo nella cosa pubblica, onde gli interessi privati vengano a conciliarsi in quello pubblico.
Ludovico Ragno


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