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Marino (Pd) attacca ancora: «Va cambiato il piano-Sanità»

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Nuovo attacco del presidente della Terza commissione consiliare, Dino Marino (Pd) all’assessore alla Sanità Tommaso Fiore. «Sono terminate le audizioni sul riordino ospedaliero – ha affermato Marino – un percorso di ascolto e partecipazione, molto importante, anche perché, la maggior parte delle associazioni, sindacati di categorie e anche molti sindaci non erano stati ascoltati nel momento della formazione dei provvedimenti in oggetto. Insomma, abbiamo coperto, con il nostro lavoro istituzionale, un deficit di partecipazione e di concertazione che l’assessorato non ha voluto svolgere o ha svolto solo in parte. Dalle audizioni sono arrivati una serie di suggerimenti che a mio avviso possono essere raccolti. In altri casi abbiamo assistito a vere e proprie denuncie sulle inefficienze di alcuni servizi e delle gestioni delle Asl, in questo senso emblematici sono i documenti che ci ha consegnato la Confindustria».

«Molto responsabile – ha continuato Marino – è stato l’atteggiamento dei sindaci che non hanno difeso il campanile , ma il diritto alla salute dei propri cittadini, chiedendo per i loro territori le alternative alle chiusure e dimostrando, conti alla mano, gli errori di un impostazione ragionieristica. Il dato politico più rilevante è stato quello che molti sindaci di centro destra e di centro sinistra hanno apprezzato il lavoro svolto dal PD in tutte le provincie che ha portato alla presentazione di quattro emendamenti, sui quali come è noto non c’è l’accordo dell’assessore Fiore. Credo però che a questo punto la questione lascia la veste del tecnicismo per assumere quella propriamente più politica che potremmo riassumere così: il più grande partito della coalizione che sostiene Vendola, non condivide una parte dell’impostazione di Fiore sul Piano di Riordino ospedaliero. E chiede al presidente, senza cambiare il totale dei posti letti da dismettere, di trovare una soluzione politica evitando inutili irrigidimenti».

«In questo senso come gruppo del PD – conclude Marino – abbiamo deciso che una delegazione (Blasi, De Caro, Marino e Romano) incontrerà Vendola. Ieri, nell’ultima tornata di audizioni la I e la III commissione consiliari riunite in seduta congiunta e presiedute da Dino Marino hanno ascoltato le osservazioni presentate dalla Facoltà di Medicina dell’Università di Foggia, dai sindacati medici (Anaao-Assomed, Cimo, AAROI e SNABI), Nuova Ascoti (ortopedici – traumatologi), Provincia di Lecce, Cida-Sidirss (dirigenti del Servizio sanitario nazionale), Ordine degli assistenti sociali, Fimmg Puglia (medici di famiglia), Aiop (case di cura private) e Aris (Associazione religiosa istituti socio sanitari). La mancanza di concertazione nella stesura dei provvedimenti in esame è stata lamentata dalla maggior parte degli intervenuti. I sindacati medici non si sono espressi in maniera pregiudizievole rispetto alla chiusura dei piccoli ospedali, visto che in diversi degli stessi spesso mancano le condizioni di sicurezza indispensabili sia per i pazienti che per gli operatori. Quindi sì alla chiusura dei piccoli ospedalieri, tenendo conto della tipologia delle aree in cui si va a intervenire, a condizione di attivare correlativamente gli indispensabili servizi sanitari sul territorio. Altrimenti il rischio concreto è di un ulteriore ingolfamento con conseguente aumento delle liste d’attesa.

Per l’Azienda ospedaliero universitaria «Ospedali Riuniti» di Foggia il regolamento prevede una decurtazione dai posti letto dagli attuali 1130 a 804. Il presidio si trova già a fronteggiare ora una preoccupante contrazione del personale. Viene quindi richiesta l’as – sunzione di altro personale altrimenti diventa difficile garantire le funzioni didattiche e di ricerca, oltre che assistenziale, che l’azienda deve statutariamente garantire. La Provincia di Lecce ha chiesto ufficialmente l’attivazione, unitamente ai Comuni, di un Tavolo istituzionale con il presidente Vendola e l’assessore Fiore. La FIMMG ha espresso il forte rischio, insito nei provvedimenti in esame, di una forte marginalizzazione dei servizi territoriali.


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