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Daunia e Gargano/ Amori di Puglia unione di fatto piu’ che matrimonio

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Onde evitare di essere costretto a “tacere per sempre”, per decorrenza o prescrizione dei termini, nonché per l’amore da sempre nutrito verso questi contesti territoriali, che mi hanno regalato natali, passioni, amicizie, stimoli ed emozioni, provo a dire la mia prima che il rito sacramentale, in programma a Vico, sia consumato. Ritengo che parlare di sposalizio tra Daunia e Gargano tradisca un eccesso d’attenzione verso il lato effimero dell’evento, rischiando di contribuire a una relativizzazione della memoria storico-antropologica, indispensabile alla difesa consapevole delle prerogative identitarie di ciascun territorio. Vero ed autentico caleidoscopio di patrimoni per una regione unica come la Puglia.

Sin da quando Diomede mise piede in Puglia, la Daunia (secoli più tardi: Capitanata) e i Dauni non sono mai stati altra cosa rispetto al Gargano. Secondo la stessa leggenda, l’eroe greco approda attratto dalla suggestione della costa garganica e decide di fermarsi, trattenuto dall’incanto e dalla bellezza dell’entroterra. Il suo sguardo ne è affascinato, sposa la figlia del re Dauno e si dedica, lui uomo di mare, alla passione controversa di allevatore di cavalli. Una scultura in bronzo, a Peschici, lo racconta in una stimolante sintesi artistica, carica di simboli e di riflessi, e lo rappresenta quale orgoglioso principe Dauno, piuttosto che foresto dignitario garganico.

Trattandosi, in realtà, della scintilla relazionale che si vuole far scoccare tra Gargano e Subappennino Dauno, piuttosto che tra Daunia e Gargano (già madre l’una dell’altro), sarebbe più opportuno parlare di un’apprezzabile e auspicabile “unione di fatto”, evitando ogni riferimento all’improbabile “matrimonio”, che in tal caso potrebbe addirittura assumere gli imbarazzanti tratti della relazione incestuosa.

Naturalmente non è affatto in discussione la bontà dell’intento, teso a dare concretezza ai propositi di sistema tante volte enunciati e altrettante volte mai praticati. Da troppo tempo, spesso predicando al vento, non ci si stanca di esortare all’interazione fra ambiti territoriali non solo locali, ma spingendo anche verso sinergie a proiezioni coraggiose tra la stessa Daunia e il Salento, tra la Murgia e il Subappennino, il Gargano e la Valle d’Itria.

Per riuscire a dar vita a una proposta turistico-culturale incisiva ed innovativa, all’insegna della fruizione “slow”, capace di far leva sul fulcro della “fidelizzazione” e rendere l’intera destinazione Puglia non solo attraente, ma accogliente e in grado di trattenere a lungo attenzioni, interessi, turisti, escursionisti, cultori, viaggiatori e pellegrini.

Ma se tutto questo, come è giusto che sia, mira anche ad elevare il tasso di qualità dell’offerta in generale, rigore professionale e competenza nella ricerca non possono che essere la cifra nobile e identificativa da riconoscere anche nel più piccolo dei dettagli. Offrire qualità, per ricevere qualità. A partire da ogni singolo attore protagonista di questa avvincente marcia verso il futuro “globale”, in cui a confrontarsi sono le miriadi di identità locali che, per non perdersi e confondersi, non potranno contare che sulla ricchezza delle rispettive peculiarità.

Troppo a lungo il Gargano è stato lasciato solo tra quei confini delimitati da Diomede con i cippi delle mura troiane. Poi divelti da Dauno, prima di concedergli in moglie la figlia Ecana. Checché ne pensasse Giambattista Vico, in questo caso la storia non ha da ripetersi. Il Gargano non è un più o meno buon partito. Il Gargano non è da sposare, né per convenienza né per ricompensa, tantomeno per celia. Il Gargano va amato, accudito e sostenuto. Proprio come un figlio, di cui la madre Daunia e l’intera famiglia Puglia devono sentirsi profondamente orgogliosi.

Antonio V. Gelormini


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