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Vieste/ Un amore giovanile: Raccontino per San Valentino

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Intermezzo sentimentale fra le cronache degli affanni quotidiani.

 

Chi non conserva in qualche parte della memoria il ricordo dei primi amori, o di quell’amore indimenticato, che quando affiora, e ogni tanto affiora alla mente, ti suscita dentro un sentire che rassomiglia alla nostalgia, ma nostalgia non è, perché quella é velata di malinconia e fa anche soffrire, mentre il sentimento di cui dico è più lieve, soave, che muove a tenerezza.
A questo appartiene il caso che sto per raccontare, ascoltato dalla viva voce di un amico più giovane di me ma non troppo, che riverbera un momento della vita nel quale molti adulti possono specchiarsi per similitudine, riandando al tempo in cui eravamo ragazzi e ragazze. Alla fine del racconto l’amico ha soggiunto: “Se vuoi, puoi anche scriverlo, solo ti chiedo di mettere per firma Anonimo Viestano”.
Eccolo accontentato, qui di seguito, scritto in prima persona, come da lui stesso richiesto.

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C’eravamo conosciuti un giorno della bella estate viestana alla spiaggia del Castello. Lei era una brunetta tanto graziosa, con due occhi che non vi dico. La spiaggia, allora, era tutta libera, delimitata nella larghezza, al confine con la campagna, da una siepe, contro la quale il vento aveva accumulato una duna di sabbia, che d’estate diventava cocente, alta qua e là da uno a due metri. Non c’erano spazi in concessione, e neppure spazi all’ombra, salvo alcuni palmi di spiaggia dove si vedevano gli ombrelloni delle famiglie che se li portavano giorno per giorno, a spalla. I giovani e gli adolescenti ci trattenevamo sui primi due-trecento metri, dal monolito Pizzomunno in su, sicché era facile notarsi fra conoscenti e non.
Una mattina, stando e chiacchierando con un coetaneo sulla riva del mare, incrociai lo sguardo di lei, che passeggiava con altre ragazze sullo stesso tratto di spiaggia. Dare a quello sguardo un significato propiziatorio e farci il pensierino che v’immaginate fu tutt’uno.
Ma come attaccar bottone? L’occasione l’ebbi qualche ora dopo. Si era messa a giocare ai tamburelli. Una palla battuta male, proprio da lei, era finita tra i miei piedi. Lei venne a raccoglierla. E si scusò con un sorriso. Ma quali scuse, figurati! Uno scambio di brevi cortesi parole corroborò l’avvenuto approccio. La mattina successiva ci incontrammo ancora alla spiaggia, e lì, scherzando e ridendo, un po’ in comitiva e un po’staccati dagli altri, da soli, ci accorgemmo del feeling nascente. La scintilla era scoccata.
Lei era molto schietta, e questo, oltre al resto, mi piaceva. Nei giorni che seguirono, continuammo a vederci la mattina alla spiaggia e presto, con amore, anche la sera alla banchina. Un amore che poi è filato sempre liscio, intessuto con le effusioni che gli sono proprie, senza esagerazioni, senza problemi, vissuto intensamente.
Finita la stagione dei bagni, spostammo i nostri incontri della sera verso la vicina periferia. Parlavamo del presente, di noi, della nostra vita. Non andavamo oltre. Non facevamo progetti per il futuro, anche perché lei, circa un mese dopo l’inizio della nostra relazione, mi aveva raccontato che i suoi genitori avevano in corso la pratica per emigrare tutta la famiglia in Australia. Un avvenimento che conduceva a presagire il nostro distacco. Cosa di cui non avevamo mai parlato, forse per esorcizzarla, o perché rifiutato dall’inconscio, non so, che tuttavia sentivamo essere nella mente uno dell’altra. Inoltre, nutrivo un filo di speranza che qualche cosa facesse andare a monte quel proposito.
Purtroppo, la speranza non diventò realtà. Arrivò il momento della sua partenza.
Il giorno prima volemmo incontrarci alla banchina, là dove eravamo stati insieme la prima volta di sera, mano nella mano.
Era, credo, d’ottobre, verso il tramonto. Il tempo si teneva ancora sul bello. Il vento ci portava i rintocchi della campana d’una chiesa che chiamava i fedeli alla messa o a una funzione religiosa della sera.
In quell’atmosfera che aveva un che di sospeso, di surreale, noi, quasi increduli, ci siamo detti addio.
Non lo sapevamo, ma era l’addio ad un pezzo importante della nostra giovinezza, a un’epoca, a un mondo, forse al nostro amore.
Nei primi mesi successivi al suo arrivo in Australia ci scrivemmo con una certa frequenza, poi sempre meno, poi più nulla. Il nuovo corso della sua vita e della mia, aveva preso il sopravvento sul sentimento. La lontananza ci aveva reso difficile proseguire la relazione, al cui naturale completamento, anche per la nostra giovane età, non avevamo fatto in tempo a pensare nei lieti momenti trascorsi a Vieste.
Qualche anno dopo, anch’io partii da Vieste, per una città del Nord, dove mi sistemai.
Sono passati anni e decenni. Io sono quello che durante tutto questo tempo sono diventato. Lo stesso penso di lei, ma non cerco d’immaginarmela nel suo presente. Non l’ho più rivista. Non l’ho neanche cercata. Qualche volta ho sperato d’incontrarla, mi sarebbe piaciuto, è vero; però non è accaduto. Ma poi conviene rivederci? O non è meglio conservare il ricordo di noi nella freschezza della giovinezza, in quella nostra estate a Vieste?

Anonimo Viestano

a cura di Ludovico Ragno


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