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La vera storia di una falsa persecuzione. Nel libro le “intercettazioni”di San Pio

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Il Padre fu accusato di atti carnali, come nel Rubygate. Ma il Papa credette all’arcivescovo di Manfredonia.

 

Padre Pio da Pietrelcina non fu «perseguitato» dal Papa Giovanni XXIII. Il pontefice, infatti, non credette alla relazione del domenicano Paul-Pierre Philippe, ma alle parole dell’arcivescovo di Manfredonia Andrea Cesarano. Sono le rivelazioni del libro Oboedientia et Pax. La vera storia di una falsa persecuzione (edizioni Padre Pio e Libreria Editrice Vaticana, pp260, € 15), scritto dal giornalista Stefano Campanella. Nel volume sono presenti cinque documenti inediti, finora conservati negli archivi vaticani, del «processo» a San Pio. Dal Sant’Uffizio, infatti, arrivarono gravi accuse, come quella di approfittare della reputazione di santo per ingannare le vittime. I suoi detrattori lo accusarono anche di avere avuto atti carnali con alcune donne, una sorta di Ruby-gate. «Mai baciato una donna. Anzi dico davanti al signore che neppure volevo dare baci alla mamma: la facevo piangere perché non scambiavo i suoi baci». Così San Pio giurò davanti a Paul-Pierre Philippe durante l’interrogatorio del 22 febbraio 1961. Nel volume di Campanella, che porta la prefazione del cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, è pubblicato il documento integrale degli atti della «visita» del domenicano a San Giovanni Rotondo, oltre ad altri retroscena. Attraverso i buchi nei muri delle stanze dove Padre Pio riceveva uomini e donne erano stati piazzati due microfoni collegati «a un registratore di marca Geloso». Secondo i suoi accusatori in una registrazione si sarebbe sentito un «bacio» a una donna. La bobine, confuse e poco utilizzabili, vennero mandate al Sant’Uffizio, ma il Papa Roncalli difese Padre Pio e ordinò la rimozione dei registratori.


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