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Vieste/ E’ morto Antonio Cariglia “l’angioletto” dell’Atletico anni ’70

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“Pizzaredd” ha raggiunto suo fratello Mario in Paradiso…

Ieri…martedi 24 maggio è stata per me una delle giornate più pesanti e stressanti dal punto di vista lavorativo, troppa gente in ufficio, tutto d’un fiato dalle 7:50 alle 14:15..poi dalle 15:50 alle 19:10, una fiumana di gente che mi ha quasi stravolto.
Ero stanco..stanchissimo ma dovevo continuare ancora, alle 19:13 squilla il telefonino, non volevo rispondere a nessuno, intanto squillava e resisteva chi mi telefonava…non riconosco il numero ma la tentazione è forte..rispondo.
“Sono Giuseppe…mi hai riconosciuto?…gli rispondo subito..si….ma ancora non avevo capito bene chi fosse dall’altra parte”….”era una voce sottile e sofferente ed in quel momento capisco che era successo qualcosa e mi si gela il sangue”….Giuseppe continua e mi dice: “ho pensato di chiamare te per primo per farti sapere che mio zio Antonio non c’è più…è morto”….la telefonata si chiude presto..
Mi assalgono la tristezza più profonda ed i ricordi più lontani, non riesco ad andare oltre il silenzio…non ho chiamato nessuno….ma ho pensato tanto alla sfortuna che ha riguardato la famiglia Cariglia..quella di Mario per intenderci deceduto nei primi giorni di settembre scorso ed ora “perseguitata” ancora con la morte di Antonio..suo amato fratello avvenuta mercoledi 24 maggio a Roma.
Antonio era schivo..riservato fin troppo, seguiva in modo speciale il suo Atletico Vieste, lo ha seguito sempre sino agli ultimi giorni, quando mi incontrava voleva sapere i dettagli dei giocatori più bravi….forse ho sbagliato a non dirgli mai che lui era stato uno dei giocatori più bravi dell’Atletico Vieste nei suoi oltre 40 anni di storia, io tifavo per Mario..suo fratello, ma insieme qualche volte hanno giocato e nonostante il terreno del “Riccardo Spina” fosse così mal ridotto..loro i fratelli pizzaredd..Mario ed Antonio riuscivano ad illuminare quel rettangolo di gioco con la loro intelligenza ed il naturale talento calcistico…sono stati i giovani più promettenti dell’Atletico Vieste.

L’avventura calcistica di Antonio Cariglia iniziò il ’71/’72 con il primo campionato di Terza Categoria con Narduzzo, lui giovanissimo incantò subito le platee, praticamente la tifoseria viestana si era già divisa, aveva scelto i suoi idoli. Tra questi proprio lui Antonio Cariglia (pizzaredd) fu ceduto all’Atletico in cambio di 10 giocatori. E l’affare lo fece l’Atletico…così ha ricordato Ninì delli Santi in uno dei suoi passaggi nel libro appena uscito dedicato alla storia dell’Atletico Vieste, proprio lui Ninì delli Santi che oggi non ha le parole per ricordare Antonio…il giocatore che a lui piaceva tanto perché intelligente e di poche parole.
Nino Bosco l’allenatore e Antonio Troia (irros) erano incantati da questo talento calcistico e sicuramente hanno trascorso con lui domeniche indimenticabili.
Anche Michele Muscettola il grande presidente ha avuto parole di elogio per Antonio e poi per Mario, i fratelli Cariglia che oggi sono lì nel cielo con Michele Mattera, Vincenzo Maiorano, Maurizio Cirillo e soprattutto con lui Ninuccio Bosco che ha già formato il nuovo Atletico Vieste..quello eterno che non morirà mai..
Michele Mascia

Giovannantonio Cariglia  (Antonio Pzzared)

“Ho iniziato a tirare i primi calci al pallone sin da piccolo, ma non posso mai dimenticare gli anni della mia fanciullezza trascorsi al campo sportivo dove ho iniziato ad acquisire i fondamentali del calcio. Più avanti negli anni conobbi Leonardo Vescera, imprenditore edile, promotore e fondatore della squadra di calcio di Vieste “Valentino Mazzola”, nella cui squadra ho militato due anni. Furono due anni densi di divertimento, soddisfazioni e spensieratezza, anche perché ero considerato il pupillo della squadra. L’anno successivo, il 1974/75, stimolato dal caro amico Ninì delli Santi, dall’idea di poter unire l’utile al dilettevole, cioè lo studio universitario allo sport, mi iscrissi alla facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Siena. In un comune: Castelnuovo Berardenga, di circa 4000 abitanti, ho militato nella squadra di calcio di terza categoria, risultando il capocannoniere della stessa. A Castelnuovo fui soprannominato “cittino”, che stà per “piccolo ragazzo di città”. Io e Ninì giocavamo insieme, lui nel solito ruolo di regista, io in quello di ala tornante destra. Fu un anno di piacere per non dire di felicità, anche perché i dirigenti della squadra del Castelnuovo, molto cordiali e ospitali, mi offrirono un ingaggio di 100 mila lire ed un mensile di 30mila lire. Erano tanti soldi se si pensa che la pensione completa, per sostenere gli studi universitari costava 55mila lire mensili. Mi preme ricordare un particolare: gli spettatori di Berardenga acquistavano il biglietto d’ingresso alla partita solo quando io e Ninì giungevamo da Siena al campo sportivo. Quell’anno vincemmo alla grande il campionato. L’anno successivo (1975/76), fui trasferito al glorioso Atletico Vieste, nelle cui fila ho dato il mio apporto per un solo anno, raggiungendo l’apice in quanto espressi il meglio di cui sapevo fare calcisticamente, alternandomi nel ruolo di ala destra tornante con Filippo D’Errico, di cui ricordo un gran gol direttamente da calcio d’angolo contro il Lucera, con un tiro ad effetto paragonabile a quello di un autentico professionista. Quell’anno il 19776/77 raggiunsi l’apice sotto l’aspetto calcistico, non solo perché passai dalla terza alla prima categoria, ma anche perché venni apprezzato nell’ambiente calcistico viestano come giocatore molto tecnico, fantasioso e creativo. Fu anche l’anno in cui espressi una certa maturità calcistica, forte del bagaglio tecnico-agonistico accumulato in anni precedenti nel “Valentino Mazzola e Castelnuovo Berardenga”. Dopo questi quattro anni che vanno dal 1973 al 77 la mia presenza nell’ambito calcistico viestano furono caratterizzate solo da fugaci apparizioni in tornei estivi”.
Questo è una parte di Antonio raccontato da Antonio. Non solo uno dei primi viestani ad essersi laureato in Scienze Economiche e Bancarie all’Università di Siena, ma anche l’ultima vera ala destra tornante dell’Atletico. Da sempre cittino, il più giovane della nostra nidiata, abitava all’ultimo piano dello stesso mio stabile. Antonio in campo, significava scommettere su un determinato modello di calcio. Per esempio se Alfredo Calderisi era il frutto Antonio Cariglia era il fiore. Antonio scriveva poesie in campo, Alfredo passava ad incassare i diritti d’autore. Scegliere di far giocare Antonio significava scegliere tra la paura e il coraggio, tra la noia e l’allegria, tra i muscoli e il talento. A coloro che credono nei fatti e non nelle idee dirò che con Antonio in campo vincere era più facile.
Se con Antonio si tentavano vette impossibili, con Ciciuidd, per esempio, ci si accontentava del bottino. Le imprese di Michele Mattera convincevano la nostra intelligenza, ma la grazia, l’inventiva, la fragilità di Antonio appagavano i nostri sentimenti. La presenza di Antonio era un segno di distinzione per la squadra, una minaccia per l’avversario e un fattore suggestivo per il pubblico per il semplice fatto di stare in campo. Da un lato, il suo aspetto da angioletto seminarista; dall’altro, la sua facilità nell’accendere il pubblico ogni volta che tirava fuori dal pallone una soluzione rara. Sì, aveva una faccia da vincitore e la sua inventiva spogliava quel nostro calcio di ogni miseria.

ninì delli Santi
Da Campanile Sera
Il Calcio all’alba dell’Atletico Vieste
edizione La Ricotta – Milano –


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