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Ma chi te lo ha ordinato, il dottore?

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Una delle frasi più ricorrenti tra noi italici è: “Ma chi te lo ha ordinato, il dottore?”
E non è casuale, come spiega Federica De Vizia  nel volume “Comunicare fa bene alla salute” (il Quaderno editrice) perché secondo la studiosa è “la conferma di uno specifico ruolo di diverso comunicatore”.

 

Una frase che attiene all’ilarità di situazioni grottesche…è vero. Giuseppe Remuzzi sul “Corriere della Sera” qualche giorno fa ci ha regalato un’altra frase tipica del rapporto medico-paziente: “lei faccia l’ammalato, il medico lo faccio io!” Ma è lo stesso Remuzzi ad informarci come in Inghilterra il governo ha chiesto ai medici “di trattare gli ammalati con cortesia, di informarli sulle loro condizioni di salute e di rispettare sempre le loro decisioni”. E poi racconta che negli Stati Uniti Stephen Workman, rettore di Tech Carilion University in Virginia ha dichiarato: “vogliamo precludere l’accesso a medicina a quegli studenti che magari fanno bene l’esame ma non sanno comunicare”. Spesso racconto ai miei studenti di un’ecografia fatta qualche anno fa, al termine della quale chiesi al medico se era emerso qualcosa. Per quasi 10 minuti mi ha parlato in ‘medichese’ con dei termini che in vita mia non avevo mai sentito, tanto che alla fine demoralizzato chiesi: allora rischio di morire? Si mise a ridere e si sforzò di farmi capire…ma non ci riuscì.
De Vizia nel suo libro spiega: “Già da tempo il rapporto medico paziente risulta essere in crisi. Le cause di questa crisi sono varie e vanno ricercate nel sistema sociale di vita da un lato, e nello svolgimento della professione medica dall’altro. L’allungamento della vita, la migliore qualità della stessa, la continua comunicazione sanitaria attraverso i vari mezzi diretti e indiretti (radio, televisione e giornali, ecc..) spingono verso una richiesta pressante e continua da parte dei pazienti alla classe medica. Quest’ultima, tuttavia, sia a causa di una non idonea preparazione durante i corsi di laurea sia in ragione di un eccessivo tecnicismo, è spesso indotta a spersonalizzare il rapporto e sostituirlo con una semplice erogazione di prestazione, attraverso protocolli o linee guida prestabilite”. A volte ripensando ai comportamenti dei vari dottori incontrati nella nostra vita capita di ripensare al film di Alberto Sordi “Il medico della mutua”.  E ci siamo sentiti abbandonati oltre che in seria preoccupazione per la nostra salute. Oppure siamo usciti terrorizzati e siamo andati a cercare sull’enciclopedia medica o su Internet il significato di una parola pronunciata dal nostro medico o cosa ci aspetta dopo aver contratto una malattia.
Sempre Federica De Vizia ci ricorda per un buon medico sono importanti quattro cose: ‘comportamento’, è un buon mezzo di comunicazione un’accoglienza riservata al paziente. Un’accoglienza cordiale ed espansiva rappresenta un idoneo atteggiamento di apertura e di disponibilità che mette il paziente a proprio agio;
‘linguaggio’, per comunicare bene è opportuno usare un linguaggio comprensibile, con la scelta delle parole adatte. La dizione, la gestualità e la stessa grafia diventano un mezzo di comunicazione; ‘ascolto’, più volte le scuole mediche hanno posto l’accento sull’importanza di sviluppare una capacità di ascolto attivo del paziente. Questo consente di stabilire una relazione proficua sul piano psicologico e terapeutico;
‘ambulatorio’, costituisce un elemento di negatività se risulta piccolo, angusto, arredato spartanamente. Un ambulatorio capiente, funzionale e ben arredato determina invece una maggiore propensione alla relazione con il medico.
Nel libro è anche contenuto un decalogo, eccolo:
non esprimere mai troppi concetti contemporaneamente;
rivolgersi sempre direttamente al paziente;
cercare di coinvolgere i familiari presenti se si devono trasmettere delle informazioni importanti; ripetere sempre l’informazione più volte, soprattutto se chi ascolta ha un basso livello d’istruzione; pianificare il discorso in modo che i punti chiave, più importanti, vengano esposti all’inizio e ribaditi alla fine, ricorrere all’uso di esempi esplicativi; ricorrere all’uso di qualche termine colloquiale, popolare o addirittura dialettale;
usare tempi pratici nell’indicazione dell’uso dei farmaci;
esprimere ottimismo, incoraggiando il paziente in difficoltà;
esprimersi in maniera chiara evitando ambiguità.
Consigli ottimi e utili anche a chi vuole fare il test per entrare a medicina. Invece, come osserva Remuzzi, “occorre sapere il nome di battesimo di Mameli, l’origine della tragedia greca, di cosa è morto Gandhi, chi ha scritto Barbablù”. Ed allora ecco che per i medici negli anni della professione gli errori di comunicazione più evidenti secondo De Vizia sono già individuati: uso di domande limitate al paziente; consigli dati in fretta; interrompere senza ascoltare; non accertarsi se il paziente e i familiari abbiano realmente compreso i messaggi; fornire indicazioni tranquillizzanti ma incerte; poca chiarezza nella comunicazione grafica.
E noi pazienti? Rientriamo in un elenco di personalità: il paziente dipendente, che affida ogni decisione al medico; il paziente negante che tenta di minimizzare o negare la malattia; il paziente criticante, di buon livello culturale e critica ogni indicazione medica; il paziente ansioso, condizionato dalla propria ansia, emotivo, le evidenziazioni di sintomi poco significativi creano paure inconsulte; paziente cosciente, soggetto sostanzialmente a forte personalità in grado controllare la propria emotività.
Il medico dovrebbe conoscere la tipizzazione di questi pazienti e comunicare di conseguenza.
Dovrebbe…ma non sempre lo fa. Eppure lo scrittore italiano Dino Segre in arte Pitigrilli ci aveva avvisato: esistono da sempre delle droghe più potenti, più calmanti, più allucinogene della farmacopea antica e della farmaceutica moderna…queste droghe miracolo sono le parole!
Diciamolo ai nostri medici…così senza pudor…..

Di Francesco Pira


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