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Processo Medioevo/ Accelerata dall’intransigente Palumbo “serve almeno un’udienza a settimana”

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In sette furono arrestate ad Aprile con le accuse, a vario titolo, di detenzione e produzione di sostanze stupefacenti (per ora discusse in un altro processo, ndr), ricettazione ed estorsione: reati aggravati dalle modalità mafiose.

 Il presidente della corte Antonio Palumbo vuole chiudere in fretta il processo considerata l’eccezionalità dell’evento che ha coinvolto centinaia di persone durante la prima udienza, e l’effettiva necessità di dare un’ immediata risposta a nome della giustizia alla città di Vieste. Ieri mattina, a margine dell’udienza, Palumbo, che a latere ha i giudici Borreca e Dello Iacovo, ha obbligato avvocati e pm a non ritardare lo svolgimento del processo, anzi ad accelerarlo. Per questo ha già fissato le date delle udienze, considerate insostituibili, che avranno cadenza settimanale. Da qui alla fine di marzo saranno sei le sedute in Corte d’Assise. Secondo la tesi della procura antimafia gli indagati costringevano gli imprenditori turistici a pagare il pizzo alla fine della stagione estiva o ad assumere guardiani. Gli arresti erano stati eseguiti, tutti a Vieste, dai carabinieri della Compagnia di Vico e del Reparto operativo del Comando provinciale di Foggia. L’operazione era stata definita "Medioevo" proprio per indicare come nella cittadina garganica, meta di turismo internazionale, fosse davvero finito un periodo di oscurantismo dove il clan Notarangelo, per anni, ha taglieggiato con violenza inaudita gli imprenditori, in modo particolare, turistici. Una pericolosità che si era evidenziata con un escalation di delinquenziale che dal 2008 aveva prodotto circa un centinaio di attentati dinamitardi e incendiari anche ferimenti ed omicidi, il più cruento quello dei fratelli Piscopo. L’ultimo episodio estorsivo-intimidatorio, che poi aveva scatenato molte reazioni, si era verificato nel febbraio dello scorso anno, quando era andato completamente incenerito dalla fiamme una delle strutture turistiche più prestigiose della zona, il ristorante-lido Scialì. La presenza sul territorio di imprenditori riuniti nell’Associazione Antiracket ha contribuito a creare un clima di collaborazione con gli inquirenti che ha permesso allo Stato, che nell’immediatezza aveva convocato un Comitato di ordine e sicurezza presieduto dall’ ora ex sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, di poter dare le risposte concrete e immediate. Una risposta che si è concretizzata anche con l’ingente sequestro di sostanze stupefacenti, la cui vendita unitamente con il racket delle estorsioni costituisce la maggiore fonte di guadagno del clan Notarangelo. Sotto processo: Domenico Colangelo Giuseppe Germinelli, il boss Angelo Notarangelo, Giambattista Notarangelo, Marco Raduano, anche lui pluripregiudicato, già detenuto per spaccio di stupefacenti, tentato omicidio e rapina, Giampiero Vescera e Michele De Simio. Durante la prima udienza di ieri l’avvocato della difesa Carlo Mari, aveva chiesto che non venissero accettate le costituzioni di parte civile del Comune di Vieste, dell’Associazione Antiracket e del Fai perchè "non si tratta di ordine pubblico ma del patrimonio di singoli". Contrario alla richiesta il pm Fabrizio Gatti:. "Ha un interesse pubblico. Parliamo di estorsioni e l’associazione antiracket, finora, ha tutelato gli interessi delle vittime". Richiesta della difesa rigettata. Il pm aveva chiesto che il processo venisse unificato con l’altro, che riguarda, in parte, gli stessi imputati per detenzione e produzione di sostanze stupefacenti. Richiesta sulla quale la corte si pronuncerà durante la prossima udienza.

Luca Preziosi
L’Attacco


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