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Processo Medioevo/ Il triennio di terrore, bombe e “cape” di cavallo raccontate dal capitano Sirsi

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Tre anni di terrore a Vieste. E’ quanto emerso dalla seconda udienza del "Processo Medioevo" a carico di otto imputati accusati, a vario titolo, di detenzione e produzione di sostanze stupefacenti, ricettazione ed estorsione (anche se per ora ci sono due processi separati in base ai reati, presto dovrebbero essere associati come richiesto dall’ accusa, ndr).

 Tutti i reati sono aggravati dalle modalità mafiose. E’ il processo antiracket nato dal blitz messo a segno il 14 aprile scorso, quando i carabinieri, coordinati dalla procura antimafia di Bari, arrestarono sette persone accusate di obbligare gli imprenditori turistici a pagare il "pizzo" alla fine della stagione estiva e ad assumere guardiani a loro affiliati per il servizio di sorveglianza. Alla prima udienza si erano presentati in cento, tra imprenditori, rappresentanti dell’associazione antiracket e giovani viestani per far sentire la loro vicinanza alle diverse vittime delle estorsioni. Sotto processo ci sono Domenico Colangelo, Giuseppe Germinelli, Angelo Notarangelo, Giambattista Notarangelo, Marco Raduano, anche lui pluripregiudicato già detenuto per spaccio di stupefacenti, tentato omicidio e rapina, Giampiero Vescera e Michele De Simio. Ieri si è iniziato a fare sul serio ed è stato il giorno dei due teste Gianluca Sirsi e Matteo Brucoli, che all’epoca dei fatti hanno indagato sulle centinaia di episodi estorsivi avvenuti tra il 2008 e il 20lO. Molto lunga la testimonianza di Sirsi, capitano dei carabinieri che in quegli anni comandava la tenenza di Vieste e che più di tutti ha il polso di ciò che accadde in quel triennio. Abilmente, il pm della Procura Antimafia Giuseppe Gatti non ha perso tempo e ha chiesto subito all’ufficiale, che oggi svolge il proprio servizio a Fasano, quali fossero gli episodi più significativi e inerenti al reato di estorsione, avvenuti nel centro garganico durante gli anni della sua tenenza. L’obiettivo di Gatti era quello di presentare al Tribunale uno scenario completo del clima di terrore che si respirava a Vieste fino allo scorso anno. Il capitano dell’Arma ha elencato tutti i reati commessi e le denunce arrivate sulla sua scrivania dai tanti imprenditori turistici, vittime di episodi di estorsioni verosimilmente riconducibili agli imputati. L’esposizione di Sirsi è durata più di un’ora, a testimonianza del fatto che si tratta di centinaia di episodi. "Dopo l’introduzione dell’indulto, Vieste ha vissuto un periodo difficile perchè c’è stato un incremento di reati – ha esordito Sirsi – . Il culmine è stato raggiunto nel 2009 quando c’è stato un aumento vicino al 40%". Dopo un breve cappello del capitano, invitato dallo stesso pm Gatti ad attenersi ai fatti e ad astenersi dal trarre considerazioni personali la lunga lista è partita: "Il 28 maggio del 2008 i titolari del vil1aggio turistico Merino hanno denuncito il ritrovamento di alcune cartucce e liquido infiammabile all’entrata della loro struttura …. " e poi la lunga lista. A giugno altri imprenditori hanno denunciato il furto di macchinari agricoli. A settembre l’incendio di un’ambulanza e l’attentato ad uno dei titolari del Merino. A novembre l’attentato a Marino Solitro e il ritrovamento di alcuni biglietti dal contenuto minaccioso ed estorsivo davanti ad un Tabacchi. Tra dicembre e gennaio danneggiamenti ed episodi simili al villaggio Quesenada. Un cane impiccato rinvenuto da un imprenditore all’interno del suo locale. Biglietti contenenti testi chiaramente minacciosi come: "Metti il guardiano giusto e dai il caffè a chi lo devi dare". Oppure: "Mettiti in regola, altrimenti ci pensiamo noi a farlo". Le due auto incendiate a Pino Vescera (superteste di questo processo) il titolare dell’Oasi (che poi mesi dopo verrà incendiato). La testa di cavallo ritrovata davanti all’entrata di un’altra attività con la ‘firma "della Società". I proiettili diretti ad un maresciallo dei carabinieri che all’epoca era il vice di Sirsi (anche lui verrà ascoltato nelle prossime udienze). L’esplosivo davanti alle vetrine del megastore Benetton. L’incendio doloso di un mezzo della Protezione Civile. Quello dell’ auto della moglie del noto penalista Raul Pellegrini e il successivo attentato alla villa dell’ayvocato, dove esplose un ordigno causando diversi danni. E ancora i vari controlli di routine eseguiti dai carabinieri ad alcuni degli imputati. Angelo Notarangelo, imputato numero uno avrebbe risposto ad un militare che lo aveva fermato per un controllo: "lo sto facendo troppo il bravo con voi. Devo prendere provvedimenti". E una seconda volta: "Non avete un ca … da fare. La prossima volta che siete in giro con le vostre moto vi faccio saltare in aria”. Una serie infinita di episodi che arrivano fino al 1°ottobre del 2010, ossia fino al trasferimento dell’ufficiale a Fasano. Da ottobre in poi Sirsi non ha più contezza dei fatti. Immediatamente dopo, tra gli episodi più eclatanti ci sarà il duplice omicidio dei fratelli Piscopo e l’incendio del ristorante Scialì di proprietà di Pino Vescera. Un contesto, quello raccontato da Sirsi, di angoscia, paura, panico. L’ufficiale ha fornito i minimi dettagli sugli episodi. Date, nomi e cognomi delle vittime e, in alcuni casi, degli uomini arrestati per quei reati. Proprio su questo si sono soffermati i legali della difesa. Sia Francesco Santangelo che Carlo Mari, difensori di Notarangelo, Raduano e Genninelli hanno sollecitato Sìrsi, affinchè spiegasse come mai quei reati coinvolgessero solo in minima parte i loro assistiti, tanto da aver provocato pochi arresti e in alcuni casi a persone estranee al processo. "Svolgendo le indagini, comparando gli episodi e anche attraverso alcune perizie grafiche sui diversi biglietti ritrovati, abbiamo considerato l’ipotesi che ci fosse un’unica regia e che fosse quella dei Notarangelo". Subito dopo di Sirsi è stato il turno di Matteo Brucoli, luogotenente che da circa vent’anni è sul territorio e conosce bene la situazione viestana. Non solo, il sottoufficiale è l’uomo che ha raccolto la denuncia principe del processo e da cui poi sono nate molte delle indagini, ossia quella di Pino Vescera. Da Brucoli l’accusa ha voluto sapere solo come si fossero svolti i fatti. "Abbiamo acquisito i filmati della visita fatta da Giuseppe Germinelli a Vescera nel settembre del 2010 – ha rivelato Brucoli – .E’ stato Vescera stesso a fornircela un mese e mezzo dopo, alla luce di un secondo episodio estorsivo (l’incendio della sua auto sotto casa, ndr). In quel video si riconosce benissimo Germinelli che da noi è attenzionato da tempo e che lo stesso Vescera conosce bene". Il processo, giunto alla seconda udienza, è figlio proprio delle prime ribellioni nel dicembre del 2009 di alcune vittime di estorsioni che, stanchi di subire continue vessazioni, minacce e atti intimidatori da parte degli affiliati al clan locale, iniziarono a denunciare e a collaborare con la giustizia. A queste, nel tempo se ne sono aggiunte molte altre che emergeranno durante le udienze che avranno cadenza settimanale. Da lì l’inchiesta dell’Antimafia di Bari, condotta dai Carabinieri di Vico e Foggia, che si è avvalsa di numerose intercettazioni che hanno poi determinato lo smantellamento di una delle più pericolose cellule mafiose insediatasi sul territorio del Gargano. Alla prima udienza erano in cento. Questa è la nuova Vieste. Il processo, le testimonianze degli imprenditori, e la sentenza, ne decideranno la nuova sorte.

Luca Preziosi
L’Attacco


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