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Fazzini Vieste/ Si investe nella formazione ma la fuga dei giovani cresce

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Si laureano in molti, soprattutto negli atenei del nord, poca fiducia nel sud.

 

 Sono confortanti e allarmanti allo stesso tempo i dati raccolti dagli alunni di IV A del Fazzini-Giuliani sui diplomati di Vieste dell’A.8. 2001/2002. Le statistiche mostrano, infatti, sin dal primo sguardo una netta distinzione tra Liceo (Scientifico e Classico) e Istituto Tecnico Commerciale. Solo il 15 % dei liceali abbandona la scuola dopo il Diploma, percentuale che sale ad un impressionante 92,% registrato dall’ ITC. La carriera militare rappresenta la prima scelta per chi opta di non proseguire gli studi dopo il Liceo. Il discorso cambia per i diplomati del Tecnico: la maggior parte di loro, infatti, resta sul territorio lavorando nelle aziende turistiche di famiglia o aprendo attività commerciali. I diplomati dei licei proseguono il percorso universitario (ben l’ 85%, contro l’ 8% dell’ITC), conseguendo, nella maggior parte dei casi, ottimi risultati: metà degli studenti, infatti, porta a termine gli studi. Un dato, questo, superiore alla media nazionale e sicuramente motivo di orgoglio per tutta la comunità. Le note dolenti, però, non sono meno numerose: le Università del Meridione non vengono affatto prese in considerazione e chiunque abbia conseguito una Laurea, lo ha fatto in atenei del Centro-Nord. Ma il dato sconfortante, sotto alcuni punti di vista, è indubbiamente il periodo post-laurea. La stragrande maggioranza dei
neo-laureati lavora, infatti, al Nord o all’ estero. Sono pochissimi coloro che restano nel loro paese d’origine, nessuno lavora invece in altre parti della Puglia. A 10 anni dal diploma, quasi tutti gli ex-studenti viestani hanno ormai un lavoro fisso, pochi sono precari, (per lo più impegnati nella stagione estiva). Un dato straordinario se confrontato con le medie nazionali, che si attestano su un 30% circa di disoccupazione giovanile. Sfatato dunque il mito del basso grado di preparazione delle scuole del Mezzogiorno, il quadro generale non è comunque positivo: i nostri giovani non hanno fiducia nel Territorio, preferiscono cercare fortuna al Nord o all’ estero piuttosto che mettere le loro potenzialità al servizio delle comunità locali. Scappano da un Sud che vedono ormai come un mondo retrogrado, privo di opportunità, in cui chi va avanti è spesso il raccomandato, il privilegiato, e non il meritevole. Questa piccola ma significativa indagine vuole mostrare proprio questo: al Sud non servono fondi speciali o finanziamenti a pioggia, al Sud servono i suoi giovani, quegli stessi giovani che forma ma che non restano a valorizzare il proprio territorio, a migliorarlo, a renderlo motivo d’orgoglio per se stessi e per gli altri. E’ pur vero che in un mondo globalizzato non esiste più il paese, regione o nazione; è sinonimo di libertà poter svolgere il proprio lavoro in qualunque sede. Questo, però, è vero se c’è libertà di scelta, invece per molti è una costrizione perché nel nostro territorio non si valorizzano quei giovani forniti di capacità tali che potrebbero consentire quel salto di qualità e di sviluppo che si auspica da oltre un secolo. Investire, quindi, non solo nella formazione, ma attrarre con nuove prospettive i giovani deve essere l’impegno della classe politica e imprenditoriale se vogliamo finalmente liberarci da quell’assistenzialismo che ha contraddistinto il meridione dall’Unità d’Italia.

Giuseppe Baldini
Lorenzo Di Candia
Emanuele Romano


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