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Processo Medioevo/ Si avvicina l’ora di Vescera

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Il fratello: “C’era aria pesante a Vieste”. Ieri il teste ha smentito la versione resa durante l’interrogatorio. “Nessun imprenditore mi disse che pagava il pizzo. Coinvolto in un solo episodio. Il resto l’ho appreso dai giornali”.

 

 "A Vieste c’era un’aria pesante. L’ho letto sui giornali". Sono le parole di Domenico Vescera, teste di ieri del processo "Medioevo", ormai entrato nel vivo. Sono iniziate le deposizioni delle parti offese e le udienze cominciano a diventare sempre più determinati. Ieri è toccato a Domenico Vescera, fratello di Pino superteste del processo antiracket contro il clan Notarangelo. Un’udienza brevissima perchè sia il pm della Dda Giuseppe Gatti, che i difensori degli imputati hanno rivolto poche domande al teste. Domenico Vescera, che è socio del fratello Pino in una delle attività alberghiere non ha fornito molti elementi al Tribunale, anzi ha anche ritrattato parte delle dichiarazioni rese durante il primo interrogatorio di polizia giudiziaria. Il Processo "Medioevo" è a carico di otto imputati accusati, a vario titolo, di detenzione e produzione di sostanze stupefacenti, ricettazione ed estorsione (i processi erano in inizialmente separati, nelle scorse udienze il presidente Antonio Palumbo li ha riuniti, ndr). Tutti i reati sono aggravati dalle modalità mafiose. E’ il processo antiracket nato dal blitz messo a segno il 14 aprile scorso, quando i carabinieri, coordinati dalla procura antimafia di Bari, arrestarono sette persone accusate di obbligare gli imprenditori turistici a pagare il "pizzo" alla fine della stagione estiva e ad assumere guardiani a loro affiliati per il servizio di sorveglianza. Alla prima udienza si erano presentati in cento, tra imprenditori, rappresentanti dell’associazione antiracket e giovanissimi viestani per far sentire la
loro vicinanza alle vittime delle estorsioni che prossimamente saranno chiamati a testimoniare. Sotto processo ci sono Domenico Colangelo, Giuseppe Germinelli, il boss Angelo Notarangelo, Giambattista Notarangelo, Marco Raduano, anche lui pluripregiudicato già detenuto per spaccio di stupefacenti, tentato omicidio e rapina, Giampiero Vescera e Liberantonio Azzarone. Ieri, la deposizione di Domenico Vescera, durata pochissimi rispetto alle attese. Il pm Gatti ha rivolto una sola domanda al teste in merito ad un furto di attrezzi subito nella sua azienda e ad un episodio accaduto due giorni dopo, quando lo stesso Vescera aveva trovato un cero funebre sul tettuccio della sua auto. "Ha mai avuto dei sospetti su chi gli avesse rubato l’attrezzatura?" ha ,chiesto l’accusa. “No, non ne ho mai avuti”. Poi la parola è passata alla difesa. Carlo Mari, che nel processo difende Angelo Notarangelo e Giuseppe Germinelli assieme all’avvocato Francesco Santangelo ha chiesto a Vescera se avesse mai ricevuto atti intimidatori e se avesse catalogato quel furto e l’episodio del cero come delle minacce. "No, ma ricevuti. Quando ho ritrovato il cero sull’auto però ho pensato che ce l’avessero con me, ma non è mai successo più niente". A quel punto l’avvocato Mari lo ha incalzato leggendo una sua dichiarazione resa durante gli interrogatori preliminari risalenti a due anni fa. "Lei ha dichiarato testualmente che: – ha letto Carlo Mari – io e mio fratello Giuseppe (Pino, ndr) siamo molto preoccupati e abbiamo collegato gli episodi accaduti a me e lui. Abbiamo parlato anche con altri imprenditori sia turistici che di altri settori, i quali hanno confermato di aver subito minacce simili e qualcuno ha anche ammesso di pagare il pizzo.
Lei conferma ciò che le ho appena letto?" ha chiesto Mari al teste. "A Vieste c’era un’aria pesante ma non ho mai parlato con altri imprenditori" ha risposto Vescera, ritrattando le sue stesse dichiarazioni. "Cosa intende per aria pesante? E’ stato vittima di qualche atto intimidatorio" ha ribadito Mari. "No, l’ho letto sui giornali". "Quindi lei è a conoscenza di questa aria pesante solo grazie ai giornali?" "Si" ha risposto Vescera, avvalorando, indirettamente, la tesi della difesa basata sull’ingigantimento dei diversi episodi di cronaca avvenuti nel triennio 2008-2010 anche da parte dei media. Questa la deposizione di Domenico Vescera, preludio alla prossima udienza dove invece dovrebbero emergere elementi decisivi per il proseguo del processo. Toccherà infatti a Pino Vescera, titolare del ristorante Scialì, andato completamente distrutto da un incendio nel febbraio dello scorso anno. L’episodio dello Scialì è una delle chiavi di volta del processo. Già durante le precedenti deposizioni, tutte di ufficiali e sottufficiali dei carabinieri in servizio a Vieste, la vicenda dello Scialì è venuta fuori spesso ed è considerata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dopo l’incendio infatti ha preso corpo la reazione sia degli imprenditori che della cittadinanza intera di Vieste. Innumerevoli le visite dell’allora sottosegretario all’interno Alfredo Mantovano e poi l’ufficialità dell’ associazione antiracket, parte civile in questo processo. Processo che corre. La prossima settimana si torna in aula, c’è Pino Vescera.

Luca Preziusi
L’Attacco


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