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Manfredonia/ Enichem: 17 morti tutti assolti

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La Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi della Procura generale di Bari e di tre parti civili, e mette la parola fine all’inchiesta sui 17 decessi di operai dell’ex Enichem di Manfredonia e dell’indotto morti di tumore – diceva l’accusa, che non ha poi retto al vaglio giudiziario – nel corso degli anni a causa della prolungata esposizione all’arsenico dispersosi nell’ambiente, in seguito ad una fuoriuscita di 10 tonnellate di sostanza tossica avvenuta nel lontano settembre del ‘76. La quarta sezione penale della Suprema Corte ha reso quindi definitive le assoluzioni di 10 ex dirigenti dell’Enichem agricoltura (3 per altro deceduti nelle more dei processi) e di 2 esperti di medicina del lavoro, accusati a vario titolo di disastro colposo e 17 omicidi colposi, reati peraltro nel frattempo prescritti.
La prima assoluzione arrivò il 5 ottobre del 2007 davanti al giudice monocratico della sezione distaccata di Manfredonia del Tribunale di Foggia. Sentenza confermata dalla terza sezione della corte d’appello di Bari il 15 marzo del 2011. Contro questo verdetto assolutorio c’era stato il ricorso della Procura generale di Bari che chiedeva l’annullamento della sentenza e la celebrazione di un nuovo processo d’appello davanti ad un diverso collegio giudicante. Avevano presentato ricorso anche tre parti civili, ed ai solo fini civilistici, l’avvocatura dello Stato per conto del ministero dell’ambiente; l’avv. Sisto per la Regione Puglia; l’avv. Notarangelo per gli eredi di Nicola Lo Vecchio, il dipendente Enichem addetto al magazzino insacco deceduto per una neoplasia polmonare il 9 aprile del ‘97 e la cui denuncia, nel settembre precedente, diede il via all’inchiesta della Procura foggiana.
Il procuratore generale della Cassazione, nell’udienza fiume durata oltre cinque ore, chiedeva l’inammissibilità del ricorso della Procura generale di Bari, e sollecitava il trasferimento degli atti processuali al giudice civile di Bari per rivalutare le richieste delle parti civili a soli fini civilistici, ritenendo che su questo punto la sentenza della corte d’appello di Bari non avesse motivato a sufficienza.


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