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Processo Medioevo – PINO VESCERA CONFERMA IN AULA TUTTE LE ACCUSE (2)

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Ieri la tanto attesa deposizione del proprietario dello Scialì, il ristorante andato distrutto da un incendio un anno fa. Braccio di ferro Vescera-Notarangelo.

 

 "Ci dobbiamo aggiustare". E’ questa una delle frasi ripetute spesso durante l’udienza di ieri
del processo Medioevo. A pronunciarla sarebbe stato uno degli imputati, Angelo Notarangelo, nei confronti di Pino Vescera, imprenditore turistico di Vieste che, oltre ad essere parte offesa, è uno dei teste chiave del procedimento per estorsione al clan viestano. Ieri la tanto attesa deposizione
del proprietario dello Scialì, il ristorante andato completamente distrutto da un incendio nel febbraio dello scorso anno. Pino Vescera ha risposto per circa tre ore alle domande prima dell’ accusa, rappresentata dal pm della Dda Giuseppe Gatti, e poi de- gli avvocati Carlo Mari e Francesco Santangelo difensori di Notarangelo. "Conoscevo di vista Angelo Notarangelo prima che un giorno mi venisse a trovare al lido Oasi, di mia proprietà. Mi disse che ‘ci dovevamo aggiustare’. Io interpretai quella frase come una richiesta di soldi, al quale io risposi che non c’era niente da aggiustare, che non avevo soldi e che se ne parlava a fine stagione". Frase ambigua che potrebbe insinuare una iniziale volontà di pagare da parte di Vescera, che poi invece è diventato uno dei protagonisti della lotta al racket sul Gargano. Stiamo parlando del processo a carico di sette imputati, accusati, a vario titolo, di detenzione e produzione di sostanze stupefacenti, ricettazione ed estorsione. Tutti i reati sono aggravati dalle modalità mafiose. E’ il processo antiracket nato dal blitz messo a segno il 14 aprile scorso, quando i carabinieri, coordinati dalla procura antimafia di Bari, arrestarono sette persone accusate di obbligare gli imprenditori turistici a pagare il "pizzo" alla fine della stagione estiva e ad assumere guardiani a loro affiliati per il servizio di sorveglianza. Sotto processo, oltre ad Angelo Notarangelo ci sono Domenico Colangelo e Marco Raduano, tuttora in carcere e Giuseppe GerminelIi, Giambattista Notarangelo, Giampiero Vescera e Liberantonio Azzarone, agli arresti domiciliari. La temperatura di ieri in aula era molto alta, perchè la testimonianza di Vescera era molto attesa, essendo uno dei primi imprenditori ad aver denunciato il clima di terrore che avrebbe invaso Vieste negli ultimi tre anni. Anche durante la deposizione di ieri non ha avuto remore nel fare il nome di Angelo Notarangelo più volte. "Alla fine della stagione venne a trovarmi nel mio albergo Giuseppe Germinelli (anche lui imputato, ndr) che io fino a quel giorno conoscevo solo di vista, senza sapere però come si chiamasse. Mi disse che lo mandava Angelo e che dovevo dargli 15mila euro. Gli risposi che non gli avrei dato nulla e che sarei andato dai carabinieri". Germinelli in quell’incontro non pronunciò il cognome di Angelo che, per Vescera, era invece sottinteso fosse quello di Notarangelo per via anche del precedente episodio. "E’ l’ unico Angelo che conosco, e poi l’ho ricollegato alla sua visita. Angelo era Notarangelo, ne sono certo". A questo si sono attaccati molto anche i legali della difesa, che in più occasioni hanno tentato di far cadere le certezze del teste, senza riuscirei. "Per me Angelo è lui" ha risposto a più riprese Vescera. Durante le prime due ore di testimonianza, accompagnato dalle domande del pm Gatti, Pino Vescera, che a Vieste possiede tre alberghi (Oasi Beach, Oasi Club e Vieste in Tour) oltre allo stabilimento balneare Oasi (dove c’è anche il Ristorante Scialì) , ha raccontato le diverse intimidazioni subite, che poi soprattutto grazie al sostegno dell’associazione antiracket, lo hanno convinto a parlare. Dagli incendi delle sue tre auto, al primo avvertimento incassato con i danni ad alcune vetrate del ristorante, l’incendio di un magazzino, il cero acceso sulla macchina del fratello, fino all’incendio che gli ha distrutto il ristorante e i proiettili ritrovati nella cassetta della posta proprio il giorno dell’arresto di Notarangelo e degli altri attuali imputati. "C’erano due proiettili nella busta ed un bigliettino dove c’era scritto che avrei dovuto guardarmi le spalle perchè dietro di me c’era gente che poteva uccidermi" ha dichiarato Vescera. L’episodio dello Scialì (per la cui ricostruzione ha ricevuto, per ora, 650mila euro di risarcimento direttamente dallo Stato, ndr) resta una delle chiavi di volta del processo e infatti il momento più drammatico della testimonianza di ieri è stato proprio quello in cui Vescera è stato chiamato a rispondere sulla vicenda del febbraio 2011. "Ero a Milano, per la Borsa InternazionaLe del Turismo quel giorno – ha raccontato l’imprenditore –
Mi hanno chiamato dicendomi che il ristorante aveva preso fuoco. Lo avevo completato da circa due anni e avevo speso un milione di euro. Era un locale di 500 metri quadrati, per la gran parte
in legno, ed è andato completamente distrutto dalla pavimentazione in su. Sono sicuro che si tratti di un incendio doloso perchè dalle telecamere di videosorveglianza si vedono delle persone che lanciano una bottiglia incendiaria verso il ristorante che, essendo quasi tutto di legno, ha preso subito fuoco. Il vento di quel giorno ha fatto il resto". Dall’udienza di ieri è emerso anche che Vescera non è così lontano dalla famiglia di Angelo Notarangelo. "Il fratello Onofrio e il cugino Michele da anni lavorano per me durante l’estate – ha risposto – e non ho mai avuto problemi con nessuno dei due. Mi sono rivolto anche a loro quando ho iniziato ad avere problemi con Angelo, ma hanno sempre detto che non potevano farci nulla". Un altro episodio venuto alla luce durante la deposizione di ieri, è quello avvenuto pochi mesi dopo l’acquisizione di un’altra struttura alberghiera da parte di Vescera, il "Vieste in Tour". "Alcuni miei operai mi dissero che da qualche giorno c’era un ragazzo che si aggirava spesso sul cantiere – ha raccontato Vescera – e allora me lo feci indicare e andai a chiedergli cosa ci facesse lì. ‘Qui mi ha messo Angelo’ è stata la sua risposta e lo cacciai".
Con Notarangelo, in realtà, Vescera aveva avuto già a che fare nel 2008, quando l’imputato si presentò da lui con l’obiettivo di piazzare alcune macchinette dei video giochi "ma io risposi che da sempre me le riforniva mio cognato e che non si poteva far nulla". Quindi, una prima conoscenza tra i due già c’era. Quando è toccato alla difesa, Vescera ha cambiato atteggiamento, rinchiudendosi dietro molti "avevo paura" e "non ricordo". Sia Notarangelo che Mari, difensori di Notarangelo hanno cercato di evidenziare alcune contraddizioni tra la sua deposizione di ieri, e le denunce formulate al momento dei fatti, cercando anche di sminuire l’attendibilità del teste. "Come mai, in sede di denuncia, più volte fa il nome di Notarangelo, facendo riferimento all’ incontro in cui le disse che dovevate ‘aggiustare qualcosa’ e non quello di Germinelli, avvenuto dopo e a ridosso degli episodi?" "Avevo paura" e "Non ricordo" sono state le risposte costanti di Vescera. Vago e titubante è sembrato anche quando sono venuti fuori i colloqui che lui avrebbe avuto con altri imprenditori turistici, i quali avrebbero ammesso di pagare il pizzo proprio a Notarangelo. "Si in molti me lo hanno confermato", "Chi sono?" ha chiesto direttamente il presidente del Tribunale Antonio Palumbo. "Non ricordo" ha risposto Vescera. "Ha sempre pensato che Notarangelo sia il regista di tutte le estorsioni che avvenivano a Vieste?" gli hanno chiesto i legali della difesa. "Si" ha confermato Vescera. I difensori hanno anche cercato di far emergere una conoscenza maggiore tra i due. "Lei non ha mai ospitato Notarangelo nel suo albergo? Non gli ha mai offerto un pranzo, un aperitivo, un caffè? Non lo ha incontrato nei giorni successivi alla fine della sua latitanza e lo ha abbracciato congratulandosi con lui per la libertà?". "No, mai" ha risposto Vescera". Fine della testimonianza e appuntamento a giovedì prossimo con il cognato di Vescera, Vincenzo Troia.

Luca Preziusi
L’Attacco


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