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Acquedotto pubblico il «no» della Consulta

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Per stabilire chi debba occuparsi di potabilizzare e distribuire l’acqua ai pugliesi, la Regione non può passare attraverso un affidamento diretto, ma deve consentire a chiunque fosse interessato di partecipare ad una gara. È uno dei principi rimarcati dalla Corte costituzionale nel provvedimento col quale ha bocciato la legge pugliese sulla cosiddetta ripubblicizzazione della società Acquedotto. L’altro principio riguarda proprio la natura dell’azienda che, essendo stata fissata dallo Stato, non può essere modificata (passando da società per azioni a società pubblica) con legge di un ente diverso dallo Stato come la Regione.

«È ovvio che mi dispiace – commenta l’assessore ai Lavori pubblici, Fabiano Amati – resta il fatto che il dibattito sviluppatosi ha introdotto nella politica e nella cultura pugliese ed italiana elementi di valutazione di assoluta novità, che sarebbe il caso il Parlamento nazionale valorizzasse». Dalle opposizioni replicano solo dal Pdl. «L’ennesima bocciatura – dice il capogruppo alla Regione, Rocco Palese – era prevista e prevedibile. Che l’acqua sia un bene pubblico è sacrosanto. Per sancire questo principio non occorreva cambiare la natura giuridica dell’Acquedotto».

Quindi il senatore Pdl, Luigi D’Ambrosio Lettieri, il quale chiede al governo Vendola un’immediata riflessione su come affrontare alcuni effetti della sentenza che si ripercuoteranno soprattutto sulla gestione del personale transitato dalla vecchia società (Acquedotto pugliese spa) all’azienda pubblica regionale (Aqp) senza concorso». In ultimo il vicecoordinatore regionale Pdl, Antonio Distato, il quale chiarisce: «Ora non si può che tornare a far riferimento alla normativa esistente (nazionale e europea), restituendo ai Comuni il ruolo strategico che compete loro, a partire dalla individuazione del soggetto gestore e alla predisposizione dello schema di convenzione per la regolazione dei rapporti tra Autorità idrica e soggetto Gestore del servizio idrico integrato».


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