The news is by your side.

Processo Medioevo udienza n.5/ “4.800euro ogni sei mesi” Così si facevano pagare i boss

14

"Per non perdere i miei clienti ci mettemmo d’accordo. Davo a Notarangelo e Raduano 4.800 euro ogni sei mesi".

 La voce è quella di Vincenzo Troia, imprenditore nel settore giochi e videogiochi di Vieste e parte offesa nel "Processo Medioevo" che vede imputati Angelo Notarangelo e Marco Raduano assieme ad altre cinque persone. Tutti sono accusati, a vario titolo, di ricettazione ed estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Troia è anche indirettamente imparentato con l’imputato Marco Raduano, nonostante durante l’udienza di ieri abbia evidenziato più volte quanto rinneghi il legame. Legame che però è stato poi ripreso dalla difesa durante il contro esame, quando ha mostrato al Tribunale le fotografie di Troia al matrimonio di Raduano. Matrimonio avvenuto nel maggio 2010, proprio nel periodo in cui Troia ha confermato di essere stato sotto estorsione dello stesso Raduano. Ieri Vincenzo Troia è stato sentito come teste e, accompagnato dalle domande del pm Giuseppe Gatti, ha ribadito tutte le accuse nei confronti dei due principali imputati ripetendo più volte di aver versato per quasi due anni una somma pari a 800 euro al mese a titolo esclusivamente estorsivo. E’ il processo antiracker, nato dal blitz messo a segno il 14 aprile dello scorso anno. Quel giorno i carabinieri, coordinati dalla procura antimafia di Bari, arrestarono sette persone accusate di obbligare gli imprenditori turistici a pagare il "pizzo" alla fine della stagione estiva e ad assumere guardiani a loro affiliati per il servizio di sorveglianza. Sotto processo, oltre ad Angelo Notarangelo e Marco Raduano che sono in carcere, ci sono: Domenico Colangelo, anche lui in carcere, Giuseppe Germinelli, Giambattista Notarangelo, Giampiero Vescera e Liberantonio Azzarone e Pietro Papagni, a cui invece sono stati concessi gli arresti domiciliari. Davanti al presidente della Federazione Nazionale antiracket Tano Grasso, che ha assistito per la terza volta alle udienze, Vincenzo Troia ha risposto alle domande per più di tre ore. "Vennero a trovarmi nella primavera del 2008 tutti e due insieme, Angelo Notarangelo e Marco Raduano – ha esordito il teste, Troia –Mi dissero che volevano installare delle slot machine nei locali del paese. Io risposi che per me non c’erano problemi, ma pensai subito all’estorsione perchè quale concorrente viene ad avvertirti che vuole proporre agli acquirenti il tuo stesso prodotto? Lo fa e basta. Qualche giorno dopo mi chiamarono diversi miei clienti dicendomi di aver ricevuto la visita di Notarangelo e Raduano i quali volevano installare slot machine nei loro locali. Ovviamente loro conoscevano la fama di malavitosi dei due e mi chiesero di risolvere il problema, altrimenti non avrebbero più noleggiato le macchinette neanche da me. Erano trai miei maggiori clienti e da loro guadagnavo circa 7mila euro al mese. Fui costretto a rintracciare Notarangelo e per evitare che entrassero nel giro gli feci un’offerta, ossia quella di dargli una parte del denaro proveniente dai miei guadagni". Alla proposta di Troia, stando ai racconti del teste, Notarangelo e Raduano avrebbero risposto: "Si, ma non te ne uscire con pochi soldi. Fai conto che metti un guardiano e stai tranquillo, tanto pagheranno tutti a Vieste". Dopo qualche giorno Troia e i due si sarebbero incontrati per pattuire la cifra: "Due o tre giorni dopo ci incontrammo e proposi loro la cifra di 800 euro al mese e il pagamento semestrale- ha raccontato Troia – .Loro volevano di più, ma alla fine accettarono". Troia, durante la deposizione ha rilevato di aver scelto di pagare in modo da non perdere i suoi clienti fidati. La scelta di pagare però non avrebbe comun-que impedito a Notarangelo e Raduano di danneggiare l’imprenditore. "A settembre, alla scadenza dei primi sei mesi, mi fu rubato un camion – ha raccontato l’imprenditore –
Pensai subito a Notarangelo e al fatto che non avessi ancora pagato. Lo cercai per chiedergli del camion. Mi rispose che era normale che mi succedessero certe cose se non pagavo. Gli promisi che lo avrei fatto e dopo due giorni ritrovai il camion. Due giorni dopo andai a casa sua e gli consegnai
una busta con 4800 euro in contanti". Sei mesi dopo accadde un episodio simile. Dopo l’incendio di
una sua roulotte l’imprenditore ricevette la visita di Raduano e Notarangelo al quale versò altri 4800
euro. "Erano segnali. Capii che dovevo pagare. La seconda volta vennero loro nel mio magazzino a ritirare i soldi". Stesso discorso per la terza rata. Fino al periodo in cui poi Angelo Notarangelo si da alla latitanza perchè ricercato dalle forze dell’ ordine. In quel periodo Troia si tranquillizza e spera anche che tutto fosse finito. Ma si sbagliava. "Non pagai la quarta rata perchè sapevo che Notarangelo era latitante – ha raccontato in Corte d’Assise il teste – ma poi venne a cercarmi Raduano e mi chiese i soldi dicendomi che servivano per pagare l’avvocato di Notarangelo. Gli dissi che non ne avevo e lui rispose che almeno la metà dovevo dargliela. Non pagai e in quel periodo subii due pesanti furti e un incendio di tre mezzi e di una parte del mio capannone, dove tra l’altro quella notte stavo dormendo. Fortunatamente me ne sono accorto in tempo. Un danno da almeno 60-70mila euro". A luglio 2011 Troia decide di denunciare tutto. "Mi confidavo molto con Pino Vescera (il cognato e imprenditore turistico titolare del Ristorante "Scialì" andato completamente distrutto nel febbraio 2011. Vesceraè stato teste alla precedente udienza, ndr) e grazie a lui e all’ associazione antiracket ho trovato il coraggio di farlo – ha raccontato Troia -.Se non l’ho fatto prima è perchè avevo paura per me e per la mia famiglia. Andai alla Dda di Bari a parlare con Gatti".
Il processo si fa sempre più caldo. Giovedì prossimo si torna in aula e stavolta sarà il turno di due ufficiali di Polizia Giudiziaria.

Luca Preziusi
L’Attacco


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright