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Vieste – Com’era bello “Il mio paese”

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Dalle danze folkloristiche al palcoscenico, continuano a riscuotere successi i giovani viestani della compagnia “Pizzeche e muzzeche” andati in scena domenica sera con “Il mio paese”, alla loro prima esperienza teatrale.

La commedia, tutta rigorosamente recitata in dialetto, ha voluto rappresentare uno spaccato tipico della vita di un passato nemmeno poi tanto lontano, fatta di ragazzi riversati nelle strade a giocare allo schiaffo del soldato con le donne che li rimproveravano per la troppa caciara, del passaggio di raccoglitori di avanzi di olio e conserve, o di capelli, necessari per realizzare il sapone o le parrucche molto in voga tra le donne, dando in cambio aghi per il ricamo o piccoli utensili. Ma c’era anche il giovane disoccupato che preparava il discorso da fare all’assessore comunale per chiedergli un posto di lavoro, e chi, arresosi alla disoccupazione, era costretto a preparare la valigia e a prendere la via per l’America.

L’anima della commedia (scritta e diretta dal prof. Pietro Salcuni) sta tutta nella vicenda amorosa tra Tonino e Giuseppina, nata da un fugace e furtivo incrocio di sguardi al termine della messa della domenica mattina e culminata nella festa di fidanzamento. Ma per poter giungere al lieto fine è stata necessaria l’intercessione della sensale del paese (“tutti i matrimoni che ho organizzato io sono andati a buon fine tranne uno, il mio”) che ha portato ‘l’ambasciata’ a casa di lei; incassato l’assenso dei genitori, rilasciato analizzando la nomea dei parenti dello spasimante e i loro possedimenti, Tonino ha finalmente potuto chiedere la mano di Giuseppina dedicandole una struggente serenata. Ma solo dopo che i genitori hanno messo in tavola le rispettive doti si è potuto dare il via ai festeggiamenti, fatti di tarantelle e quadriglie.

Non una parola di italiano, si diceva, ma tutta la commedia è stata recitata in dialetto, attingendo dai proverbi della saggezza popolare (sempre preceduti da “accom dicevn l’antic”) o dai testi delle canzoni di quel tempo, prima declamati e poi cantati, (e suonati) rigorosamente dal vivo. Ma è stata l’occasione per riprendere termini ormai ricoperti di polvere, sconosciuti a tanti spettatori che hanno riempito l’auditorium della scuola media “don Antonio Spalatro”: espressioni sbigottite hanno accompagnato l’esortazione “v’triam’cj!” detta dalla mamma alle tre figlie all’uscita dalla chiesa, mentre in tanti si chiedevano cosa fosse “u rattapplà” citato durante la spartizione della dote.

E’ un vero peccato che questa rappresentazione non preveda delle repliche, visto il successo riscosso e il passaparola che ne ha fatto seguito; sarebbe auspicabile un ripensamento da parte degli organizzatori che porti ad una seconda salita sul palco, magari nelle immediate vicinanze della festa di Santa Maria di Merino quando c’è il ritorno a casa di tanti emigrati.

Sandro Siena


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