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Vieste/ Iniziati i lavori di restauro della Chiesa di S. Giuseppe Operaio

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Nell’ultima settimana di aprile, la Chiesa di S. Giuseppe Operaio di Vieste è stata transennata con alti pannelli di cantiere. Montati i ponteggi sono iniziati i “lavori di restauro conservativo e risanamento statico della chiesa”. Committente: Archidiocesi di Manfredonia – Vieste – S. Giovanni Rotondo. Impegno di spesa previsto: Euro 704.561,06 (eurosettecentoquattromilacinquecentosessantuno/06). Progetto e direzione dei lavori a cura del Dott. Ing. Antonio Scocco. “Intervento edilizio – si legge ancora sul cartellone – realizzato con il contributo 8 per 1000 –

 

 La Grande Chiesa, come la chiamò l’ideatore don Luigi Fasanella, non ha retto all’avventura
di quel progetto del dopoguerra. Oggi è morente come un capannone di opificio abbandonato
popolata da graffitisti e da animate ombre notturne

Una suburra in mezzo alla città

E fu l’Oratorio. Ma non immediatamente come la luce voluta dall’Onnipotente, né “subito” come la “sera” di Salvatore Quasimodo, nella sua analisi esistenziale del tempo. Al contrario, ebbe tempi lunghi quell’Istituto, e la sua vita ha santificato la vita di un povero prete. Nato a Peschici nel 1911, Luigi, dalla mamma, analfabeta ma molto timorata di Dio, imparò presto a recitare orazioni, in chiesa e in casa; costruiva altarini dappertutto da bambino e quando usciva per andare a giocare, faceva i “predicozzi” agli amichetti. L’educazione di quel figlio doveva sembrare così naturale, che neanche il padre, Geremia Fasanella, guardia giurata del conte Luigi Forquet, si oppose quando, dopo la terza elementare, «si pensò in famiglia di chiudere il fanciullo nel Collegio Serafico dei Padri Cappuccini di Vico del Gargano». Scrive proprio così Don Luigi Fasanella nelle sue memorie, o confessioni, amare, affidate a un libretto del dicembre 1988, intitolato La Parrocchia di S. Giuseppe operaio in Vieste narra la sua storia. Non sopportando il rigore dei Padri cappuccini, e seguendo l’esempio di un suo coetaneo di Vieste, Domenico Desimio, il ragazzetto, dopo pochi anni, lasciò il convento ed entrò in seminario, per uscirne soltanto nel 1938, al completamento degli studi, quando fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Vieste, dove, nel frattempo, si era trasferita la sua famiglia per motivi di lavoro. Dopo i primi impegni di natura istituzionale, di tutore e di docente, in vari seminari, tormentato anche da una salute malferma, il giovane prete dà inizio, qui, a Vieste, alla sua «storia sofferta» anche se «vissuta con amore e con illimitata fiducia in Dio e nella protezione di S. Giuseppe». Ai traguardi pastorali arrivava sempre secondo. Nel 1942, per esempio, dopo aver lavorato per più di due anni alla preparazione della nuova parrocchia del SS. Sacramento, «la nomina di primo parroco fu recapitata al Sac. don Domenico Desimio…». Quella lontana, cocente delusione, ancora viva nei puntini sospensivi del testo, si aggiunge al dolore dell’esilio volontario nella «natia Peschici», alla soglia degli ottanta anni, in seguito al «riposo» forzato «per disposizione della Chiesa». Uomo turbato e inquieto, senza una parrocchia, Don Luigi si dedicò con tutte le sue energie all’evangelizzazione interparrocchiale della gioventù, in campo maschile e in campo femminile, con l’intento, soprattutto, di fornire ai giovani, attraverso l’associazionismo cattolico, l’istruzione professionale per l’immissione nelle attività lavorative. Nel dopoguerra, si occupò, a tempo pieno, della GIAC e delle ACLI, sperimentando sul campo la teologia del lavoro, o più semplicemente, la dottrina sociale della Chiesa, interpretata in quegli anni, non sempre in ortodossia con la Democrazia Cristiana, dai cosiddetti “professorini”, tra cui spiccavano i nomi di Giuseppe Dossetti e di Amintore Fanfani. Il sacerdote aveva frequentazioni ecclesiastiche e politiche, anche ad altissimo livello, ma non ne menava vanto. Il “silenzio”, la “preghiera”, il “lavoro”, e la “povertà”, per riprendere le parole chiave di un’Associazione di Dossetti, forse hanno guidato anche il Fasanella, a cominciare dalle sue peregrinazioni per le diocesi di mezza Italia, per imparare il mestiere di pedagogista e di operatore sociale. Resasi inadeguata la vecchia sede delle adunanze di Vieste, Don Luigi cominciò a sognare un Oratorio. Voleva costruirlo lui, però, e in un posto che piaceva a lui. E a lui piaceva un’area sabbiosa, su cui c’era ancora qualche vitigno, alla periferia del paese. Tentò la carta il nostro prete, si presentò al proprietario e gli espose i piani di una Casa per la Gioventù. La Provvidenza e i coniugi Don Biasino e Donna Bettina Mafrolla fecero il resto. «Domani, alle dieci – gli dissero – fatevi trovare sul luogo, verremo anche noi due e vedremo cosa sarà possibile fare». Era l’Anno Santo del 1950. Sul muro dell’Oratorio, oggi, c’è una targa che ricorda la donazione e il benefattore. «Malgrado l’isolamento, la povertà dei mezzi e la presenza bieca di avversari occulti e palesi», i lavori iniziarono e andarono avanti con le oblazioni e i cantieri-scuola, previsti dalle leggi dell’epoca. Tra il 1951 e 1960, grazie anche ad acquisti di suoli confinanti, fu portato a termine non solo l’Oratorio, ma anche il Palazzo delle Opere Sociali, dotati entrambi di campi da gioco. In quegli edifici trovarono posto le Associazioni cattoliche, le Scuole di dottrina e de Corsi professionali, la Scuola Materna, le Colonie estive per i bambini, e una sala cinematografica parrocchiale, attiva già nel 1954. Cresciuta la città lungo il centralissimo Viale XXIV Maggio, don Luigi, che aveva lì il suo Oratorio, intravide la concreta possibilità di una nuova parrocchia, della sua parrocchia. Su consiglio e promessa di aiuto da parte del sottosegretario ai Lavori Pubblici Vincenzo Russo, il sacerdote precorse i tempi, progettò e diede inizio ai lavori, sul suolo ancora disponibile, di un’opera in cemento armato, dal nome convenzionale Sala di Riunione, capace di mille posti a sedere. La fabbrica, spropositata, anonima e senza un’anima architettonica, addossata a civili abitazioni appena costruite, si rivelò subito, dal punto di vista urbanistico, quello che oggi si chiamerebbe un ecomostro. L’edificio si fermò a mezza via nell’estate 1964, dopo diciotto mesi di cantieri, ufficialmente per mancanza di fondi. La costruzione, ripresa nel 1968, adattata a edificio sacro, fu portata a termine nel 1970 come la Chiesa della Parrocchia di S. Giuseppe Operaio, istituita già da quattro anni. Era il coronamento del sogno di quell’uomo. «Quest’angolo nascosto e silenzioso di Vieste», secondo le parole dell’anziano religioso, il 10 gennaio 1988 passò «nel possesso di don Giorgio Trotta», insieme alla raccomandazione di prestare molta cura alla Scuola Materna. Psicologicamente provato e in sofferenza, don Fasanella non accettò mai lo status di pensionato, e si lasciò scappare, in quelle confessioni, la domanda sui fondamenti: «Ma non ero sacerdote in eterno?». Morì dove era nato nel 1998, due anni dopo il ritiro di don Giorgio in Terra Santa, e quando, ormai, la sua amata Scuola Materna era chiusa perché non riuniva i requisiti richiesti da una scuola dell’infanzia. Di lì a qualche anno ancora, cominciava il declino di tutta l’Opera sorta intorno all’Oratorio. La Grande Chiesa, come la chiamò don Luigi, non ha retto all’avventura di quel progetto ed è morente come un capannone di opificio abbandonato. Le funzioni religiose si tengono in quella che fu la sala cinematografica parrocchiale, e l’angolo nascosto e silenzioso di Vieste, per queste sue peculiari caratteristiche è diventato una suburra, popolata da graffitisti e da animate ombre notturne, naufragati, fra tanta bruttezza, nell’affannosa ricerca del senso della vita, sull’orlo dell’abisso. Le Autorità civili e ecclesiastiche, che sicuramente furono inadempienti negli anni Sessanta del Novecento, sono chiamate, oggi, a un atto di coraggio, a decretare la demolizione del capannone, pericolante ma ancora in piedi. Solo così si sanerebbe il vulnus all’arte e alla scienza delle costruzioni, a vantaggio della cultura moderna, in architettura come nella riqualificazione urbanistica di tutta l’area. Ciò fatto, l’architetto potrebbe disegnare una chiesa di più ridotta volumetria, distanziandola il più possibile dalle civili abitazioni, e facendo ruotare la fabbrica di 180 gradi rispetto all’orientamento attuale. La nuova Chiesa, così pensata, oltre al respiro lungo dell’artista, avrebbe la facciata principale sulla piazzetta su cui si affacciano la Scuola Primaria e la Scuola Materna di Stato, di recente intitolate proprio a Don Luigi Fasanella.

Giovanni Masi
Gargano Nuovo


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