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Siena/ “Incontro culturale nel Chianti”: La Vieste ai tempi di Omero

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Il bozzetto pittorico intitolato:“Ulisse, l’eterno Navigatore, in cerca di virtude e conoscenza", è il mio studio per una scultura di grandi dimensioni che intendo dedicare alla città di Vieste  (dove è in corso di completamento un bellissimo porto turistico in pietra bianca, come le smaglianti candide rupi che la cingono, cantate e descritte da scrittori, poeti e storici dell’antichità).

La mia recente lettura "Vieste, luce eterna, patria di Omero”, di Giuseppe Calderisi, cittadino viestano, ha rafforzato in me l’idea che per ragioni anche storiche, questa scultura sarebbe proprio adatta al porto di Vieste.
Calderisi ha raccolto (per noi) centinaia di testimonianze, caparbiamente menzionate nella bibliografia, firmate, potremmo dire "griffate" da nomi famosi di storici dell’antichità, quali Plinio, Erodoto, Stradone, Tolomeo (cartografo e geografo), Polibio, Virgilio, Giannone, Masanotti, fino al Bacco, Petrucci, al Ferri (archeologo), a Tunzi, Mazzei, al professor Siena, altro studioso contemporaneo dell’antica Uria. Tali studiosi – chi per un verso chi per un altro, alludono o affermano o dimostrano che la città di Uria (pre-romana) si trovava esattamente ove oggi è situata Vieste (sulla base delle coordinate di Tolomeo, come ha mostrato il prof. Siena). Vieste, inoltre, ha ciò che non hanno altre cittadine garganiche pretendenti  al trono di Uria, possiede – sotto l’attuale abitato – una città romana, che ha fatto capolino di quando in quando durante scavi per nuove costruzioni del dopoguerra ma, possiamo dire, di sempre (come è successo per l’antica Canusium). Le città romane sulle coste pugliesi erano sopravvenute all’egemonia politica commerciale e artistica della civiltà greca, ecco perché la stratificazione è sempre la stessa. Le scorribande civilissime dei micenei sulle coste pugliesi (in pieno secolo XVIII a.c.) hanno lasciato migliaia di reperti, tra cui tombe, monete, ceramiche, templi e miti religiosi. Catullo dice, ad esempio:" Uria era là ove si venerava la Venere Sosandra." Nell’isolotto del faro di Vieste vi sono incisioni invocatorie verso Venere Sosandra in messapico, greco e poi latino. Le migrazioni greche verso le nostre coste storicamente furono accentuate dalla invasione dorica, un popolo nordico dolicocefalo, biondo, alto e dagli occhi chiari. Il professor Giuseppe Calderisi lancia l’ipotesi che fra gli esuli vi fosse anche un uomo illustre: Omero. La sua ipotesi è  dimostrata dalla identità dei luoghi descritti nell’Iliade e nell’ Odissea che corrispondono a luoghi viestani. La sua ipotesi è accettabilissima se pensiamo che anche i popoli nordici rivendicano Ulisse come proprio eroe spinto in una migrazione, dovuta al repentino raffreddamento della patria (nelle cui coste vi sono le isole Diomedee tra cui una chiamata ancora oggi Troiya) verso il nord della Grecia navigando il fiume Dnepr. Vi è anche un bassorilievo raffigurante Ulisse in abiti e vascello vichinghi. Quindi che Omero (l’esule) abbia poi raccolto le antichissime gesta tramandate fino ai suoi tempi solo oralmente, in veri e propri scritti , ambientandoli nella antica Uria, grembo accogliente per i profughi di varie ondate migratorie, non deve meravigliare nessuno. Certo è che la situazione astronomica del cielo viestano corrisponde esattamente alla descrizione del cielo della Troia omerica: sole che sorge a destra sul mare e tramonta sempre sul mare a occidente. Mentre studiando la situazione sulla collina di Hissarlik, il sole non sorge dal mare. Ma tanti altri particolari vanno letti e degustati direttamente nei libri di Calderisi. Certo è che chi li ha letti vede Vieste sotto un’altra luce, con i suoi occhi di cittadino Viestano innamorato della sua città: la luminosa, la sperduta, la divina. La sua luce infatti non si perde mai dall’alba al tramonto, moltiplicandosi sul mare in mille e mille diamanti, in una giornata lunghissima che sembra non finire mai.

Lidia Croce


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