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Vieste/ I mafiosi sfidano con le fiamme l’Antiracket

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Grasso: “nel processo Medioevo la prova è la testimonianza. Non bisogna abbassare la guardia. Non si fa quest’attentato per intimidire ai fini di un’estorsione, come siamo abituati. Questo è un attentato che colpisce e prova a intimidire l’associazione Antiracket di Vieste”.

 

 La mafia lancia un segnale agli imprenditori che hanno deciso di alzare la testa. Non ha dubbi Tano Grasso. Dietro l’atto incendiario di Vieste c’è la malavita del processo Me­dioevo. Alle prime luci dell’al­ba di domenica veniva data al­le fiamme l’auto di Vittoria Ve­scera, membro dell’associa­zione Antiracket Vieste e ieri mattina il presidente onorario della Federazione delle Asso­ciazioni Antiracket Italiane ha raggiunto Vieste per incontra­re gli imprenditori turistici nella sede del Consorzio Gar­gano Mare. "La prima cosa che bisogna avere presente è que­sta. Questo non è un attentato rivolto a un cittadino di Vieste o a un imprenditore di Vieste. Non si fa quest’attentato per intimidire ai fini di un’estor­sione, come siamo abituati o per rappresaglia. Questo è attentato che colpisce e prova a intimidire l’associazione An­tiracket di Vieste. Capite bene, dunque – ha detto Grasso, ri­volgendosi agli imprenditori e associali che hanno parteci­pato alla riunione convocata con urgenza – la differenza che passa. Una cosa è intimidire un singolo imprenditore, un conto intimidire una struttura come la nostra, paraistituzio­nale". Nel delicato momento in cui gli imprenditori turistici di Vieste rendono la propria te­stimonianza nelle aule di giu­stizia si verificano episodi in­cendiari con chiaro intento in­timidatorio. Nei giorni scorsi, infatti, era stata data alle fiamme l’auto, una Nissan Micra, del fratello di Pino Vescera, proprietario dell’Oasi e dello Scialì andato a fuoco per ven­detta. Poi domenica scorsa in via Matteotti è stata incendia­ta la Citroen 107 di proprietà di Vittoria Vescera, ex presiden­te del Consorzio Gargano Ma­re e attuale componente del­l’Associazione Antiracket Vie­ste. L’incendio avvenuto alle prime luci dell’alba, ha inte­ressato la parte anteriore del veicolo, come riferiscono dalla tenenza dei Carabinieri che stanno conducendo le in­dagini e al momento ci sono varie ipotesi, ma non si può escludere il legame tra quanto accaduto e il processo in cor­so. Si è celebrata a gennaio scorso la prima udienza del processo antiracket, nato dal blitz messo a segnio il 14 aprile dello scorso anno, quando i Carabinieri, coordinati dalla procura antimafia di Bari, arrestarono sette persone ac­cusate di obbligare gli impren­ditori turistici a pagare il pizzo alla fine della stagione estiva e ad assumere guardiani a loro affiliati per il servizio di sorveglianza. Sotto processo, oltre ad Angelo Notarangelo e Mar­co Raduano che sono in carce­re, ci sono Giambattista Nota­rangelo, anche lui in carcere, Domenico Còlangelo, Giu­seppe Germinelli, Giam­battista N otarangelo, Giampiero Vescera e Liberan­tonto Azzarone, a cui invece sono stati concessigli arresti domiciliari, e Pietro Papagni per il quale il processo si sta ce­lebrando in contumacia. In quell’occasione la città di Vie­ste accorse in massa al Palazzo di Giustizia di Foggia, per ma­nifestare vicinanza agli im­prenditori vittima delle estor­sioni. Nell’incontro di ieri mattina c’erano tutti i testimoni del processo che "non è co­me tutti gli altri processi". Ci ha tenuto a sottolinearlo Tano Grasso. "Si tratta di un proces­so non facile, basato quasi del tutto su testimonianze dirette, sulla parola degli imprendito­ri che vanno a testimoniare. La prova è la testimonianza. Non ci sono intercettazioni telefo­niche e ambientali, né pedinamenti. Questo fatto inevitabil­mente amplifica il ruolo del­l’associazione. Si colpisce l’as­sociazione perché la macchina appartiene a un dirigente della nostra associazione. C’e­rano più macchine lì collocate quella notte. Chi è responsabi­le dell’attentato ha scelto pro­prio la macchina di un dirigen­te della nostra associazione. Il significato è inequivocabile, purtroppo". L’atto incendia­rio, il segnale lanciato agli as­sociati, non coglie impreparati gli imprenditori che hanno detto no al pizzo. Se l’aspetta­vano. L’avevano messo in con­to. L’episodio grave accaduto a una loro collega li avvicina ancor di più e li rende ancor più compatti nella battaglia ai signori del racket. "Il fatto che siamo qui -l’incoraggiamento rivolto agli associati riuniti nella mattinata di ieri – non de­ve attenuare la forza che abbiamo. Dobbiamo stare tutti tranquilli, non c’è ragione di mollare. Il fatto che questa mattina, subito, abbiamo vo­luto tenere questa riunione – ha detto – è per fare in modo che si percepisse immediata­mente un segno di risposta. La cosa che richiederemo e riven­dicheremo con molta forza -ha continuato il presidente della Federazione delle Asso­ciazione Antiracket Italiane – è che qui non è consentito un abbassamento di attenzione della presenza istituzionale. C’è bisogno di un forte poten­ziamento dell’attività investi­gativa. Sappiamo tutti molto bene che il processo è un pas­saggio importantissimo ma comunque non è di per sé un passaggio risolutivo. Il proces­so individua un pezzo, sicura­mente il più importante, della realtà di Vieste, ma serve il rafforzamento dell’attività in­vestigativa". Da parte sua Tano Grasso, si è assunto l’impegno a fissare al più presto un in­contro col Ministero degli In­terni.

Roberta Fiorenti

l’Attacco


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