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13° Udienza processo Medioevo/ “Pagavamo per la guardia in casa”

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Stando alla deposizioni sono affiorati elementi che avvalorano la tesi dell’esistenza di un “pizzo” anche per la “guardia” alle case.

 

 "Abbiamo pagato 50 euro al me­se per cinque anni perché aveva­mo paura e 5mila euro per riavere gli infissi che ci avevano rubato". I protagonisti cambiano. Il Pro­cesso Medioevo va avanti, e dall’udienza di giovedì sono emersi nuovi dettagli che riguardano uno degli imputati che finora era rimasto nell’ombra e quasi mai era stati citato, ossia Gianbatti­sta Notarangelo. Per di più non si è parlato di estorsioni ad atti­vità commerciali o’ turistiche, ma, stando alle deposizioni dei tre teste, sono affiorati elementi che avvalorano la tesi dell’esi­stenza di un "pizzo" anche per il servizio di guardiania degli ap­partamenti. "La notte stessa che ci furono consegnate le chiavi della nostra nuova casa in cam­pagna subimmo il furto di tutti gli infissi. Ci rivolgemmo al co­struttore. Dopo qualche giorno ci disse che per riaverli ci voleva­no 5mila euro. Pagammo e il mattino dopo i nostri infissi era­no di nuovo alloro posto. Erano stati rimontati durante la notte. Da allora ingaggiammo Nota­rangelo sotto consiglio del co­struttore Piero Papagni". Sono le parole di Nadia Di Marzio, do­cente di Vieste che ha deposto, assieme al marito e al fratello, nell’ultima udienza, come teste e parte offesa in quello che è or­mai noto come "Processo Me­dioevo". Procedimento che prende il nome dell’operazione che portò all’ arresto degli attua­li imputati, ossia Angelo Nota­rangelo e Marco Raduano, as­sieme ad altri cinque, tutti accu­sati, a vario titolo, di ricettazione ed estorsione aggravata dalle modalità mafiose. E’ il processo antiracket, nato dal blitz messo a segno il 14 aprile dello scorso anno. Quel giorno i carabinieri, coordinati dalla procura antimafia di Bari, arrestarono sette persone accusate di obbligare gli imprenditori turistici a pagare il pizzo alla fine della stagione estiva e ad assumere guardiani a loro affiliati per il servizio di sorveglianza. Sotto processo, oltre ad Angelo Notarangelo e Marco Raduano che sono in carcere, ci sono: Gianbattista Notarangelo, anche lui in carcere, Domenico Colangelo, Giuseppe Ger­minelli, Giampiero Vescera e Liberantonio Azzarone, a cui invece sono stati concessi gli arresti domiciliari e Pietro Papagni per cui il processo si è celebrato in contumacia fino a giovedì, quando per la prima volta è com­parso in aula anche lui. L’udienza fiume di giovedì si è concentrata tutta su episodi relativi a Gianbattista Notarangelo e Pietro Papagni e ad un gi­ro di servizi di guardiania imposta dal primo. "Prima di subire il furto de­gli infissi, il costruttore (Papagni, accusato di concorso in estorsione, ndr) ci aveva presentato Gianbattista Notarangelo e ci aveva consigliato di metterlo come guardiano. Lo stesso Notarangelo ci disse che era lui il re­ferente della zona e che li tutti lo pagavano (si sono fatti i nomi dei titolari di una pasticceria e di una farmacia, entrambe a Vieste, ndr). Io e mio ma­rito ci consultammo e decidemmo di farne a meno. Appena abbiamo avu­to in consegna la casa, la notte stessa abbiamo subito il furto. A quel pun­to abbiamo contattato il costruttore, Piero Papagni, per chiedere aiuto e lui ci ha risposto che ci avrebbe fatto sapere. L’impressione che abbiamo avuto è che non volesse immischiarsi in questa situazione, ma dopo qual­che giorno ci ha riferito che ci volevano 5mila euro per riavere indietro gli infissi, e che avremmo dovuto fare presto perché altrimenti sarebbero sta­ti venduti fuori Vieste. Abbiamo pagato in contanti. Abbiamo dato i soldi a Papagni Non possiamo esserne certi, ma abbiamo pensato che quel fur­to fosse legato al fatto che avevamo deciso di non affidare la guardiania a Notarangelo e quindi, dopo quella vicenda, lo abbiamo contattato e abbiamo pattuito una cifra di 50 euro al mese che abbiamo versa­to regolarmente per cinque an­ni, dal 2002 al 2007". "Tutti san­no a Vieste che Angelo Notaran­gelo è il boss e che la sua famiglia è molto pericolosa – ha invece tuonato in aula il fratello della professoressa, Maurizio Di Marzio, vigile urbano, scuoten­do visibilmente anche i parenti dei Notarangelo presenti tra gli spalti – Abbiamo vissuto annidi terrore. Siamo andati ad abitare in campagna per stare tranquilli e invece ci hanno rovinato la vi­ta". Più telecomandata la depo­sizione del vigile urbano, che ha deposto per più di due ore, rac­contando in sostanza le stesse realtà riferite dalla sorella e di aver iniziato a pagare anche lui "appena è stata finita la mia ca­sa. Una domenica tornammo a casa e trovai la finestra aperta e il finecorsa del cancello divelto e ho capito che era arrivato anche per me il momento di pagare – ha dichiarato Di Marzio davanti al tribunale – .Non volevo avere niente a che fare con Notarange­lo e incaricai mio cognato di ver­sare anche la mia quota. Poi, però, in più occasioni, io stesso ho dato i soldi direttamente nelle mani di Notarangelo. Ogni due o tre mesi lo pagavamo". Tutto questo per 5 anni, fino al luglio del 2007, quando in casa della professoressa e del marito avviene un altro furto. "Subim­mo un altro furto nel 2007 dopo che per cinque anni avevamo pagato regolarmente i 50 euro­ pattuiti – ha raccontato Nadia Di Marzo in aula – .Appena subito il furto ci siamo rivolti a Notarangelo il quale si giustificò dicendo che d’estate c’erano un sacco di napoletani e non si capiva niente. Decidemmo di chiudere i rapporti con lui e mettere una vigilanza pri­vata". Notarangelo, stando ai racconti del fratello della docente, che inve­ce ha continuato a pagare per altri due anni, non la prese bene. "Nel gen­naio del 2009 subii anche io un furto in casa e mi rivolsi a Giambattista No­tarangelo che riuscì a farmi riavere la refurtiva. Gli diedi 100 euro per il fa­stidio. Poi per sei mesi non pagai e iniziarono le tensioni. Un giorno ritro­vai una gallina morta davanti al cancello di casa mia, poi serpenti e topi morti. Allora a giugno decisi di affrontarlo. Gli dissi che gli avrei pagato quei sei mesi di arretrato ma poi avrei interrotto i rapporti con lui. Mi rispose che non sapeva con chi aveva a che fare, che non sapeva chi era la sua fa­miglia e che loro la gente l’ammazzavano e aggiunse di farlo sapere anche a mio cognato che ormai non pagava più da due anni". Il vigile urbano,che oltre ad essere teste è anche pubblico ufficiale, quindi tenuto più degli al­tri a denunciare gli episodi di cui è stato vittima e altri episodi di abusivi­smo edilizio sul quale avrebbe deciso di chiudere un occhio per non ave­re guai, è sembrato decisamente sconvolto in aula. Nonostante non abbia mai ceduto e non sia crollato neanche davanti alle domande della difesa (anche se alcune volte la sua ironia è sembrata fuori luogo), che hanno giustamente sottolineato il fatto che le sue denunce sono iniziate sette anni dopo i fatti, la sua testimonianza potrebbe essere contestata proprio per il suo ruolo di pubblico ufficiale che ricopre a Vieste. Va tenuto conto però il clima di terrore che la famiglia Di Marzio ha descritto durante le deposi­zioni di giovedì, a cui va aggiunta anche quella del marito della docente. Cli­ma che rappresenta un deterrente sul quale la malavita sa di poter conta­re da sempre. Invece, seppur in ritardo, il vaso sembra si stia scoper­chiando. Il processo, finora, si è basato tutto sui teste dell’accusa. Quan­do toccherà alla difesa il quadro sarà più chiaro anche al Tribunale, pre­sieduto dal sublime giudice napoletano, Antonio Palumbo.
Ora per il Processo Medioevo si è deciso di correre: da ora 2 udienze a settimana. Come richiesto mesi fa dalle difese si scorre velocemente. Ogni martedì e giovedì in aula. La cadenza delle udienze dettata dal giudice Pa­lumbo sta affrettando decisamente i tempi del processo, anche per volere delle difese che lo avevano espressamente richiesto nei mesi scorsi. Da gennaio sono già 14 le sessioni e nel me­se di giugno ce ne saranno addirittura due ogni set­timana.

Luca Preziusi
L’Attacco


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