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«Troppi 60 consiglieri per la Puglia»

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Il Governo impugna il recente statuto regionale. Il taglio precedente non basta:«Dovete scendere a 50».

 

 Un’altra legge della Puglia impugnata dal Consiglio dei ministri. Nulla di inedito – verrebbe da dire – considerata la lunga teoria di normative pugliesi finite prima sotto l’osservazione del governo e poi sotto il giudizio della Corte costituzionale (con alterne fortune). Nulla di nuovo, se non fosse che questa volta è stata impugnata la recente riforma dello Statuto regionale, nella parte in cui fa scendere il numero dei consiglieri regionali da 70 a 60. Per il governo non basta, occorre prevederne cinquanta.
Il numero non è casuale: è quello fissato dal decreto legge 138 convertito nella legge statale 148 del 2011 (è la cosiddetta manovra estiva dell’ex ministro Giulio Tremonti). Ebbene, l’articolo 14, per ragioni di contenimento della spesa, fissava il parametro della popolazione quale misura per la determinazione dei consiglieri regionali: ne spettano 50 alle Regioni, come la Puglia, con popolazione inferiore ai 6 milioni di abitanti. Una cura dimagrante che vale per tutte e mira a contenere i costi della politica. Il consiglio regionale pugliese, al termine di un percorso politicamente tormentato, ha votato definitivamente la riforma l’11 maggio scorso: 47 voti a favore su 48 presenti. L’assemblea — sulla base di ragionamenti politici e giuridici – decise di non attenersi alle previsioni della norma statale perché ritenne che quella disposizione invadesse le competenze regionali. E che non spettasse allo Stato legiferare sulla composizione del Consiglio regionale. Il governo, nell’impugnativa decisa ieri, è di parere diverso. «La legge pugliese di riforma statutaria – dice la nota del consiglio dei ministri – viola l’articolo 117, comma 3, della Costituzione che riserva allo Stato i princìpi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica». È come se il governo volesse far intendere che la disposizione della manovra estiva fu decisa non tanto nell’ambito dell’organizzazione dell’ordinamento regionale, quanto piuttosto per ragioni di risparmio, dunque di «coordinamento di finanza pubblica». E in questa materia tocca allo Stato e non alle Regioni l’ultima parola.
La questione è controversa e i consiglieri pugliesi lo sapevano bene quando hanno votato la riforma dello Statuto. Un gruppo di Regioni (non la Puglia) aveva già presentato ricorso alla Corte costituzionale proprio perché riteneva illegittimo l’articolo 14 della legge Tremonti: incostituzionale perché invasivo della sfera di competenza regionale. Fu sulla base di questo ragionamento che si decise di far scendere i consiglieri a 60 e non 50 (un modesto dimagrimento), mentre un nucleo di eletti alla prima legislatura spingeva perché si restasse a 70: nell’un caso e nell’altro disubbidendo ad una disposizione statale ritenuta illegittima. Quando, tra breve, la Corte costituzionale giudicherà l’originaria questione (sollevata dalle Regioni) sbroglierà tutta la matassa e anche il caso Puglia. È evidente: se la Corte deciderà che lo Stato può decidere sul numero dei consiglieri (per ragioni di «coordinamento di finanza pubblica») la sorte della riforma statutaria è segnata: si dovrà cambiare. La questione era ben presente anche al presidente del consiglio regionale Onofrio Introna. Intervistato dal «Corriere» sulla questione, sottolineò che in caso di sentenza sfavorevole «ci adegueremmo immediatamente alle decisioni della Corte costituzionale. Aggiungo, tuttavia, che fin qui si è concluso un percorso che noi abbiamo avviato autonomamente, prima delle indicazioni statali». Qui il riferimento è ad un’altra delle posizioni emerse nel corso del percorso di riforma: qualcuno dei consiglieri auspicò che legiferare prima del giudizio della Corte sulla questione originaria potesse chiudere anzitempo la partita. Non è stato così. «Non ho nulla da dichiarare – ha detto ieri il capogruppo del Pdl Rocco Palese – Ricordo solo che ho votato la riforma, ma nel dibattito avvertii sul rischio incombente. Aggiungo che io non mi sono mai convertito: la mia vecchia proposta di legge per portare i consiglieri a 50 è ancora depositata e non è mai stata ritirata». Potrebbe venir buona per l’occasione. Anche dal Pd bocche cucite. «Inutile commentare – dice il capogruppo Antonio Decaro – vediamo le decisioni della Consulta. Il progetto di legge per portare a 50 i consiglieri fu depositato da me e da Sergio Blasi, già nei primi giorni della legislatura». Tradotto: i partiti furono d’accordo sui 50, ma al loro interno qualcuno frenò.


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