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Storia di Ciulla, la viestana, diva scandalosa, che inventò l’amplificatore

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Giulia De Caro usò nel Seicento un imbuto per diffondere la sua voce.

 

Giulia De Caro, detta anche la Ciulla della Pignasecca, fu la pio­niera delle cantanti fa­tali e l’anticipatrice di qualche novità tecni­ca. D’estate cantò su una barca davanti alla spiaggia di Mergellina, tenendo un imbuto di latta amplificatore davanti al­la bocca affinché tutti sentissero.
Nata a Vieste il 13 luglio 1646, Giulia era figlia del cuoco Tommaso e di una lavandaia. Fece la serva, giovanetta fu sedotta da una stalliere e venne a Napoli per allontanare la vergogna. Fu dapprima al servizio di un negozian­te di ventagli, certo Pesce, che per cento doppie di Spagna la cedette al toscano Carlo Ginelli detto Cappello d’Oro, bu­rattinaio e buffone di piazza, presto spo­so. Ciulla aveva una bella voce e comin­ciò a esibirsi in una compagnia di corni­ci e di saltimbanchi in piazza Castello. Cantava arie scurrili altenate a villanel­le. Corteggiata, lasciò il marito, e colle­zionò amori in serie, scegliendo trai ric­chi, tra cui il cavaliere veneziano Vallo e il duchino della Torre Filomarino. Ora­mai frequentava salotti raffinati e, per perfezionarsi nel canto, studiò musi­ca. Alla bellezza si abbinò la bravura. Ma la sua condotta per la morale del tempo era scanda­losa, la mandaro­no a far penitenza in un monastero, ne uscì dopo un mese, ricominciò e fu scacciata dal vicereame. A Roma affinò ancora la vo­ce. Rientrò nel 1671 e stavolta cantò in un repertorio au­stero nella compa­gnia allestita da Ce­cilia Sily Chigi, vec­chia artista diventa­ta impresaria del San Bartolomeo, alle spalle di via Medi­na, allora massimo teatro napoletano. L’esordio nell’ «Annibale in Capua» di Ziani fu salutato da fischi, risate di scher­no, lazzi e insulti; anche l’esito del «Demetrio» di Pallavicini fu mediocre. Ciulla non si rassegnò. Continuò a studiare, nel 1673 convinse l’amante del momento, Prospero Barisano mar­chese di Caggiano, a prendere l’appal­to del San Bartolomeo, di cui diventò direttrice. Formò i Febi Armonici sce­gliendo i cantanti più bravi d’Italia – So­netto, Caterina Porri e suo padre Enea, Marinetta – e li ospitò nella casa di Mergellina. Allestì scene sontuose. Nono­stante qualche iniziale incertezza, trion­fo nel «Marcello in Siracusa»; il prologo dell’ opera fu composto da don Giovan­ni Cicinello, duca di Grottaglie e princi­pe di Cursi, uno dei suoi molti amanti. Il vicerè marchese di Astorga andò a ve­derla e se ne invaghì; anzi in un intervallo si sedette accanto alla cantante e sve­lò in pubblico la loro relazione. Il principe di Cicinello la invitò più volte nella sua dimora di Mergellina e Ciulla affacciata al balcone, cantò per ipatrizi che passeggiavano nella strada. Aveva il temperamento della diva. Si raffinò nei modi, indossò abiti molto eleganti, calzò un cappello ornato di piume di tanti colori, viaggiò su un cocchio, portò sempre con sé un bastone. La fama di donna scandalosa allonta­nò i musici, e il viceré fu costretto a man­dare sul palco tre strumentisti di palaz­zo. Si legò al nipote del vicerè, Pietro Guzman, e subì una nuova espulsione da Napoli, nel 1674. Venne segregata in un monastero, dopo due mesi fu perdo­nata, anche perché anche nel chiostro aveva dato scandalo. Impunita, diede la scalata al Teatro di Corte, dove il 6 no­vembre 1674 allestì «Genserico», di Ce­sti, seguito dalla «Stellidaura vendica­ta» di Provenzale, che poi a lei si ispirò per «Schiavo di sua moglie». Nel 1675 trionfo nella «Dori» di Cesti. La sua stella cominciò a perdere lu­ce quando circolò un poemetto satiri­co sulle pagine più nere della sua vita, di Antonio Muscettola duca di Spezza­no, «La Carilda o il bordello sostenuto». Andò in esilio volontario a Roma e a Ve­nezia. Rientrò nell’ottobre 1677, in tem­po per diventare l’amante del nuovo vi­cerè, il marchese del Los Velez, ma fu rinchiusa nel conservatorio delle Pentite alla Pignasecca. A riscattarla dopo meno di un mese fu un bravo giovane Lucio Mazza a patto che diventasse sua moglie. Essendo morto il primo marito, poté dirgli sì.  Andarono a vivere a Capodimonte ebbero una figlia. Ciulla divenne moglie irreprensibile e scoprì la fede. Mori a Napoli il 7 novembre 1697. Ricca o povera? Domenico Confor­to scrisse nel suo «Diario»: «È morta nel casale di Capodimonte la famosa un tempo puttana e canterina Giulia De Caro, che pria di maritarsi fu il sostegno del bordello di Napoli … ed è stata s:eppellita miseramente nella Parrocchia del suddetto casale, solo con quattro preti, una che al tempo del suo puttanesimo dominava Napoli et sic transit gloria mundi». Un altro cronista scrisse in­vece che aveva lasciato alla figlia un’eredità di decine migliaia di scudi. L’ultimo mistero di una biografia in cui resta difficile distinguere tra verità e le leggenda. Nel conservatorio di San Pietro a Majella si conserva un busto in terra­cotta della Ciulla, opera di Luigi De Simone.

Pietro Gargano
Il Mattino

Il tempo, le vicissitudini e l’opera di Ciulla prossimamente in una pubblicazione di Michele DelliSanti ‘49


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