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Vieste/ E’ morto Mimmo Aliota

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Aveva 87 anni. I funerali oggi in Cattedrale.

 

Mi raccomando poi…

Me lo aveva predetto, per questo mi ripeteva: “mi raccomando poi…”.

Non è semplice raccontare Mimmo Aliota.

Figura controversa ma tutta viestana.

Quando riaprimmo la radio, nel 2005, senza alcun appuntamento finivamo per incrociarci, quasi sempre all’altezza dei chioschi della Marina Piccola, alla controra. Io scendevo per recarmi in radio lui saliva il corso.

Amava passeggiare.

Il saluto, il solito scambio di vedute e la battuta finale: “mi raccomando poi…”.

Un pomeriggio gli chiesi: ma cosa vuoi dire con quel “mi raccomando poi…”.

“Sono in altra stagione della vita – mi ribattè – quando non ci sarò più sono sicuro che più di qualcosa scriverai sul mio conto”.

Hai paura che porti a galla qualche altarino? – gli dissi sorridendo.

Non penso che alludesse a una sorte di vendetta su una denuncia che mi fece nel luglio del 1997, all’indomani di un articolo satirico sul nostro Faro.

Avevo ragione, lo controdenunciai: l’amico avvocato, Nino Petrone per quieto vivere me la fece ritirare.

Né alle contestazioni che gli feci dopo la realizzazione della raccolta completa de il Faro di Vieste, mancava qualcosa.

Penso piuttosto per essere stato testimone, tante volte involontario, di sue grosse e grasse litigate con Giovannagelo LaTorre, con mio padre, Manzini, don Marco della Malva, con il suo testimone di nozze Ludovico Ragno.

Mimmo era così: prendere o lasciare. Pane al pane.

Tante volte non ci prendeva.

Mitico lo scambio di battute, in una sera d’estate al bar Chez Pierrot, con il sindaco LaTorre. Gli rimproverava di aver coperto con il cemento tutte le strade e chianche. Giovannangelo, sorridendo, gli ribatteva che aveva ascoltato il suo consiglio.

Avevano ragione e torto tutte e due.

In una campagna elettorale di metà anni sessanta fu proprio Mimmo a portare avanti la battaglia per il rifacimento di alcune strade di Vieste.

Modernizzare il paese e liberarlo da quelle chianche…..

Non ne parliamo delle diatribe con don Marco della Malva su vicende legate alla storia della nostra città.

Istrionico, egocentrico. Si contrapponeva al potere.

Nulla a che fare e vedere con le figure d’oggigiorno così liquide ed elitarie.

Una sorte di Penelope: tesseva e costruiva un qualcosa d’interessante attraverso le sue ricerche (anche se non dava mai merito a chi lo aiutava) e subito dopo disfaceva tutto con le sue invettive. 

«Non ho fatto in tempo a partecipare – sottolineava con zelo nel 1985, in una sorte di augurio al neonato Circolo Culturale “Sperone d’Italia”. (Allora Mimmo era presidente del circolo culturale “Niccolò Cimaglia”), -, non per colpa mia ma perché sono nato malauguratamente secoli dopo che il fatto si verificò, alle idee promosse da quel circolo culturale, che fu -a mio avviso- una vera e propria accademia delle scienze. intendo riferirmi a quell’ineffabile galleria di uomini dotti che, nella seconda metà del settecento, si adunava nella casa di Placido Cocciardi, filosofo e fisiologo illustre, amico e collega del celeberrimo Cotugno, ove tenevano frequentissimi incontri, delle tavole rotonde diremmo oggi, su temi di filosofia, di medicina, di letteratura, di politica e persino corsi di lingue orientali e greca, esprimendosi sempre in latino. I soci di questo circolo? eccoli: presidente, lo stesso Cocciardi; componenti: Niccolò Cimaglia, vescovo viestano; don Giuseppe Pisani, arcidiacono; Pasquale Fioravanti, letterato; Michele Coppola e Francescantonio Nobile, giuristi; Lombardi, Pinto e Vincenzo Giuliani, medici e filosofi, autore, quest’ultimo, delle Memorie storiche della città di Vieste (scusate se è poco). A questa iniziativa, dicevo, non ho partecipato, ma a tutte le altre sì: dal comitato per la rinascita del Gargano di cui furono animatori ed apostoli Michele Vocino, Francesco Morcaldi, Giuseppe d’Addetta, Francesco delli Muti e il nostro Giovanni Medina; ai comitati di agitazione del secondo dopoguerra per il porto e la ferrovia, con Tonino Calderisi, Antonio Fusco, Mariano delli Santi ed altri; all’associazione filodrammatica Angelo Mastropasqua, con Michele Mendolicchio, Franco Cappiello, Carluccio dell’Erba, Nicola Mendolicchio e tanti altri, attori in erba, con i quali demmo vita a un gran numero di recite nel bellissimo teatrino in legno che noi affettuosamente chiamavamo "il Pidocchietto". e poi ancora: il Faro di Vieste, senza dubbio la nostra cosa migliore. Su questo giornale, sorto con intenti culturali unitamente al proposito di dare l’avvio ad un processo di rinnovamento morale e politico della gestione della vita comunale, molti di noi affinarono l’impegno civile che ha dato e, sono certo, continua a dare i suoi frutti. Fu creatura di Michele Mendolicchio, un impiegato d’ordine di pochi studi ma di infinita passione civica. Affiancarono e continuarono la sua opera parecchi di noi. Ricordo con me i più assidui: Domenico Giuffreda, Gaetano Dellisanti, Marco della Malva, Ludovico Ragno, Nicola Mendolicchio, Giovanni Medina, Alfredo Piracci. Tralascio per brevità il "Centro di Cultura N. Cimaglia" che è storia in corso, per ricordare l’associazione Pro Loco. Essa fu lo strumento con il quale cercammo di propiziarci il turismo, inteso come fatto di civiltà prima che economico.»

Della superiorità culturale dei viestani che precedettero la grande implosione vi sono tracce lasciate in eredità dalle loro opere.

Non so se Mimmo Aliota ne fa parte.

Ma ha fatto di certo la sua parte.

Ha pubblicato: Il Sacrificio del R.C.T. Turbine – Il mio paese (due ristampe), Vieste primo amore. Ha ricostruito le vicende del porto di Vieste e dei trabucchi. Ha avuto un’attenta attività pubblicistica.

Ma soprattutto ha contribuito con semplicità e passione a portare nelle case dei viestani la loro (nostra) memoria e tradizione.

“Solo i coglioni muoiono” – lo salutavo sarcastico.

E parafrasando Belloc – compiaciuto mi ribatteva: "Quando sarò morto, spero che si dirà: i suoi peccati furono terribili, ma la gente leggeva i suoi libri”.

n.


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