The news is by your side.

Rauzino: “Mimmo Aliota, acuto testimone della storia del Novecento garganico, ci ha lasciato”

12

Ci restano i suoi libri, a testimonianza di una vita dedicata alla ricerca storica e all’impegno culturale.

 

STRAPAESE
 
 
Mimmo Aliota ha dedicato a Vieste una decina di libri che delineano uno spaccato significativo della vita della sua città, dal primo Novecento ad oggi. Fra gli altri, ricordo Strapaese. Il titolo rispecchia una deliberata scelta dell’autore: uno stile diretto, senza retorica e cerebralismi, accessibile a tutti i lettori. Aliota vuole consegnare, soprattutto alla gente comune, un’immagine strapaesana che, altrimenti, morirebbe con la generazione degli ottantenni che hanno vissuto in prima persona il secondo millennio, e che sono gli ultimi portatori delle microstorie viestane.
Microstorie rivissute con lo sguardo disincantato e ironico di chi conosce ormai tutto della vita cittadina, e ne disvela gli aspetti ancora inediti.
Protagonista è il popolo, inteso nella sua accezione classica, che assurge a un ruolo che non gli era stato assegnato dalla storiografia settecentesca.
Vincenzo Giuliani, nelle sue "Memorie storiche di Vieste", aveva proposto l’historie evenementielle della cittadina garganica. C’era, in essa, un grande eterno assente: il popolo. Non faceva storia, non era nessuno. Quel mitico testo di Giuliani, conosciuto soltanto da pochi eletti, era diventato quasi introvabile a Vieste; pochi esemplari custoditi gelosamente, finché, grazie al gentile prestito di una copia originale, fu ripubblicato prima dal Faro di Vieste, poi dall’Arci e dal "Centro Studi Cimaglia", un’associazione culturale che si è sempre identificata con il nome del suo fondatore, Mimmo Aliota, appunto.
Con la divulgazione del libro di Giuliani – precisa Aliota – cominciò la sua demolizione. Molte notizie furono corrette da chi cominciò a fare i dovuti riscontri, frequentando gli archivi dov’erano custoditi e documenti originali. Fu possibile ricostruire la vera storia del paese, almeno a partire dall’Ottocento. Una nuova storia, sull’esempio della scuola delle «Annales», che ha visto come protagoniste le classi subalterne e non più quelle dominanti.
Un popolo, quello viestano, schietto e solidale, nonostante una forte povertà lo abbia fortemente attanagliato fino al Ventennio fascista: solo nel secondo dopoguerra e negli anni Settanta, con l’avvento e l’espansione del turismo, le cose cominciarono lentamente a cambiare.
Aliota raccoglie dalla viva voce dei portatori, testimoni delle memorie patrie, alcuni episodi di solidarietà che videro protagonista Vieste nei tragici giorni dell’armistizio del 1943.
In quei tragici giorni, al porticciolo della sperduta città garganica approdò una piccola nave stracolma di soldati italiani in rotta dalla Jugoslavia occupata dalle truppe tedesche … Erano soldati braccati anche dai partigiani di Tito, ostili agli italiani; avevano bisogno di cibo, di vestiario, di aiuto, di mezzi di trasporto che li conducessero in salvo verso i luoghi di origine. La popolazione viestana, incurante della presenza di una guarnigione tedesca che stazionava nei dintorni della città, fece il possibile per rifocillarli, rivestirli di abiti civili. I marinai approntarono i loro pescherecci per portarli lontano, ma un aeroplano di nazionalità non identificata mitragliò le barche appena salpate dal porticciolo e giunte all’altezza della Ripa, subito dopo la punta di San Francesco. Fu uno strazio vedere i profughi e i marinai buttarsi a mare per schivare le mitragliate.
Tutte le barche restanti, incuranti del pericolo, corsero a soccorrere i naufraghi, e varie famiglie viestane rifocillarono per la seconda volta i naufraghi recuperati in mare.
Passarono gli anni: 37 per l’esattezza. Vieste fu insignita nel 1980 della Medaglia d’oro per benemerenza patriottica dall’Associazione nazionale Reduci che aveva avuto notizia di questo atto solidale.
Mimmo Aliota, nel suo libro, ci racconta storie di altri naufragi, sepolti da tempo nel dimenticatoio della memoria collettiva. Affioranti solo grazie a qualche toponimo o nei gesti dei vecchi marinai che, al timone dei barconi turistici, giunti nei pressi di quei luoghi, senza dare nell’occhio, si cavano ancora il berretto in segno di rispetto, e di nascosto, si fanno rapidamente il segno della croce.
Un tempo, i marinai che transitavano sui piccoli velieri in rotta verso Vignanotica, presso Cala dei Mergoli, calavano sempre una scialuppa in mare. Un uomo si arrampicava su uno scoglio. Vi lasciava un fanale acceso, un’immagine sacra o dei fiori di campo. Il perché di questo gesto e la relativa storia è stata raccontata ad Aliota da Sante Trimigno e Rollo Croce: quattro pescatori, salvatosi da un naufragio, erano riusciti a raggiungere un piccolo riparo scavato nella roccia lungo la costa. Morirono assiderati dopo venti giorni di tempesta. Tanti soccorritori si erano prodigati per raggiungerli e rifocillarli ma non erano riusciti nel loro intento: il luogo era inaccessibile per via di terra. Nessuno, in seguito, rimosse i resti mortali degli sfortunati naufraghi, che rimasero su quello scoglio, dispersi soltanto dal sole, dal vento e dalle pioggia. Oggi riposano ancora in quel mare, e in quegli anfratti del costone di tufo bianco tanto simile alle scogliere di Dover.
Un’altra storia, fra le tante raccontate da Aliota, ci resta impressa nella mente. Correva sempre l’anno 1943. Il 17 settembre Vieste fu invasa da soldati italiani sbandati. I tedeschi cercarono di allontanarsi rapidamente su una camionetta. Dal terrazzo di una casa fu lanciata una bomba a mano. Un tedesco fu ucciso, altri furono feriti. La camionetta proseguì la sua corsa. Il giorno dopo, i tedeschi ritornarono in forze per effettuare la rappresaglia sulla popolazione civile; sull’autoblindo portavano un cannone di piccolo calibro. Ma i soldati italiani si erano già dileguati nella notte. I militari del castello issarono sul pennone una bandiera bianca in segno di resa, la popolazione cercò scampo nelle campagne, trovando ospitalità presso casini, torri e pagliai. Il colonnello austriaco a capo delle truppe tedesche, dopo aver fatto mettere al muro un gruppo di viestani rimasti in paese, a un certo punto ci ripensò. Rinunciò inaspettatamente a farli fucilare. E cosa fece? Andò a sedersi nel salone del barbiere, che lo rase e lo incipriò. Visibilmente soddisfatto, il colonnello estrasse dalla tasca della sahariana una croce di ferro: era una decorazione guadagnata nell’Africa Korp di Rommel. Se l’appuntò con orgoglio sul petto, mostrandola ai viestani esterrefatti, che si lasciarono sfuggire un grido di ammirazione…
Negli altri “quadri” strapaesani schizzati da Aliota, i Viestani diventano protagonisti di storie dal vago sapore pirandelliano. Come quella del titolare dell’unica armeria della città, il quale, dopo aver atteso per anni l’agognata pensione (la paga), il giorno fatidico non riesce a reggere l’emozione di cotanta grazia… Alla vista dei bigliettoni, contati uno a uno dal direttore dell’Ufficio postale, il suo cuore lo tradisce…
Storie particolari, e nello stesso tempo profondamente universali, quelle di Aliota, che restano impresse nella mente del lettore. Come quella di un pescatore, che paga lo scotto dell’invidia per una buona e inattesa pescata, il cui festeggiamento si trasforma quasi in una tragedia.
Rapidi colpi di scena si alternano nei racconti, mai banali, mai scontati. Come la ruota della vita…
 

VIESTE NEL PRIMO NOVECENTO
 
Autorevoli studiosi come l’abate Saint-Non, Gregorovius, Bertaux, Beltramelli, Douglas, Ungaretti, Miller, Green, Brandi, con le loro interessanti impressioni da "grand tour", hanno fatto scoprire al mondo degli intellettuali, ma anche al grande pubblico che amava conoscere il mondo attraverso i resoconti di viaggio, l’essenza più intima ed inedita del Gargano, un territorio suggestivo per i suoi splendidi paesaggi ed il suo innato misticismo.
 
Ma come si viaggiava agli inizi del Novecento sulle strade brecciate dell’impervio Promontorio del Gargano non ancora toccato dal turismo di massa? Ce lo raccontano due famosi giornalisti del tempo, Francesco Dell’Erba (di origini viestane, redattore del «Giornale d’Italia» e corrispondente, da Napoli, del «Corriere della sera») ed Antonio Beltramelli. I loro réportage, ripubblicati da Mimmo Aliota, del Centro Studi Cimaglia, in Vieste nel primo Novecento, edito da Litostampa, con gli auspici della Società di Storia Patria per la Puglia, ci proiettano nel periodo in cui il tratto stradale Viesti-Foggia si copriva dopo ben sedici ore di disagiatissimo viaggio.
 
In particolare, Dell’Erba, ne "Lo Sperone d’Italia" del 1906, lamenta le condizioni della strada provinciale per Apricena, «bianca ed interminabile, piena di svolte difficilissime, di faticose salite e di discese precipitose». Un viaggio veramente snervante, effettuato in diligenza, «grossa gabbia sgangherata», cigolante e stridente «come un’anima in pena». Il passeggero, soggetto ai rigori del freddo invernale o al caldo estivo, cui si aggiungeva il ronzare incessante e fastidioso di mosche pungenti, veniva sovente sbalzato violentemente all’interno della vettura. Finiva col «baciare il compagno di viaggio seduto di fronte». Quando dirimpetto c’era una signora, il povero viaggiatore, per evitare questo "scabroso" contatto si sentiva obbligato a tenere le ginocchia strette al petto, e a soffrire -conclude dell’Erba – pene degne della Santa Inquisizione. Ogni tanto i viaggiatori erano costretti a scendere e a fare larghi tratti a piedi, «o perché un uragano ha rotto un ponte o perché la strada è franata o perché è troppo ripida la salita». L’arrivo a Vieste veniva salutato ogni volta come un grande evento, specie se a scendere dalla diligenza era un forestiero. Intorno a lui si intrecciavano le più ardite supposizioni, come se fosse un essere fantastico e favoloso, venuto misteriosamente chissà da quale paese lontano.
 
La testimonianza di Dell’Erba focalizza un problema oggi solo parzialmente risolto: il sottosviluppo dell’area, dovuto anche alle condizioni proibitive della viabilità: «è per la mancanza quasi assoluta di strade che il Gargano è rimasto da parecchi secoli indietro nei progressi della civiltà. Esso è sconosciuto in gran parte agli abitanti della provincia stessa, quasi stranieri gli uni agli altri, conoscendosi male, ignorando i reciproci bisogni, non tendono mai ad un’azione comune e al raggiungimento di un fine unico».
 
Anche il Beltramelli, che nel 1907 al promontorio dedicò un frizzante réportage, espresse riflessioni analoghe: «Le diligenze del Gargano sono tutto ciò che di più antico, di più incomodo e di più indecente si possa immaginare. Veicoli sconquassati, cigolanti, pericolanti, che sobbalzano quasi per acuta doglia ad ogni minimo ciottolino, che traballano su l’orlo di frequentissimi precipizi, compiacendosi, nella loro antica esperienza, dello spavento dei viaggiatori nuovi; che dondolano, ondeggiano, beccheggiano in guisa sconosciuta, procurando a qualche creatura di stomaco debole un perfetto mal di mare. Queste sono le dolcezze a cui deve sottoporsi colui che abbia in animo di visitare una fra le più belle regioni d’Italia. Perché il Gargano è sì un luogo di incanti e di meraviglie, una delle più belle regioni d’Italia, ma è anche fra le regioni più dimenticate del nostro bel Regno».
 
Eppure, sottolinea Mimmo Aliota, ci fu qualcuno, nativo del luogo, che già a quel tempo intuì che anche il paese meno raggiungibile del Promontorio (Viesti era denominata «La Speduta») avrebbe potuto avere un futuro economico diverso, se soltanto si fosse ovviato al problema. A crederci e a far di tutto per concretizzare questo sogno fu un sindaco: Domenicantonio Spina. La viabilità fu il punto di forza della sua azione amministrativa: egli si batterà per il porto commerciale, per la ferrovia circumgarganica e per l’apertura della strada Viesti-Mattinata, molto più agevole di quella per Apricena. Un personaggio davvero fuori dell’ordinario, questo retto ed intransigente amministratore della cosa pubblica, che smaschera anche "in alto loco" chi rema contro provvedimenti a suo dire "meritori", opere pubbliche "inderogabili" per la modernizzazione di una cittadina di 9.000 abitanti come Vieste, ancora lontana dall’attivismo della belle époque giolittiana.
 
Questo sindaco non volle assolutamente sentir parlare di interessi personali. Fa una cosa eccezionale, se consideriamo i molteplici incarichi degli amministratori comunali di oggi: per attendere degnamente ai suoi impegni pubblici, chiuse la sua farmacia per ben dieci anni e mezzo, l’intero periodo del suo mandato amministrativo: dal 16 gennaio 1899 al 31 luglio 1910. Le spese per le innovazioni della città le finanzierà con "coraggiose" imposte sul patrimonio e sul lusso: tasserà i cavalli da sella e da tiro, l’impiego dei domestici, i generi superflui. Il sindaco darà un vero e proprio scossone all’apatia delle precedenti amministrazioni, sistemando le strade principali e dotando Vieste degli edifici e dei servizi pubblici essenziali: il municipio, la scuola, la pescheria, il mattatoio, il cimitero, le piazze e i viali. E i sindaci che verranno dopo di lui saranno "costretti" loro malgrado ad adeguarsi, andando contro gli interessi dello stesso ceto sociale cui appartengono. A Domenicantonio Spina va il merito di aver aiutato Vieste a muovere i primi passi sui sentieri del turismo.
 
Seppe "volare alto", guardando al futuro, oltre che al presente. Già dal 1899 egli trasformò una riva squallida, con un muro a protezione dell’abitato, in un bellissimo viale alberato, che in seguito farà illuminare con lampioni elettrici. La Riviera Marina di Vieste diventerà la mitica "passeggiata" dei primi villeggianti d’élite, nelle calde serate della "dolce vita" del Gargano Nord. Oggi, nei romantici sognatori di una Vieste diversa, è rimasto il ricordo delle belle signore in abito lungo che nelle sere d’estate sfilavano per il Corso Fazzini, come se fosse una passerella di moda. Era il tempo in cui il turismo non aveva ancora assunto l’aspetto omologante e caotico di oggi.
 
In un mattino di sole dell’anno 1959, Enrico Mattei, mitico presidente dell’ENI, sorvolando con il suo aereo personale la costa viestana, rimase tanto affascinato dalla sua bellezza che indusse il pilota ad effettuare più di un passaggio. Quando giunse nei pressi di Pugnochiuso, esclamò: «Ma questo è il Paradiso!». Il suo Centro turistico sorse proprio qui, nei primi anni Sessanta, dando l’avvio al turismo garganico. E fu un evento rivoluzionario.

 

Teresa Rauzino


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright