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Vieste – RAFFAELE MENONNA, DA ARTIGIANO DEL LEGNO A SCULTORE DELLA MEMORIA

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Grande Raffaele, che piacere!
E’ naturale l’esclamazione di gioia e di stupore quando s’incontra un vecchio amico. E’ da oltre dieci anni che non ci vedevamo. L’altro giorno me lo ritrovo a bussare dietro la vetrina della sede di Ondaradio, sul porto turistico di Vieste. Sempre uguale, come uno grissino. Leggermente stempiato, ma in forma.

Ricordi le tue trasmissioni a Radio Vieste (gli dico)?
«E come dimenticarle… che bei tempi!»
So che hai adottato la Valtellina?
«Più che aver adottato la Valtellina come mia «nuova casa», sono la Valtellina e la Valchiavenna ad avermi adottato»
Cos’è questa storia che ora tutti ti chiamano «Mera»?
«E’ una piacevole coincidenza-incontro. Le mie iniziali con il fiume valchiavennasco Mera».
Ed è proprio nella sua nuova terra adottiva di montagna che Raffaele Menomma da tutti conosciuto ora come Mera ha prodotto centinaia di opere nel giro di dieci anni, da quando ha lasciato la natia Vieste.
A lui questo territorio montano ha come favorito una sorta di "esplosione creativa» – come piace definirla – che lo sta facendo apprezzare per le sue sculture gigantesche, alcune delle quali definite archeosculture, che tanto assomigliano a figure primitive, ma anche sculture che prendono le mosse dal mondo contadino con attrezzi del passato reinventati in una nuova forma artistica.

Ma quando è nato veramente questo «Mera»?
«Credo di portarmelo dietro da quando sono nato, dalle origini di artigiano. Mio padre è artigiano. Sono cresciuto nella sua bottega dove ho imparato ad avere a che fare con materiali dei nostri pastori. Intagliavano oggetti di uso comune in modo così bello e caratteristico che era fascinoso guardarli: una posata in cima al manico aveva un gallo, un colombo o cervo con una riproduzione fedele o stilizzata. Una sorte di avanguardia per quella che era l’arte della pastorizia, istintiva e innata. Ho appreso questa creatività e l’ho coniugata al bisogno di conservare e portare avanti quello che è sotto gli occhi, ma non è alla luce. Poi in Valtellina si sono concretizzate situazioni di libertà e stabilità sotto vari aspetti».
Concretamente cosa è successo?
«Sono esploso, mi sono potuto sfogare, finalmente esprimere. Mi sono trovato a guardarmi intorno e vedere che c’era un altro paradiso. A Vieste ero un semplice artigiano e lavoravo il legno di ulivo. Quando andavo in giro in Foresta o lungo le nostre spiagge, c’erano cose che attraevano la mia attenzione. Istintivamente dovevo prenderle, perché ci vedevo qualcosa che doveva essere trasformato e collocato in una nuova dimensione. Questi oggetti sono rimasti fermi per anni a Vieste, come un pubblico che aspetta lo spettacolo, che attende l’entrata in scena. La maggior parte è entrata in scena dove ora vivo a Sondrio. Ecco, ora utilizzo anche e soprattutto materiali del territorio in cui vivo da cui ha preso anche il nome d’arte «Mera» [è l’acronimo di Raffaele Menonna, ndr] ti confesso sufficientemente apprezzato in provincia».

Dove trovi i materiali che utilizzi?
«Alcuni pezzi sono d’antiquariato, altri sono pezzi vecchi che sono stati buttati in discarica. Da alcuni anni giro per discariche e cascine. Volentieri i contadini mi regalano testimonianze del passato che non usano più, ma la maggior parte degli oggetti la recupero dalle discariche. All’inizio mi prendevano per matto quando mi vedevano rovistare. Quando però la gente ha visto che non cercavo pezzi per sopravvivere, ma che cercavo pezzi buttati via, che avevano perso il contatto che chi li aveva fatti e utilizzati, per dare a loro una nuova vita, per conservare ricordi e cultura del loro popolo, allora tutto è cambiato. E adesso quando mi vedono in discarica, gli addetti mi aiutano a cercare pezzi o li mettono da parte per me. Durante le mostre, poi, molte persone si fanno avanti volendo ad ogni costo regalarmi vecchi attrezzi perché sanno che acquisteranno un nuovo valore con la mia arte».
Come riesci a conciliare la conservazione, il passato, con una nuova fruizione di tipo artistico?
«A dire la verità inizialmente per me ciò che realizzavo non erano altro che pezzi assemblati, che acquisivano una figura. Solo in seguito, e nelle gallerie, sono stati chiamati opere d’arte. Passato e presente, conservazione e godimento artistico si conciliano benissimo. Si tratta di opere che fanno rivivere emozioni, alcune delle quali possono anche arredare».

Come nasce l’opera, scruti prima l’attrezzo e da lì nasce l’idea dell’opera? Oppure hai un’idea e cerchi l’attrezzo adatto per realizzarla?
«Un attrezzo o uno strumento mi suggerisce tutto il resto. E’ come una catena, che parte con la raccolta e scelta del materiale. Poiché ho parecchi oggetti, ho provato anche ad abbozzare disegni e schizzi, è un rapporto diverso non istintivo ma progettato. Nel cassetto tengo embrioni di progetto e mi piace anche questo aspetto, ma quello che mi viene più naturale e genuino è trovare l’attrezzo che mi stimola a «giocare da grande»».
Ecco, ci ri-troviamo e proviamo questo gioco: la prepari un’opera per il tuo paesello?
«Ne sarei felicissimo».

Un sorta di viaggio nella nostra memoria e tradizione.
«Il senso delle mie archeosculture custodiscono tradizioni, emozioni».
Opera dell’anima è opera commerciale?
«Non ho un buon rapporto con il denaro. Realizzo opere perché ho bisogno di comunicare e faccio fatica a dare ad esse un valore. Le mie opere non sono finalizzate ad un commercio in quanto tale, benché abbiano un valore. La mia più grande soddisfazione è quando una persona guarda la scultura e i suoi occhi si illuminano. Vuol dire che ho stimolato il suo cuore, è il momento più bello. Quando vendo devo arrivare ad un compromesso emotivo, perché soffro a lasciare le mie creature. Mi lega ad esse quasi un rapporto fra genitore e figlio. Nessun padre sarebbe disposto a lasciare andare suo figlio, ma ad un certo momento della vita ciò è inevitabile. Così capita anche a me e quando so in che mani andrà l’opera mi tranquillizzo. Generalmente spero in collocazioni pubbliche, perché voglio che la gente possa godere e ragionare diversamente».
E’ quello che ti auguriamo di realizzare anche nella tua Vieste. Noi ti daremo una mano.      

(n.)

[Per conoscere meglio le opere di Raffaele Menonna cerca su internet con Google le parole «Mera Raffaele Menonna»].