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Sentenza Processo Medioevo/ 11 anni ad Angelo Notarangelo (3)

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Estorsori sì, ma non mafiosi. E’ destinata a far discutere la sen­tenza con cui ieri, intorno .alle 14,30, presso il Tribunale di Fog­gia si è chiuso il processo "Me­dioevo".

Un momento a lungo at­teso dall’Associazione Antr­racket di Vieste e dall’intero paese garganico, a cominciare dalla sua classe im­prenditoriale, troppe volte vessata e danneggiata dalla criminalità. Ad attendere la lettura della sentenza, pronunciata dopo circa; un’ora di camera di consiglio, c’erano anche Tano Grasso, presidente onorario della Federazione Italiana Antiracket e il sindaco di Vieste Ersilia Nobile. Come pure i sette esponenti del clan Notarangelo, accusati di essere i responsabili di estorsioni e attentati dinamitardi, con minacce e roghi, a negozianti, proprietari di strutture turistiche e piccole imprese. Angelo Notarangelo è stato condannato a 11 anni di reclusione; otto anni e quattro mesi per il suo braccio destro, Marco Raduano. Condanne an- che per i fedelissimi di Notarangelo: 8 anni e 4 mesi anni per Giovanbattista Notarangelo (cugino del boss); 5 anni per Giuseppe Germinelli; 4 anni per Domenico Colangelo ed infine assolti Giampiero Vescera e Liberantonio Azzarone. Ma il collegio giudicante non ha riconosciuto per nessuno di loro l’aggravante del metodo mafioso, come a dire che sul Gargano, a Vieste, non si è trattato di mafia. Inoltre ha disposto il dissequestro dei beni che erano stati confiscati agli imputati. "Siamo soddisfatti a metà", ha commentato subito dopo la lettura della sentenza Tano Grasso. "Questo processo ha avuto come oggetto le denunce per estorsione presentate da diversi operatori eco­nomici i quali hanno ottenuto da questa sentenza piena giustizia. Ci sono state condanne significa­tive. Abbiamo davanti a noi un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, dato che da un lato sono state ritenute fondate le testimo­nianze dei commercianti e dal­l’altro non c’è stato il riconosci­mento del metodo mafioso in queste condotte estorsive. La mia personale opinione; ha aggiun­to il presidente della FAI (Federa­zione associazioni antiracket), è che quel modo di fare estorsioni avvenisse con metodo mafioso. Continueremo la nostra azione, questa storia non si chiude con una sentenza ed un processo". Grasso è tornato poi a sottolinea­re l’importanza che sul territorio di Capitanata, a cominciare dal capoluogo, nascano altre asso­ciazioni antiracket come quella di Vieste. "La cosa più straordina­ria emersa in questo processo è stata rappresentata dai tanti commercianti Venuti in tribunale da Vieste. E’ un incoraggia­mento a far nascere quanto pri­ma l’associazione antiracket anche a Foggia" . Dello stesso avviso l’imprenditrice Vittoria Vescera, dirigente dell’associazione anti­racket di Vieste e della FAI. "La nostra soddisfazione è parziale, Aspettiamo le motivazioni della sentenza per dire altro". Sia il Co­mune viestano, rappresentato da Nobile, che l’Associazione Anti­racket di Vieste e quella nazionale, rappresentata da Tano Grasso, si erano costituiti come parti civili nel procedimento. Un processo che era stato visto da tanti come la pagina di storia destinata a sgominare la, mafia garganica, per gli inquiren­ti quella viestana che fa capo ai boss Notarangelo, contro la qua­le ha voluto scendere in campo nella città del Pizzomunno anche l’associazione antiracket, la pri­ma della provincia di Foggia. Il pm della DDA, Giuseppe Gatti, aveva formulato le richieste di condanna per 46 anni al clan gar­ganico. "A Vieste nulla poteva ac­cadere senza che lui sapesse. C’è stata in questa storia la rivolta di chi era soggiogato". La pena più dura era stata chiesta per il per­sonaggio cardine del processo: 13 anni per Angelo Notarangelo, il boss viestano, Undici anni di reclusione per il suo braccio de­stro Marco Ra d u a n o Condanne erano state invocate anche per gli altri componenti del clan Notarangelo: 10 anni per Giovanbattista Notarangelo (cugino del boss); 4 anni e 4 mesi per Giuseppe Germinelli; 3 anni e 4 mesi per Domenico Colangelo ed infine due anni e due mesi di reclusione rispettivamente per Giampiero Vescera e Liberanto­nio Azzarone. Era lungo l’elenco delle accuse: detenzione e produzione di sostanze stupefacen­ti, ricettazione ed estorsione continuata aggravata dalle mo­dalità mafiose. "Vieste è stata og­getto negli anni Novanta di una guerra sanguinosa e cruenta tra le famiglie Notarangelo e Colan­gelo culminata con una serie di ef­ferati delitti. Un botta e risposta tra le due consorte­rie, aveva rilevato il sostituto procura­tore della DDA di Bari nella sua re­quisitoria, con cui aveva ripercorso tutte le vicende che hanno mac­chiato di sangue "quel paradiso terrestre di nome Vieste, che per de­cenni ha vissuto sotto l’oppressione mafiosa dei No­tarangelo". "Da maggio 2008 ab­biamo registrato un retroterra sto­rico-criminale senza precedenti. Un fuoco concen­trico su operatori turistici ed alber­gatori vittime di incendi, danneggiamenti richieste estorsive teste di animali la­sciate davanti ca­sa". Gatti poi ha fatto riferimento agli innumerevoli messaggi intimi­datori agli im­prenditori co­stretti loro mal­grado a sottacere, fino al giorno della ribellione, fino a quando non de­cisero di uscire al­lo scoperto e rac­contare tutto con una frase rimasta emblematica: "Tutti sanno a Vie­ste chi sono i Nota­rangelo e cosa fan­no … ", Il processo Medioevo nacque da quelle ammis­sioni. ."Mettiti in regola; rivolgiti a chi sai; non mette­rei alla prova. Ed ancora metti un buon guardiano e paga il caffè a chi devi pagarlo". Ti­tolari di stabili­menti, balneari, di aziende di movimento terra tutti costretti a sottace­re alla imposizio­ne di una guardiania, pedaggio al racket, ‘pena in­cendi e danneggiamenti. Nel mi­rino dei Notarangelo anche isti­tuti di Vigilanza. L’operazione scattata nel 2011 costituì la fase conclusiva di un’attività investi­gativa iniziata nel dicembre 2009, quando alcune vittime del­l’estorsione si ribellarono alle continue vessazioni, minacce e atti intimidatori poste in essere da parte degli affiliati al clan ca­peggiato da Notarangelo Angelo, detto "cintaridd", Le successive indagini intraprese dalla DDA di Bari e condotte dai Carabinieri di Vico e Foggia hanno portato allo smantellamento di una delle più pericolose cellule mafìose insediatasi sul territorio del Gargano. Una pericolosità che si era evi­denziata con un escalation delin­quenziale che dal 2008 aveva pro­dotto circa un centinaio di atten­tati dinamitardi e incendiari nonché ferimenti ed omicidi, il più cruento quello dei fratelli Pi­scopo. L’ultimo episodio estorsi­vo-intimidatorio era avvenuto quando è andata completamen­te incenerita dalle fiamme una delle strutture turistiche più prestigiose della zona, ilo ristorante-lido Scialì.

Lucia Piemontese

l’Attacco


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