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Ass. Sentimento Meridiano/ LE ESPORTAZIONI

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 La voce esportazioni aveva un grande peso nell’ economia meridionale: basti considerare che gli unitari "dovettero" (e ne furono ben lieti!) constatare che oltre l’80% di tutta l’esportazione agricola italiana era costituita da produzioni meridionali; basti considerare che fino al 1860 l’unico Stato italiano che producesse meccanica di precisione (macchine, locomotive, ecc.) era quello delle Due Sicilie che destinava la quasi totalità della produzione all’esportazione. Non meraviglia perciò che il 65% (410 milioni su 626 di lire/oro) di tutti i mezzi di pronta conversione (oro ed argento) circolanti in Italia al 1860 fosse nel Mezzogiorno. Quest’effetto non era, quindi – come strumentalmente sostengono ancora oggi gli ultimi epigoni della logica unitaria del 1860 – la prova della scarsa ”possibilità" di impieghi produttivi che avrebbe lasciato spazio solo ad una "sterile tesaurizzazione", ma, al contrario, la prova inconfutabile della abbondanza produttiva edella capacità di esportazione delle Due Sicilie (diversamente, da dove sarebbero saltati fuori oro ed argento in un Paese privo di miniere di oro ed argento?!) e l’effetto dell’applicazione a sud della teoria bullionista adoperata, in quel tempo, da tutti gli Stati d’Europa che ne avessero la possibilità (e nel resto della penisola questa possibilità era presente solo nella Lombardia, dove – però – operava a vantaggio delle finanze di Vienna!). Una teoria (solo per ricordo: la ricchezza dello Stato si misurava sulla quantità di metallo prezioso in esso presente) che venne gradualmente abbandonata solo a partire dalla metà dell’800 per effetto dei ritrovamenti di oro ed argento in California ed Australia.

AGRICOLTURA E INDUSTRIA

 Tutto questo avveniva integrando, fino al limite del
possibile, agricoltura ed industria: come non ricordare l’ammasso di
bozzoli di baco da seta da parte di tutti i contadini del Mezzogiorno
per sostenere – integrando i propri redditi – la produzione della
materia prima necessaria alla Regia Manifattura di San Leucio; come non
ricordare l’integrazione fra le produzioni di canapa ed i grandi
realizzatori di sartiame del polo delle due Fratte (quella Maggiore e
quella Minore) che armavano le imbarcazioni di tutto il Mediterraneo! Fu
così, ad esempio, che le risorse accumulate da S. Leucio costituirono le
finanze per sostenere lo sviluppo delle Manifatture Cotoniere
Meridionali e la nascita – con capitali anche stranieri – delle più
grandi filande d’Italia (solo per ricordare: la svizzera Egg di
Piedimonte d’AIife produceva tre volte più della più grande filanda
esistente fuori delle Due Sicilie,cioè la tessile Conti di Como).  

IL GRANDE PROGETTO FERROVIARIO

 Fu così che le risorse accumulate
costruendo, su licenza, le locomotive, i vagoni e le rotaie a Pietrarsa
(oltre 2000 dipendenti) ed esportando in Europa quello che gli altri
Stati preunitari "dovevano, quando potevano" importare, vennero
accumulati i mezzi finanziari per la costruzione delle dorsali
ferroviarie adriatica e tirrenica che Garibaldi trovò nei cassetti del
Tesoro di Napoli (…e che sperperò malamente in soli 50 giorni): quei
soldi, tutti propri delle Due Sicilie, e quel progetto, frutto di un
bando internazionale di concorso, erano già pronti a passare alla
realizzazione nel 1857 quando il ferimento di Ferdinando da parte di
Agesilao Milano, il successivo degrado della salute del re e la sua
morte ne rallentarono l’esecuzione, definitivamente procrastinata dalle
vicende che precedettero e seguirono lo sbarco dei Mille.

 Comunque
quel modello portò le Due Sicilie ad una situazione di "diffusa"crescita
produttiva che con linguaggio moderno si può qualificare di ‘"predecollo
industriale", condizione che trovava nella sola Lombardia – per quanto
riguardava la penisola – un termine di accettabile paragone.
 Il 44%
(cioè: 1.350.904 su 3.072.245, secondo il censimento unitario del 1861)
di tutti gli addetti alle manifatture protoindustriali ed industriali
d’Italia (quelli che oggi sichiamerebbero addetti all’industria) erano
concentrati nel Mezzogiorno e di questi solo 410.159 erano in Campania
giacché gli altri 900.745 erano sparsi uniformemente in tutto il regno
Per capire l’abisso che separava – in positivo – le Due Sicilie
industriali dal resto d’Italia, basti ricordare che tutti gli addetti
manifatturieri di quello che dagli anni ’80 in poi dell’800 diventerà
"il triangolo industriale italiano" erano solo 759.000 a fronte di una
popolazione uguale a quella delle Due Sicilie (cioè, rappresentavano
circa il 56% dell’occupazione industriale del sud).
 Il difetto
fondamentale di quel modello, ed in particolare in quella fase delicata
di predecollo industriale, era costituito dalla assoluta necessità di un
governo che, senza essere dirigista, ponesse tutte le sue cure:
nell’evitare i gravissimi rischi inflattivi chesarebbero nati dalla
sovrabbondanza diffusa di oro ed argento; nel dosare con prudenza il
continuo ampliamento della base produttiva onde evitare crisi di
sovrapproduzione, soprattutto settoriale, fisiologici in una situazione
incontrollata di forte effervescenza produttiva come era quella delle
Due Sicilie; nella continua attenzione alla messa in valore di tutte le
risorse del Paese per diffondere l’ottimale utilizzo.
 In una parola,
quel modello aveva bisogno, in primis, di un governo "indipendente", in
coerenza, del resto, con la sua stessa origine dalla proclamazione
dell’indipendenza di Napoli con cui esordì il regno di Carlo III. Tutti
possiamo capire, dunque, perché quel modello finì con la fine
dell’indipendenza delle Due Sicilie. Ma tutti possiamo capire anche
perché e come la condizione attuale del Mezzogiorno non potrà migliorare
se l’area non potrà recuperare una "’propria" ed "efficace via" per
mettere in valore le proprie risorse senza essere condizionata da
modelli ed interessi estranei e contrapposti a quelli propri.

A cura
di: Michele Lopriore

Ass. Sentimento Meridiano


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