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Ass. Sentimento Meridiano /Regno delle Due Sicilie: l’agricoltura prima e dopo l’unità d’Italia

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Nel regno borbonico, come negli altri stati preunitari, l’agricoltura costituiva il settore predominante. Le condizioni climatiche delle Due Sicilie favorivano la produzione di grano, orzo, avena, patate, legumi e olio.Carlo di Borbone introdusse riduzioni di tasse per i proprietari che avessero coltivato i loro terreni ad uliveto. Fu così che in Puglia misero radici gli ulivi: oggi su 180 milioni di alberi italiani ben 50 milioni sono localizzati in Puglia e 30 milioni in Sicilia. Importanti erano anche le
coltivazioni di agrumi [7] e di molte altre piante idonee al clima
mediterraneo, quali la vite [8], il fico [9], il ciliegio [10], il
castagno [11], il nocciolo [12], il noce [13] ed il mandorlo [14]. Zone
molto sfruttate per la coltivazione di alberi da frutto erano ad esempio
le campagne intorno al Vesuvio [15]. L’allevamento era prevalentemente
ovino (lana), equino e suino.Tra gli Abruzzi e la Puglia continuava la
transumanza delle greggi che si svolgeva lungo i tratturi, regolata da
un codice che prevedeva il pascolo nel Tavoliere dal 29 settembre all’8
maggio. In quel mese si svolgeva la grande fiera zootecnica di Foggia
alla quale era tradizione partecipasse anche il re, vestito alla maniera
paesana. Vivacissima era anche l’attività dei caseifici la cui
lavorazione riguardava particolarmente il latte di pecora e la
mozzarella di bufala. In totale, nel Regno, gli occupati
nell’agricoltura erano più di tre milioni.

La dieta del meridionale
dell’epoca era quella tipica mediterranea, ricca di verdure, ortaggi,
frutta e pesce, latte e derivati, pane e pasta. Un decreto emanato il
12-12-1844 da Ferdinando II prescriveva la necessità di un certificato
di origine per l’olio d’oliva che era esportato in tutto il mondo, Stati
Uniti compresi. L’industria alimentare era legata all’ottima produzione
di grano duro e vantava i migliori pastifici d’Italia, circa cento, che
esportavano in molti paesi europei: Russia, America, Svezia, Grecia.

La pesca era un’attività tradizionalmente diffusa su tutte le coste
del regno. Essa assunse carattere industriale soprattutto grazie
all’opera di Vincenzo Florio, che in Sicilia fu molto attivo anche
in questo campo (oltre a quelli dell’industria chimica, siderurgica,
tessile e dei trasporti marittimi), costruendo tonnare e stabilimenti
per la lavorazione e la conservazione del pescato.

L’agricoltura delle
Due Sicilie aveva i suoi punti forti nelle pianure campane e pugliesi.
Nelle fertili pianure campane venivano applicate colture spesso di
carattere intensivo (in particolare di ortaggi, alberi da frutto,
tabacco e altre produzione per l’industria come la canapa, il
lino ed il gelso). Le pianure e le colline rocciose delle
Puglie, invece, erano suoli adatti alla produzione di oli e grani
di qualità, in alcuni casi prodotti con soluzioni tecniche innovative
(sotto questo aspetto si distinsero i grandi proprietari terrieri della
famiglia Pavoncelli di Cerignola), che venivano venduti alla Borsa
di Napoli su tutti i principali mercati europei. I vini, specialmente
quelli prodotti in Sicilia (di cui si ricorda in particolare il Marsala
), alimentavano un fiorente commercio con il Regno Unito e le
Americhe.

Per ampliare la superficie agricola furono intraprese opere
di bonifica: tra le più importanti si ricordano le bonifiche del Vallo
di Diano, del Tavoliere delle Puglia e del piano del Fucino, in Abruzzo Ulteriore Secondo, quest’ultima decisa dall’ingegnere Carlo Afan de Rivera. Analoghi provvedimenti vennero
presi per contrastare i problemi legati al dissesto idrogeologico, come
per esempio la costruzione di canali artificiali, dell’Alveo comune
nocerino e della rettifica del basso Sarno. Importanti erano
anche le colonie agricole nate per volontà reale: la più illustre, la
Reale tenuta di Carditello in Terra di Lavoro, serviva anche
da centro sperimentale per colture e produzioni innovative. Un altro
esempio di colonia agricola da ricordare fu quella di Battipaglia,
nel Principato Citeriore, in cui il governo borbonico costruì nel
1858 un centro abitato dotato di tutti i servizi necessari ad ospitare i
terremotati di Melfi, consentendo loro di coltivare i nuovi terreni
bonificati della Piana del Sele.

Specialmente in Campania ed in Puglia le riforme del decennio francese e la successiva
razionalizzazione dell’amministrazione pubblica, diedero vita ad un ceto
agrario borghese destinato a sostituire gran parte dei vecchi
proprietari terrieri nobili. Parte di questo ceto borghese (non solo
agrario ma anche industriale) che si formò nella prima metà
dell’Ottocento divenne il cardine dei nuovi movimenti liberali: la
borghesia meridionale, forte delle posizioni economiche raggiunte,
pretendeva riforme e posti di potere nel governo del regno. I desideri
della borghesia però dovettero scontrarsi con la rigida politica
assolutistica di Ferdinando II. In questo modo il ceto medio nato grazie
alle politiche economiche borboniche divenne, in seguito alle mancate
riforme del 1848, la classe sociale più ostile alla dinastia,
trasformandosi nella spina dorsale dei movimenti costituzionali ed
unitari protagonisti della dissoluzione del reame nel 1860.

L’abolizione del feudalesimo fu il punto d’arrivo di un percorso
iniziato già ai tempi di Ferdinando I, il quale, incalzato dagli
intellettuali del regno, per primo iniziò ad adottare una politica volta
a fronteggiare il latifondismo, principale ostacolo al progresso
agricolo del meridione rurale. Il sovrano elaborò nel 1792 una
legge sulla riforma demaniale (De AdministrationeUniversitatum), che
prevedeva la riduzione del latifondo creando un ceto di piccoli e medi
possidenti, che avrebbe trasformato i contadini salariati in piccoli
coltivatori diretti. Tuttavia il provvedimento non fu gradito né dai
baroni, che avrebbero perso gran parte dei propri possedimenti, né dalla
borghesia provinciale, che non tollerava di essere scavalcata dai
contadini nella spartizione dei latifondi. Con l’esilio di Ferdinando I
e la nascita della Repubblica partenopea la prammatica del 1792
venne applicata dal governo giacobino per accattivarsi le simpatie
dei contadini delle regioni interne. Tuttavia, in seguito alla caduta
della Repubblica napoletana ed alla riconquista sanfedista del
regno, il ceto medio e la nobiltà ritornarono in possesso delle terre
affidate al popolo nel 1799. Con la prima restaurazione la questione
demaniale ritornò ad essere regolata dalla prammatica del 1792, che
divenne poi la base della riforma napoleonica sull’eversione della
feudalità. L’eversione della feudalità, però, secondo Tommaso Pedio
, nonostante la grande importanza avuta nell’imprimere una svolta in
senso moderno nell’amministrazione dello Stato e nel consolidamento
della proprietà borghese, rese in molti casi più precarie le condizioni
economiche dei contadini nelle aree rurali del reame (condizioni già
misere se si considera che le uniche proprietà di questi contadini erano
generalmente la casa di famiglia e minuscoli appezzamenti di terreno).
Nel provvedimento adottato dal governo di Giuseppe Bonaparte per
debellare il feudalesimo, le quote di terreno assegnate ai braccianti
non tenevano conto della composizione del nucleo familiare, costringendo
molti di questi ad indebitarsi con i possidenti ricchi per comprare
altro terreno. Con la seconda restaurazione il governo borbonico adottò
la legislazione entrata in vigore nel decennio napoleonico, e così gran
parte dei problemi legati alla compravendita di terreni nelle province
rurali, nonostante l’abolizione del feudo, rimasero irrisolti, tanto da
sfociare in rivolta in seguito agli avvenimenti del 1848. La
questione demaniale si aggravò ulteriormente dopo l’unità d’Italia,
in quanto il nuovo governo sabaudo non solo si rifiutò di risolvere i
problemi legati alla spartizione dei vecchi latifondi ma concesse anche
alla borghesia agricola del sud, in cambio del suo sostegno politico, di
occupare le vecchie proprietà e le terre demaniali su cui si basava il
sostentamento del ceto contadino più povero.

Nelle aree meno fertili e più periferiche del regno (come ad esempio nell’interno della Sicilia
 e nell’entroterra peninsulare) l’isolamento contribuiva alla
persistenza di alcuni gravi lasciti del feudalesimo (abolito nel 1806
nei domini continentali e nel 1813 in Sicilia), che influivano
negativamente sulle condizioni economiche dei braccianti agricoli
locali. Questi disagi, causati in primis dalla difficoltà nello spartire
i terreni dei vecchi latifondisti nobili di provincia ancora legati alla
rendita fondiaria, tuttavia erano compensati da una flessibile economia
rurale che rendeva tutto sommato sopportabile anche la situazione
economica dei contadini più poveri. Dopo l’Unità, con il
considerevoleaumento delle imposte e la poco oculata regolamentazione
delle tariffe doganali, questo status quo economico nell’entroterra
meridionale venne a mancare. Il governo sabaudo dimostrò più volte (a
partire dalla repressione della rivolta di Bronte) di non tenere
particolarmente a cuore le sorti dei braccianti, adottando negli anni
successivi all’unità d’Italia provvedimenti che contribuirono a rendere
ancora più precaria la loro esistenza e ad alimentare un fortissimo
dissenso nei confronti del nuovo Stato unitario. Dissenso che, unito
sovente a motivazioni politiche, diede origine al cosiddetto
"brigantaggio" prima ed alla grande emigrazione poi.

A cura
di:

Michele Lopriore

Ass. Sentimento Meridiano 


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