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Ass. Sentimento Meridiano/ Regno delle Due Sicilie: L’industria alimentare

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L’industria alimentare era legata, in particolar modo, alla produzione di olio, vino e grano duro ed i pastifici erano diffusi su tutto il territorio del regno (in particolare nella provincia di Napoli tra Torre Annunziata e Gragnano) con esportazioni di pasta lavorata che interessavano sia diversi stati europei, sia gli Stati Uniti d’America. Con il passare del tempo si ebbe uno sviluppo
delle strutture industriali già esistenti in Campania, Calabria
e Sicilia ed una diffusione di modesti opifici e piccole o medie
fabbriche anche in altre aree continentali del regno, in particolare in
Abruzzo, Puglia e, in maniera molto esigua, in Molise e
Basilicata.

In Terra di Bari e nelle altre province
pugliesi, nella prima metà dell’Ottocento, si ebbe un processo di
industrializzazione che coinvolse numerosi centri urbani. Tra le aziende
di maggior rilievo nel settore tessile sono da ricordare i lanifici
Nickmann (1848) e le filande Marstaller, le quali, oltre a produrre
tessuti, si occupavano dell’esportazione di olii, vini e mandorle in
Germania. Nel settore metallurgico si ricordano le officine
Lindemann (fondate da GugliemoLindemann a Salerno nel 1836) situate a
Bari dal 1850, che, oltre alla produzione metallurgica (lavorazioni
dello zolfo, gasometri, macchine agricole, infissi per grandi edifici,
caldaie e motori navali), assunsero anche il ruolo di fabbrica
agro-chimica nei processi di estrazione degli olii e nella fabbricazione
di saponi. In quell’epoca, infine, nelle città pugliesi, per iniziativa
locale sorsero piccole industrie legate soprattutto alla produzione
agricola: vi si costruivano molini, macchinari per la lavorazione dei
filati, per la produzione degli olii, del vino e vi si producevano
saponi.

Dopo il 1824, molte piccole fabbriche manifatturiere si
trasformarono in veri e propri complessi industriali che resero alcune
zone del Regno delle Due Sicilie all’avanguardia nella fase iniziale
dell’industrializzazione della penisola.

Negli anni cinquanta i salari
degli operai del settore privato ammontavano in media ad una paga
giornaliera di 40/50 grana (per poter fare un valido paragone col
settore pubblico basti pensare che un Aiutante di Battaglione, il
sottufficiale di grado più alto nel Real Esercito, percepiva una
paga giornaliera di 54 grana, che tra l’altro corrispondeva a oltre il
20% in più rispetto alla paga del parigrado dell’Esercito piemontese). I capi-operaio invece ricevevano un paga giornaliera di 75/85
grana in media. Sebbene questi salari fossero in linea con quelli del
resto d’Italia, il costo della vita nelle Due Sicilie era
particolarmente contenuto. Questa struttura salariale infatti si
inseriva in un sistema di prezzi alquanto stabile, specie per i generi
di più largo consumo: un chilogrammo di pane costava 6 grana, un kg di
pasta 8 grana, un kg di carne bovina 16 grana, 0,75 litri di vino 2
grana, ecc.Tommaso Pedio ci ricorda come non vi fossero ancora
norme a tutela delle condizioni lavorative: l’operaio non aveva il
diritto di protestare per ottenere migliori condizioni di lavoro e lo
sciopero poteva essere punito dalla legislazione borbonica come "atto
illecito tendente al disturbo dell’ordine pubblico": ciò contribuì a
creare negli anni successivi al ’48 un certo fermento tra la classe
operaia del reame, il cui malcontento si manifestò poi con grande vigore
negli anni successivi all’unità in seguito al nascere di nuove
problematiche. Intorno al 1848 si ebbe la nascita di alcuni nuclei
socialisti tra gli operai napoletani e salernitani e tra gli
intellettuali della capitale (il cui esponente più celebre fu Carlo
Pisacane, morto in seguito allo sbarco di Sapri nel 1857).

Secondo alcuni storici italiani l’imprenditoria nelle province
meridionali era esiguamente sviluppata rispetto al resto d’Italia,
tranne alcune notevoli eccezioni come i Florio siciliani, a causa
delle deficienze strutturali dell’economia del Mezzogiorno, evidenziate
principalmente nella scarsezza di materie prime quali il carbon fossile
e ferro, la mancanza di capitali (principalmente investiti in
rendite fondiarie e titoli di stato), la mancanza di una educazione
tecnica degli operai che relegava l’attività manifatturiera
principalmente all’ambito artigiano e casalingo (al primo censimento del
1861, delle 1.179.499 unità censite come "popolazione artigiana"
nelle Province Napoletane, 764.350 erano donne, di cui, a sua volta,
118.626 avevano meno di 15 anni d’età) e alla scarsezza del mercato
interno del regno stesso.

Tuttavia, i dati riportati da uno studio del
2010 della Banca d’Italia "_tendono a confermare alcune delle
ipotesi revisioniste_": i dati esposti dimostrano come, nel 1871,
l’indice di industrializzazione delle principali province campane e
siciliane fosse allo stesso livello delle province del Triangolo
industriale. Lo stesso studio sottolinea come nella seconda metà
dell’Ottocento l’industria italiana avesse carattere principalmente
artigianale ed evidenzia come fosse concentrata a ridosso delle grandi
aree urbane. Oltre allo studio Bankitalia, vi è anche un dossier degli
economisti Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima
(Istituto ISSM – CNR) che, ricostruendo il Prodotto pro-capite
delle regioni italiane sulla base dei dati del 1891 e successivi,
concludono che al 1860 non esistesse alcun reale divario in termini di
reddito individuale medio tra nord e sud, divario che incomincia invece
a crearsi nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Gli autori in conclusione
affermano che l’attuale disparità di reddito tra il Nord e il Sud del
Paese non potrebbe essere spiegata ricorrendo a cause pre-unitarie,
in quanto la differenza si manifesta a partire dall’ultimo ventennio
dell’Ottocento sotto forma di minore crescita del Mezzogiorno.

A cura di: Michele Lopriore

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