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Dall’Albania anche «siluri» di droga

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La super marijuana invade l’Europa. Puglia fronte bollente, in tre mesi recuperate 4 tonnellate. Stupefacente trasportato e nascosto in canoe rovesciate

 

Ci sono le immense piantagioni di marijuana, che sono tornate a coprire centinaia di ettari delle campagne albanesi, serre a cielo aperto oppure allestite in grande stile con criteri assolutamente ultramoderni come già avveniva negli anni novanta; ci sono gli intrecci e le complicità e le alleanze con grandi fette di settori importanti dei clan greci, che garantiscono assistenza logistica come del resto hanno fatto in passato per quanto riguarda il contrabbando; ci sono i nuovi sistemi di trasporto per eludere i controlli: due canoe imbottite di marijuana e poi rovesciate e sigillate, trasformate in siluri trainati da piccole imbarcazioni; ci sono anche gli acquascooter, usati per fare la spola con battelli ormeggiati al largo come depositi galleggianti; c’è anche un vorticoso giro di compravendite, aste su cui grava l’ombra dell’illegalità, un valzer di passaggi di proprietà, giochi di prestigio tra i conti di improvvisate società che alimentano la nuova costituzione di un’autentica flottiglia, piccole barche da trasportare verso il litorale dopo un viaggio all’interno di tir per aggirare le rigide regole che vigono ormai sulla costa albanese oppure enormi bolidi del mare capaci di varcare il canale d’Otranto in due, al massimo tre ore.
Ecco il ritorno all’antico romanzo criminale tra Puglia e Albania, ecco lo scenario che si sta silenziosamente delineando a poche decine di chilometri dal Salento, una specie di mosaico in cui le tessere di un tempo stanno pericolosamente tornando al proprio posto attraverso leve che assicurano un ingranaggio già sperimentato negli anni bollenti dell’immigrazione clandestina. Una situazione delicata che si sta ricomponendo secondo una regia ben precisa che non lascia nulla all’improvvisazione. Al contrario, la prima accelerazione c’è stata all’indomani dell’operazione "Mare nostrum", quella che il governo ha fatto scattare per blindare il Mediterraneo dopo la strage di migranti nel Canale di Sicilia, a ridosso di Lampedusa. Su tutto questo, sulla vecchia-nuova geopolitica dei clan che incombe adesso sull’Adriatico, indaga la guardia di finanza, che sta monitorando il fenomeno attraverso una costante attività di controllo ma anche con indagini tutt’altro che semplici, portate avanti insieme alla collaborazione delle forze dell’ordine albanesi. Gli elicotteri e le motovedette del Reparto operativo aeronavale (Roan) perlustrano palmo a palmo la costa pugliese. Ma non solo. Perché in questa nuova inchiesta sui trafficanti del nuovo millennio svolgono un ruolo decisivo anche le indagini avviate dall’altra parte dell’Adriatico e anche sul litorale ionico greco. Ecco perché il flusso di informazioni è continuo, scorre e racconta la ricomposizione della flottiglia dei trafficanti, gli investimenti nella droga e nel flusso di clandestini, l’enorme giro di denaro che alimenta un’operazione criminale che rischia di trasformare ancora una volta l’Adriatico nel nastro trasportatore degli affari illeciti e la Puglia nella «Colombia d’Europa», tappa obbligata nella geografia degli affari orchestrati dalla criminalità internazionale. Solo nel 2013 lungo la costa pugliese sono state sequestrate sette tonnellate di marijuana (ventisei in tutta Italia), un quantitativo enorme che la dice lunga sui canali di approvvigionamento e sulla disponibilità delle cosche che gestiscono il traffico. Ma nei primi tre mesi del 2014 la marijuana sequestrata dalla Finanza ha già raggiunto le quattro tonnellate.
Il tutto per un giro d’affari da capogiro: secondo quanto emerso dalle indagini, i trafficanti per mettere insieme una tonnellata pagano circa 150mila euro tra compensi agli agricoltori e costi di trasporto, ma il guadagno netto al dettaglio è di dieci milioni. I riflettori degli investigatori sono puntati sull’Albania, dove filtrano indiscrezioni tutt’altro che rassicuranti: la riorganizzazione della flotta è già in atto, i clan stanno già provvedendo a rastrellare enormi gommoni oceanici ma soprattutto piccole barche, in particolare quelle da diporto. Un cambio di strategia rispetto al passato, quando venivano utilizzate vecchie carrette del mare. «I controlli sono costanti e la collaborazione avviata con la polizia albanese dopo un accordo internazionale bilaterale sta dando ottimi risultati», dice il colonnello Maurizio Muscarà, comandante del Roan della Puglia. Insomma, i bolidi del mare adesso danno nell’occhio: ecco perché i trafficanti si affidano a barchini e utilizzano soprattutto gli acquascooter per organizzare autentiche staffette della droga in Adriatico. La ricostituzione della flotta dei trafficanti è la logica conseguenza del boom di coltivazione di cannabis in atto in diverse fette della campagna albanese. Un fenomeno ormai documentato dalle indagini della guardia di finanza. Non si tratta di piccole o grandi serre, ma di enormi piantagioni concentrate nella zona di Girocastro, in particolare a Lazarat, area montuosa a 230 chilometri a sud di Tirana e ad appena 30 chilometri dal confine greco, quello che ormai chiamano «il villaggio della marijuana», poco meno di quattromila abitanti, dove accorrono braccianti da diverse zone del Paese che lavorano dall’alba al tramonto per tremila lek al giorno (circa venti euro): ogni chilo viene venduto a 300 euro e finisce nei camion diretti sulla costa, ma spesso il carico viene sistemato su asini che conoscono la strada e da soli raggiungono la Grecia: un modo per evitare arresti.
La destinazione finale comunque è l’Italia, l’Occidente più vicino, la porta per il grande mercato europeo su cui si affaccia anche l’ombra della marijuana geneticamente modificata e quindi con un principio più elevato: un carico di stupefacente ogm proveniente da Valona è stato sequestrato tempo fa dalla polizia a Bologna. Questo nuovo boom del narcotraffico è finito anche all’esame del Dipartimento di Stato americano e figura in un dossier dell’International narcotics control strategy report, che comunque sottolinea come il livello di attenzione delle forze dell’ordine in Albania sia notevolmente aumentato: nel 2012 sono state recuperate 2,1 tonnellate di marijuana con un incremento dei sequestri del 175 per cento. Nonostante questo, però, la produzione è aumentata del 40%, la domanda è costante, i prezzi si abbassano. Attraverso le ricognizioni aeree del Reparto operativo aeronavale è stata documentata la presenza in Albania di almeno 300 piantagioni pari a un raccolto di mille tonnellate di marijuana pronte a invadere l’Europa. Il valore di mercato sarebbe sui 4,5 miliardi di euro; del resto, con una sola pianta si possono ricavare un paio di chili di cannabis per un valore di circa 300 euro. Buona parte del territorio albanese (il 12,5 per cento in appena due mesi) è stata passata al setaccio consentendo di acquisire 680 gb di immagini ad alta risoluzione fino a cinque centimetri dal suolo: sono state confrontate con rilievi satellitari e grazie al supporto di esperti della Seconda Università di Napoli è venuto fuori che solo nell’area di Lazarat ci sarebbero 319 ettari di terreno coltivato a cannabis, il 90% del totale. Un fiume di droga destinato a travolgere l’Europa.

Bepi Castellaneta

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