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Ass. Sentimento Meridiano Vieste/ AGRICOLTURA E TERRITORIO

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Nel 1843, il 76% degli abitanti del Regno svolgeva attività legate a vario titolo alla campagna e all’agricoltura.

 

Il Paese, tuttavia, era profondamente diviso in due aree: mentre le zone
dell’interno, spesso (e soprattutto se montagnose), erano più arretrate
e condizionate dall’ambiente, le regioni costiere si erano maggiormente
inserite nel grande circuito del commercio internazionale. Italia
meridionale e Sicilia, infatti, esportavano inFrancia e in Inghilterra
grandi quantità di vino, di olio e di agrumi.

La produzione di cereali
era concentrata soprattutto nelle province pugliesi, nell’areadella
Basilicata che riusciva a dialogare con il porto di Barletta (in
Puglia), in alcune zonedella Calabria ionica e in Sicilia.

La maggior
parte dei raccolti di cereali serviva al fabbisogno interno.

Poiché
l’incremento demografico, proseguiva la sua corsa, e ilPaese non era
comunque in grado di raggiungere l’autosufficienza alimentare senza far
ricorsoalle importazioni di grano dall’estero, molti agricoltori
iniziarono a coltivare maise patate, soprattutto in Abruzzo, nelMolise e
nelle aree pedemontane, caratterizzate dallapresenza di una diffusa
piccola proprietà contadina e da una tendenziale autosufficienza,per cui
la produzione del podere era finalizzata in primo luogo all’autoconsumo,
e nonal mercato. Il mais tuttavia si diffuse prima e di più della
patata, che non si impose davveroprima degli anni Quaranta.Già nel
Settecento, la Sicilia e parte della Calabria avevano visto un’ampia
diffusionedegli agrumeti, che ridisegnarono completamente gran parte del
paesaggio agrario insiemealla coltura della vigna, che nel distretto di
Acireale occupava il 50%delle terre coltivate.Naturalmente, intorno
all’attività di esportazione degli agrumi e del vino si creòpoi un
fiorente indotto, visto che il processo di produzione e distribuzione
necessitava dimagazzinieri, cantinieri, carrettieri, bottai, fabbricanti
di casse, scaricatori, barcaioli ecc.Il prodotto più esportato in
assoluto, però, era l’olio, usato all’estero non tanto comecondimento,
ma come materia prima industriale sia come lubrificante per i macchinari
delle industrie inglesi sianelle fabbriche di sapone diMarsiglia. L’area
di maggior produzione era la Puglia; ma, rispettoal passato, si verificò
una svolta decisiva: per secoli, l’olio pugliese si era indirizzatoverso
nord attraverso l’Adriatico; ora, invece, erano Francia e Inghilterra le
principali areea richiedere questa materia prima, e per usi molto
diversi rispetto a quelli precedenti.L’olio costituiva la voce più
importante delle esportazioni del Regno, e in certi anni toccòla quota
del 40% del totale. Nella regione di Otranto, circa il 16% delle terre
era destinatoa oliveti, ma il principale porto per l’esportazione del
prodotto finito divenne Bari,che superò ampiamente Gallipoli e Otranto,
molto attive nel XVIII secolo. Per tale motivo,nell’area barese gli
oliveti giunsero infine a occupare il 42%della superficie coltivatae a
ospitare un numero elevatissimo di torchi meccanici, inventati da
PietroRavanas, un agronomo provenzale che si era trasferito in Puglia.

FERROVIE E PROGETTI DI INDUSTRIALIZZAZIONEIl governo di Napoli intuì
le potenzialità offerte dall’industria e introdusseuna legislazione
protezionistica, finalizzata a favorire lo sviluppo della
produzionemanifatturiera nazionale (termine che, ovviamente, non
significa italiana, bensì interna).Il grande progetto era quello di
«fare come in Inghilterra», dando vita a una fiorente industriatessile e
metallurgica. In realtà, il Regno delle Due Sicilie non aveva alcuna
seriapossibilità di intraprendere questa strada. Il sistema bancario era
scadente e scarsamenteramificato, mentre coloro che possedevano capitali
preferivano investirli in terrao (in Sicilia) nella fiorente attività di
estrazione dello zolfo, che nel 1838 ebbe addiritturauna temporanea
battuta d’arresto per un eccesso di produzione (destinata anch’essa,
ingrandissima percentuale, ai mercati esteri, primo tra tutti quello
inglese). Di fatto, conl’eccezione di alcuni impianti (cotonifici,
lanifici e cartiere) situati nei pressi dei corsid’acqua e costruiti con
capitali stranieri (molti dei quali svizzeri), le imprese più
significativefurono quelle promosse dallo Stato, che si propose anche di
potenziare l’esercito edi gettare le basi di una moderna rete
ferroviaria.Il progetto iniziò a delinearsi nel 1836, quando il governo
napoletano firmò una convenzionecon l’ingegnere Armando Giuseppe Bayard
de la Vingtrie, incaricandolo di costruirein quattro anni una linea
ferroviaria da Napoli a Nocera Inferiore.Il 3 ottobre del 1839, alla
presenza del sovrano Ferdinando II, vi fu la partenza, sullatratta della
linea fino a quel momento realizzata, del primo treno: questo era
compostoda una locomotiva a vapore, battezzata Vesuvio, e da otto
vagoni, su cui viaggiarono 258passeggeri.Il 10 agosto 1842 fu inaugurato
il tronco successivo, fino a Castellammare, e due annidopo, nel 1844, fu
completata la diramazione per Nocera Inferiore.L’8 settembre 1849, il
papa Pio IX salì per la prima volta a Napoli su di un treno.

Ferdinando II Dal maggio ’31 il re con una serie di viaggi prese
diretto contatto con le popolazioni delle province, esaminando
personalmente i problemi locali e sollecitando lo zelo dei funzionari.
Per conseguenza migliorò l’ordine pubblico, rientrò nella normalità
l’amministrazione della giustizia, furono abrogate misure straordinarie
di polizia rimaste in vigore dal ’22. Nel Mezzogiorno stava dando i suoi
frutti la politica protezionistica avviata con le tariffe del 1823-24.
In molti settori i progressi furono notevoli. Gelsicoltura, bachicoltura
e lavorazione della seta furono promosse dalla libera esportazione della
seta grezza; viceversa le

manifatture di lana furono favorite dagli
alti dazi sull’importazione: si riprese un po’ dovunque l’industria
domestica, sorsero grandi stabilimenti con molti operai, specialmente
nella valle del Liri del protezionismo

si giovò anche l’industria del
cotone: le manifatture si concentrarono soprattutto nel Salernitano ad
opera di imprenditori stranieri. Nei due rami i prodotti indigeni
giunsero a coprire completamente il fabbisogno del regno. Con la
protezione doganale si svilupparono le industrie della carta, dei
colori, dei guanti, dei cappelli. Negli obiettivi della politica
protezionistica c’era la creazione di un’industria meccanica moderna.
Gli stabilimenti si concentrarono nella capitale e negli immediati
dintorni. Ebbe spazio l’iniziativa privata (uno stabilimento fondato a
Napoli nel ’34 raggiunse notevoli dimensioni), ma in questo campo fu
determinante l’intervento dello Stato, che per necessità militari e per
ragioni di prestigio creò o potenziò il grande opificio di Pietrarsa,
l’arsenale di Napoli, la fabbrica d’armi di Torre Annunziata, i cantieri
di Castellammare di Stabia. Per i provvedimenti in favore della marina
mercantile aumentarono il numero delle navi e il volume

dei traffici.
Si svolgeva per mare gran parte del commercio interno, a causa della
conformazione montuosa del territorio, e quasi tutto il commercio
estero, data l’insufficienza della rete stradale dell’unico paese
confinante, lo Stato pontificio, e la lontananza dai paesi
industrializzati. Si importavano manufatti, materie prime, tessuti e
generi di abbigliamento, generi coloniali. Si esportavano seta, canapa,
lana, agrumi, robbia, liquirizia, olio d’oliva. L’esportazione del grano
era legata all’andamento dei raccolti. L’andamento della popolazione del
regno, passata da 6 700 000 nel 1816 (1 650 000 in Sicilia) a quasi 8
100 000 nel 1840

(1 955 000 in Sicilia), aveva accresciuto il
fabbisogno di generi alimentari. Tradizionale centro di produzione e di
esportazione di cereali restò la Capitanata. Olio e grano formavano la
ricchezza della Puglia, olio e agrumi quella della Calabria e di parte
della Campania. Le industrie pesanti e le manifatture tessili di tipo
moderno, che davano lavoro a migliaia di operai ed elevavano il tenore
di vita, erano concentrate in Campania, nelle province di Napoli,
Caserta e Salerno.

A cura di:

Michele Lopriore

Ass. Sentimento
Meridiano  


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