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Quella prigione dorata che furono le isole Tremiti

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Da Giulia, nipote dell’imperatore romano Augusto, ai dissidenti del regime fascista.

 

Dalle alture più ele­vate della foresta Umbra si scorge il mare ed immerse nel suo azzurro immacolato, poco lontano dalla costa, ecco una manciata di isole: è l’ar­cipelago delle Tremiti. Se il Gargano è uno scrigno di bel­lezze naturali, di leggende e di testimonianze artistiche, le Tremiti rappresentano l’anima di tutte queste pre­ziosità, tanto è ricco questo piccolo arcipelago di fiabe, di storie, di arte, di grotte e di passaggi in­dimenticabi­li. Da secoli meta di pel­legrinaggi e poi di turismo, le isole sono state abitate già in epoca preistorica, come te­stimoniano i manufatti litici rinvenuti nell’isola di S. Domino e su quella del Cre­taccio. Delle Tremiti ci par­lano già Strabone e Tacito, che nei suoi «Annali» scrive che in queste isole fu relegata dall’imperatore Augusto la propria nipote Giulia, perché accusata di adulterio. Ed ancora prima dell’epoca romana una leggenda narra che il re Diomede, stabilitosi dopo la guerra di Troia nella Daunia, volle poi essere sep­pellito nelle isole Tremiti dai suoi compagni che, trasfor­mati in uccelli, ne vegliano ancora il sepolcro e per questo motivo esse sono chia­mate anche Diomedee. L’arcipelago sarà, in segui­to, sede di una importante comunità benedettina dipen­dente da Montecassino. Il mo­nastero di Tremiti, grazie a numerosi lasciti e donazioni, divenne ben presto molto po­tente; la badia era ricchis­sima ed i suoi possedimenti si estendevano numerosi sul Gargano e nel Molise. Altri ordini religiosi si alternarono ai Benedettini, come i Cir­cestensi, che vi costruirono un primo nucleo di fortifi­cazioni per far fronte ai frequenti attacchi dei pirati che, alcune volte, riuscirono però a depredare l’abbazia; essi abbandonarono però le isole verso il Trecento e l’arcipe­lago fu poi ripopolato nel secolo successivo dai Cano­nici regolari di Sant’ Agosti­no. Più imponenti muraglioni, nuove torri ed il taglio della roccia sotto la torre di San Nicolò, alle spalle del mo­nastero, per separarlo dal re­sto dell’isola, rappresentano le opere di difesa compiute dai monaci in questo periodo. L’abbazia raggiunse con i ca­nonici di Sant’Agostino il suo massimo splendore, ma verso la fine del settecento, la badia – ed il suo vasto patrimonio passarono al regio demanio e sull’isola si insediò un pre­sidio militare. Nel secolo scorso l’arcipe­lago è diventato una colonia penale ed i regnanti borbo­nici, per popolare le isole ormai deserte, vi confinaro­no uomini e donne dei bas­sifondi napoletani. Ancora nel Novecento, con l’avvento del fascismo, vi furono con­finate personalità politiche contrarie al regime. Abolita la colonia penale nel dopoguerra, nelle isole si è sviluppato sempre più il turismo, vero protagonista, oggi, dell’economia dell’arci­pelago.

Carmine de Leo 


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