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Il gatto morde una donna e il sindaco lo fa arrestare

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Il primo cittadino di Casalgrande ha emesso un’ordinanza per mettere in quarantena l’animale in attesa dei responsi Asl.

 

Incredibile ma vero. La reclusione non è più una pena soltanto per gli uomini.

Anche cani e gatti, sempre più spesso, ne pagano il prezzo. Non (ancora) per mano dei giudici, bensì su decisione dei sindaci.

A Casalgrande, comune in provincia di Reggio Emilia, il primo cittadino Alberto Vaccari ha ordinato la segregazione provvisoria di un felino dopo l’assalto sferrato tra i miagolii ad una signora del quartiere. «Capisco che firmare e leggere un’ordinanza per fermare un gatto – si giustifica Vaccari – possa suscitare ilarità, ma il Regolamento di polizia veterinaria parla chiaro». La norma, forse l’unica che dai tempi degli antichi romani abbia trovato applicazione uniforme e sia scevra da dubbi interpretativi, risale al lontano 1954. E proprio per la sua anzianità, oltre che per molte sue previsioni ormai anacronistiche, è più volte entrata nel mirino delle associazioni animaliste.

«Quando un animale a sangue caldo morde un essere umano» – spiegano i veterinari dell’Asl di Scandiano, competenti ad indagare sul gatto reggiano – siamo obbligati a tenere sotto controllo l’animale, per appurare che non abbia trasmesso malattie, come la rabbia, che in Italia sono state debellate ma che potrebbero ripresentarsi».

E sarà pur vero, come ha sentenziato qualche settimana fa il Tar di Reggio Calabria, che gli animali domestici sono da ritenersi portatori di interessi giuridici da tutelare, ma l’uomo continua a rimanere specie dominante anche nel diritto. Ed il castigo più frequentemente adottato in via cautelare per ogni attacco di lesa maestà è quello del confino tra le mura domestiche, come accaduto al micio morsicatore di Casalgrande. Non certo il primo, probabilmente neppure l’ultimo, a finire al gabbio casalingo. Nel 1998 i ferri erano scattati alle zampe di Merlino, gattone nero che a Parma aveva osato azzannare un’anziana. Passò alla storia per essersi riguadagnato la libertà dopo un lungo periodo di riabilitazione in famiglia.

Sulle sue orme, oltreoceano, Lewis, il terrore di Sunset Circle, il quartiere d’una cittadina del Connecticut dove impunito nel 2006 aveva preso ad affondare i suoi taglienti incisivi nei polpacci dei passanti, quasi a voler vendicare – accertarono i veterinari – le violenze subite da cucciolo. Sensibile come un uomo, condannato come un cane. Perché neppure a Fido viene risparmiata l’onta della detenzione domiciliare. A Sabbioncello San Vittore, alle porte di Ferrara, ricordano ancora la vicenda di Brioche, un volpino di neanche 3 chili che nella primavera del 2012 aveva preso di mira la dirimpettaia dei suoi padroni e per questo era stata prontamente reclusa.

Vive sul web invece, nonostante i due anni trascorsi dal fatto, la leggenda di Lisippo, batuffolo bianco di razza Westy spedito in quarantena a Firenze per un graffio rifilato istintivamente ad un malcapitato pensionato incappato in una zuffa tra cani: per la liberazione della bestiola invano si mobilitarono a centinaia su Fb. Non hanno fatto neppure un giorno di carcere, né a casa né in galera, i proprietari del pastore corso dimenticato in auto e lasciato nell’abitacolo per 14 ore, nel luglio del 2013, a Moncalieri, nel torinese: lui, per i danni irreversibili riportati durante l’assurda prigionia, è stato abbattuto. I suoi smemorati aguzzini se la sono cavati con una denuncia. Perché la legge, come la storia, la scrivono sempre i più forti. Senza mai patire i morsi. Neppure quelli della coscienza.

Gianpaolo Iacobini
il giornale
 


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