The news is by your side.

Vieste – UN CALCIO AL RAZZISMO, CESAR IDOLO DELLA CURVA

5

 

Il 19enne calciatore del Vieste è arrivato tre anni fa dalla Costa d’Avorio, dopo un terribile viaggio in mare dalla Libia a Lampedusa
Troppe volte le cronache sportive consegnano immagini di odio razziale e stupidità umana, Ma c’è anche un calcio diverso, quello in grado di favorire la riuscita di rapporti di amicizia tra migranti ed italiani.

Com’è avvenuto per il 19enne Guy Cesar Kouassi, calciatore dell’Atletico Vieste. E’ il beniamino della tifoseria, la cui storia è stata raccontata a Manfredonia all’interno della neonata «Casa dei diritti» di Siponto, nell’ambito di una iniziativa di sensibilizzazione con i ragazzi della Curva Sud "Pasquale Cotugno".
«La casa non è dove si nasce, è dove ti vogliono bene», è una delle frasi del film italiano "Il sole dentro", diretto da Paolo Bianchini, che è stato proiettato a cura di «Falso Movimento».
Una pellicola che racconta come l’immigrazione passi anche attraverso i campi di calcio. Cesar era uno di quei tanti minori che con la speranza e l’illusione di poter fare fortuna in Europa nel mondo del calcio si è avventurato in un viaggio troppo lungo per la sua età e troppo pesante per il prezzo da pagare.
La sua, in fondo, è una storia a lieto fine: Cesar, accolto presso la Comunità educativa la «Ruota del Villaggio Don Bosco», con il Monte Sant’Angelo calcio, ha iniziato tre anni fa la sua avventura nel mondo calcistico dei dilettanti. La sua presenza in squadra è diventata giorno dopo giorno importante non solo per il gruppo che dà al ragazzo l’opportunità di crescere, ma anche per la comunità, per i tifosi, che dal calcio hanno solo messaggi negativi.
«Questo incontro rientra nelle iniziative che la Casa dei diritti del Comune di Manfredonia sta iniziando a promuovere sul territorio con l’obiettivo di fare di questo posto non solo il luogo in grado di fornire dei servizi ai migranti, ma anche una struttura che sappia creare occasioni di incontro tramite il racconto delle storie», ha spiegato Domenico la Marca, responsabile del Centro Interculturale «Baobab-sotto la stessa ombra» di Foggia.
«Noi siamo convinti che solo così sia possibile conoscere davvero le persone ed andare oltre i numeri: raccontando storie, creando reti. L’intercultura si fa con le persone, non con le chiacchiere. Con la Casa dei diritti abbiamo individuato una serie di iniziative di sensibilizzazione. Oggi si dialoga con ultras e calciatori sul tema dell’integrazione sui campi di calcio, nel mondo dello sport. Con gli amici ultras vogliamo creare momenti di confronto tramite il calcio. La storia di Cesar è esemplare: è arrivato qui tre anni fa dalla Costa d’Avorio, dopo aver viaggiato dalla Libia fino a Lampedusa in mare. Nel suo villaggio in Africa giocava bene a calcio ed un procuratore locale gli ha promesso mari e monti. Non era vero nulla, ma ormai i suoi genitori avevano investito su di lui e Cesar non ha potuto più tornare indietro. Ha giocato prima nel Monte Sant’Angelo e ora nel Vieste. — ha spiegato la Marca — La sua è un’esperienza positiva di integrazione, dietro la quale c’è la volontà ferrea di questo ventenne di integrarsi ed imparare la lingua. Non è stato affatto semplice per lui riuscirci. Adesso la sua presenza in squadra è importante, simbolica. Cesar ha tenuto lo scorso anno diversi incontri nelle scuole di Vieste, ora è qui a raccontarsi a Manfredonia. Dietro l’immigrazione c’è sempre una sto- ria dolorosa, ma se c’è il contesto giusto ed adatto le storie finiscono bene».
«Posso senz’altro parlare in termini positivi della mia esperienza di vita in Italia», ha sottolineato Cesar. «Nel mio paese, in Africa, giocavo sin da bambino a calcio per strada. Il mio sogno è sempre stato quello di diventare un calciatore. Il mio procuratore mi abbandonò a me stesso in Guinea Bissau, allora presi la decisione di continuare la mia avventura, visto che i miei genitori avevano creduto in me. Andai in Libia, dopo cinque mesi di guerra fui costretto a partire. Per tre giorni viaggiai in mare con altre 300 persone, adulti e bambini. Fu un viaggio tutt’altro che tranquillo, ebbi molta paura. Ma non avevo altra scelta. Dopo 40 giorni a Lampedusa, fui trasferito a Palermo e lì trascorsi un anno intero nel centro di accoglienza. Poi, finalmente, il 1° giugno del 2012, quand’ero diciassettenne, fui trasferito al Villaggio Don Bosco. Da tre anni gioco a calcio in maniera costante».
A Vieste Cesar è molto amato sia dalla tifoseria che dalla comunità. «E’ molto bello che i cittadini di Vieste mi vogliano bene, vado d’accordo con tutti. Sono la mia famiglia e questo per me conta molto. In Italia mi trovo bene, qui sto realizzando il mio sogno».           

(Lucia Piemontese – L’ATTACCO)


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright