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IL MASSACRO DI MONTEFALCIONE

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La mattina del 9 luglio 1861 arrivarono ad Avellino, al comando del maggiore Girczy, tre compagnie del battaglione di fanteria e centoventi Usseri. In breve, un’accozzaglia di Ungheresi (definiti dal Tecce "veri patrioti") venne a salvare l’occupazione sabauda nella provincia di Avellino dalla ribellione dei popolani! La prima compagnia, al comando del capitano Pinczés, fu spedita in direzione di Montefusco; la seconda, al comando del capitano Birò, in direzione di Montemiletto. Verso sera furono inviati altri uomini a rinforzare le due compagnie con l’ordine di convergere da nord su Montefalcione alle ore 7 del giorno 10, mentre il Girczy mosse direttamente verso il paese per attaccarlo, alla stessa ora, da sud. Un caporale della Guardia Nazionale di Candida, tal Michelangelo Parziale, si offrì a far da guida alla cavalleria ungherese.
Nel frattempo, la truppa del de Luca, rinserrata senza scampo nel monastero, meditava di rompere l’assedio tentando con le armi di aprirsi un varco tra la folla tumultuante. Ma, improvvisamente, la mattina del giorno 10 si fece il vuoto intorno agli assediati. Questi, infatti, ad un certo punto osservarono un viavai di gente, di vecchi, mamme con bambini che precipitosamente fuggivano in un frastuono di campane: la notizia dell’arrivo degli Ungheresi, noti per la loro ferocia, fece sì che "migliaia di contadini alla rinfusa si disperdessero per i campi".
Gli stranieri a passo di carica si lanciarono sugli assedianti, mentre dall’interno del monastero la brigata Aosta e le guardie nazionali fuoriuscirono al contrattacco. Gli insorti mantennero le posizioni per circa un’ora, per poi disperdersi in ogni direzione. I più arditi, un mezzo migliaio circa, risoluti a resistere, ripiegarono precipitosamente verso la parte alta del paese. Una quarantina di essi si asserragliò in due masserie vicine. Dagli Ungari, non militari, ma iene inferocite, "vi fu messo il fuoco, e, come uscivano, erano fatti a pezzi; non ne campò pur uno’.
Il Girczy prese allora il comando di tutti i militari, e intorno alle 11 li fece marciare verso il centro di Montefalcione. I cinquecento nostri patrioti, risaliti lungo il paese, nel frattempo eressero, in una concitazione spaventosa di animi, barricate per ogni dove, accatastando tutto ciò che trovarono a portata di mano. Riuscirono a resistere per un po’ di tempo, opponendo a più riprese violente ma innocue scariche di fucileria, ma "poi furono attaccati da ogni parte, e ne fu fatto orribile macello per le vie e le campagne"’.
Cessata la battaglia, mentre Montefalcione veniva orrendamente data alle fiamme dai militari, si scatenò una feroce caccia all’uomo con fucilazioni indiscriminate fin verso le 11 di sera. "Si trovarono 30 cadaveri per le vie dell’abitato, oltre quelli che sono per le campagne, e che saranno, poiché sono inseguiti da ogni parte, e come li pigliano li fucilano. Qui non se ne vogliono veder più prigioni, e, se ne verranno, saranno ammazzati inesorabilmente". L’Irpino del 10 luglio 1861 scrisse: "La strage dei nemici è cosa orrenda a dirsi e a vedersi, a nessun tristo è stata risparmiata la vita". L’Irpino del 18 luglio 1861 narrò di un insorto moribondo che raccomandò l’anima a "Santo Francesco Borbone"!
La Bandiera Italiana del 14 luglio 1861 scrisse con i soliti accenti di truce fanatismo: "La strage de’ briganti ha espiato quelle nostre dolorose perdite con immane ecatombe. Non si è dato quartiere a nessuno, e bene sta. E’ ora di liberare i paesi da questi Irochesi".
Ecco che razza di gente fece il cosiddetto "Risorgimento". Con quale diritto Piemontesi e Ungheresi armati venivano nelle nostre contrade? Con quale diritto si ammazzavano, si fucilavano, si carceravano, si incriminavano i nostri popolani? Secondo la storiografia ufficiale i tricolorati sarebbero stati "eroi" e "martiri". Tommaso Pedio: "A gara chi meglio sappia piegare la schiena, i primi storici liberali hanno ricostruito la storia del Risorgimento italiano ad usum delphini: per servile adulazione nei confronti del nuovo sovrano, la storiografia italiana postunitaria ha alterato la verità storica e ne è venuta fuori una storia assurda e irreale il cui unico, grande attore è una sparuta, avida, egoista e servile classe dirigente"’.
Gli Ungheresi ammazzarono dunque tantissima gente. Quale fu il numero preciso dei morti? Franco Molfese, che visionò la deposizione sui fatti del governatore di Avellino Nicola de Luca’, scrive di 135 morti; lo stesso numero riportò l’Ulloa; una delibera del consiglio comunale di Avellino del 18 dicembre 1863 dice: "Il paese occupato di viva forza, i reazionari fugati con circa centoquaranta morti, quindici passati per le armi, perché presi nel combattimento colle armi alla mano"; secondo l’Irpino del 18 luglio 1861 le vittime furono 150. In particolare trenta persone furono uccise nel corso di un massacro invale in una chiesa, dove avevano cercato rifugio. Molti vennero fucilati nel monastero dei Padri Dottrinari.

Montefalcione fu dunque nella desolazione, nel lutto e nella rovina. Un’alta colonna di fumo e di fiamme si specchiò negli occhi commossi di quanti, riusciti a fuggire, da lontano assistevano disperati alla rovina delle proprie case e alla morte dei loro cari e dei loro compaesani.
Nei giorni successivi un altro battaglione ungherese, composto da due compagnie di Cacciatori al comando del maggiore Reinfeld, sopraggiunse per ristabilire l’ordine" con l’ausilio di quattro cannoni rigati "a meraviglia la prima fiata visti per su quelle colline erpicose" ‘. Si cominciò dunque a setacciare le campagne per non dar tregua ai fuggitivi. La tattica criminale usata nella repressione per i campi era di circondare il territorio e di sparare a vista su tutto ciò che si movesse. Ovviamente i successivi processi non diedero alcuna informazione su ciò che era avvenuto nel paese occupato ‘.
II massacro scoraggiò profondamente le popolazioni e i resistenti, che iniziarono da allora a rassegnarsi alla tirannide, piegati dalla ferocia, dalla violenza e dalla spietata persecuzione. Nelle nostre contrade iniziava a profilarsi la definitiva sconfitta del Sud. La resistenza da allora abbandonò, per forza di cose, i centri abitati, per affidarsi alle bande armate.
L’eccidio di Montefalcione ebbe un’eco nel Parlamento di Torino. Il deputato di Casoria, Francesco Proto, Duca di Maddaloni, nella tornata del 20 novembre 1861 depose sul banco della Presidenza della Camera una mozione d’inchiesta ‘in cui, per denunziare la brutalità della repressione piemontese, citò, tra l’altro, i fatti di Montefalcione. L’interpellanza parla¬mentare ebbe una pronta risposta: per l"’eroica" conquista di Montefalcione, "il maggiore Girczy ebbe la croce di cavaliere dell’ordine militare di Savoia e la menzione onorevole [medaglia di bronzo al valor militare]; 4 ufficiali e 16 uomini di truppa ebbero la medaglia d’argento al valor militare e 32 uomini di truppa ebbero la menzione onorevole" ‘6. Affinché nessuno rimanesse scontento, anche il citato Parziale, che molto patriotticamente aveva guidato gli Ungheresi, fu premiato su interessamento del de Luca. Perfino lo scassinatore Giovanni Guerra richiese con due suppliche un compenso per il suo atto di eroismo. Ogni commento è superfluo ".

A cura di:
Michele Lopriore
Ass. Sentimento Meridiano


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