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Vieste/ Una città intera per l’addio a Mario

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Il parroco don Michele Ascoli: «dobbiamo ritrovare la comunità è dare un senso a questa tragedia. E il fratello dell’assassino chiede perdono alla famiglia.

 

«Mai più, mai più! E’ un prezzo troppo alto. Mario è un martire della nostra società». Echeggiano come tuoni, tra le mura del tempio ammutolito, le parole di don Michele Ascoli, parroco di San Giuseppe Operaio, la chiesa nella quale si sono svolti ieri mattina i solenni funerali di Mario Nardella, il giovane commerciante assassinato la sera di martedì 11 novembre dal compaesano Silvio Stramacchia, 23 anni, nel corso di un tentativo di rapina. Grandissima partecipazione popolare alle esequie che hanno preso il via con il corteo funebre, partito dalla periferia dell’abitato e che ha attra­versato, in un silenzio surreale, le strade del quartiere "Fontana vec­chia" ove Mario Nardella abitava e gestiva l’attività commerciale di fa­miglia. Il corteo era aperto dal gon­falone della città listato a lutto, seguito dal feretro portato a spalla dagli amici di Mario, in particolare tifosi dell’ Atle­tico Vieste, la sua squadra del cuore, per la quale svolgeva volontariato co­me steward in tribuna durante le par­tite. E sulla bara, tra un cuscino di rose bianche; la bandiera bianco-celeste del club, la casacca che Mario indossava e una maglietta ufficiale dell’Atletico che, tra l’altro, ha dedicato al povero giovane la splendida vittoria sulla Virtus Francavilla di domenica. Almeno duemila persone hanno preso parte al sacro rito, durante il quale tutti i negozi cittadini hanno abbassato le saracinesche non solo in segno di lutto ma quale dimostrazione di unità della città contro ogni forma di violenza. «Questo è il momento della rifles­sione e non dei giudizi – ha detto don Michele durante l’omelia, a tratti sé­gnata dalla umana emozione. C’è bisogno di ritrovare ciò che abbiamo perseo. Dobbiamo adoperarci per ri­pristinare la convivenza pacifica che ha sempre contraddistinto la nostra città. Ma ciò sarà possibile non solo con l’attività delle forze dell’ordine, con processi rapidi, certezza della pe­na, ma soprattutto con la presa di coscienza di ogni singolo cittadino, perché siamo tutti responsabili di que­sto stato di fatto. Ognuno – ha sot­tolineato il sacerdote – deve fare la sua parte. Questa tragedia ci aiuti a ridare alla nostra Vieste il volto tranquillo, quello ridente di una città che accoglie e rispetta il prossimo. Solo così ri­spetteremo Mario e la sua morte vio­lenta non sarà stata vana». Immensa commozione durante il ri­to funebre, tanto sobrio quanto par­tecipato. In prima fila, tra le lacrime ma con composta dignità, i genitori, il fratello e la sorella di Mario Nardella. A fianco il sindaco, Ersilia Nobile,la giunta, il presidente e l’intero Con­siglio comunale, poi i rappresentanti, delle forze dell’ordine operanti a Vie­ste, la dirigenza dell’Atletico Vieste al completo, rappresentanti di associa­zioni e la marea di gente camune che s’è stretta attorno alla famiglia. Intanto, proprio nel giorno dei fu­nerali, Alfonso Stramacchìa, fratello maggiore di Silvio, autore del delitto, ha pubblicato sul social network una richiesta di perdono. «Condivido tutto ciò che scrivete su mio fratello. Avete ragione ad ester­nare tutta la vostra rabbia, il vostro rancore e il vostro odio nei confronti di mio fratello. Ma, credetemi – scrive Alfonso Stramacchia – i nostri genitori ci hanno dato un ottima educazione. Nonostante i problemi della quotidia­nità hanno cresciuto undici figli. Non hanno mai cercato di creare dei mo­stri, o il mostro. Purtroppo il mostro si è creato da solo in quella maledetta sera. Perdonateci tutti – implora il giovane -. Chiedo perdono a nome di tutta la famiglia Stramacchia alla fa­miglia Nardella per il vile gesto di nostro fratello che ha causato la per­dita del proprio caro. Perdonateci tut­ti».

Gianni Sollitto 


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