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Racket a Foggia/ L’ordinanza che imbarazza i Tarquinio

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Il figlio pagava il pizzo ma papà Lucio fa lo gnorri con Emiliano.

 

La polemica a distanza tra Michele Emiliano e Lucio Tarquinio fa riemergere una vecchia storia di minacce ed estorsioni a Foggia. I due politici sono arrivati allo scontro dopo le dichiarazioni dell’ex sindaco di Bari che aveva detto “arresteremo tutti ma non vorrei che a Foggia qualcuno stia tentando di riscuotere qualche cambiale nei confronti della politica, perché è evidente che quelle cambiali non le pagheremo mai”. Nella replica inviata alla stampa, Tarquinio ha poi commentato: “Dichiarazioni gravissime, che meritano una spiegazione un po’ più precisa di una generica allusione. Emiliano è a conoscenza di fatti in cui la politica ha firmato cambiali con chi oggi minaccia con le bombe gli imprenditori della città? Se è così sarebbe buona cosa consegnare alla Procura della Repubblica queste informazioni”.

Uno scontro a distanza che fa riemergere episodi narrati nell’operazione Corona. Tarquinio chiede a Emiliano spiegazioni quando forse gli basterebbe bussare al figlio Antonio, giovane imprenditore locale. Antonio Tarquinio, infatti, pagava un pizzo di 3mila euro al mese agli uomini della Società, in particolare ai suoi aguzzini Michele Mansueto (deceduto), Carlo Borreca (affiliato al clan Sinesi-Francavilla) e Giuseppe Zucchini, elemento trasversale dell’organizzazione.

Oltre all’ordinanza Corona c’è il racconto di un killer della mafia foggiana, Antonio Catalano. “Tarquinio gli dava i soldi – spiegò ai giudici – assumeva anche persone a lavorare. Però aveva il suo tornaconto: era favorito negli appalti e se qualcuno gli dava fastidio, loro erano le guardie. Si trattava di una estorsione di comodo”.

La ditta di manutenzione immobili di Tarquinio eseguì persino dei lavori di ristrutturazione presso l’abitazione di Zucchini. Quindi non solo il pizzo ma anche favori personali necessari ad evitare ritorsioni e garantirsi protezione.

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