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Puglia/ Primo stop alle trivelle, il ministro frena

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Non si tratta di una bocciatura tout-court. Ma di una richiesta di corpose integrazioni su vari passaggi della documentazione presentata al Ministero dello Sviluppo Economico dalla Global Petroleum Limited, società inglese che nel 2013 aveva presentato i permessi di esplorazione off shore per l’intera costa adriatica pugliese, da Monopoli a Torchiarolo, passando per Bari, Giovinazzo, Molfetta, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi e San Pietro Vernotico. Non uno stop definitivo, dunque, ma per chi segue la vicenda in prima linea un segnale importante che qualcosa in Adriatico si stia muovendo e che vada in direzione contraria alla Sblocca Italia. Sulle 24 richieste di esplorazione e prospezione che riguardano la Puglia, infatti, il blocco del Mise rappresenta un precedente importante, tanto più che riguarda in buona parte la contestata materia dell’Air Gun, le bolle di aria compressa che provocando onde sismiche controllate disegnano sui monitor delle petroliere la presenza di sacche di liquido (o gas). Ecco perché il passaggio – per quanto interlocutorio – fa esultare Comuni e comitati no Triv di tutta la Puglia.

La notizia che il Ministero abbia congelato la proceduta di Via incoraggia le amministrazioni locali, tutte contrarie alle ricerche petrolifere nell’area. La richiesta di integrazione del Mise boccia, infatti, più aspetti della documentazione presentata dalla società. La commissione Via e Vas definisce infatti la documentazione “lacunosa”, in quanto priva di uno studio certificato dai centri di cetofauna, «che contenga un cronoprogramma che limiti gli impatti sui grandi cetacei e anche maggiori dettagli sulla presenza di mammiferi marini nell’area». La morte dei capodogli spiaggiati in Abruzzo, insomma, non è rimasta senza conseguenze. Un aspetto che rischia di diventare paradossale se si pensa al Golfo di Taranto, dove i delfini vanno a riprodursi. E lo stesso vale per il Capo di Leuca, dove le pistole ad aria compressa dell’Air Gun – secondo programma – dovrebbero partire già la prossima estate. Alla società viene contestata anche l’assenza di una relazione costi-benefici sulla quantità degli idrocarburi estraibili e sui tempi di esecuzione delle indagini geosismiche.

Un aspetto non da poco se trasferito al Salento, dove l’Air Gun fa più paura anche in relazione alla situazione delicata delle falesie.
«Bene il governo. Ma la battaglia sarà ancora lunga. Le richieste depositate presso i Ministeri competenti, per l’effettuazione di ricerche di idrocarburi al largo delle coste pugliesi impongono la necessità di un vero e proprio intervento normativo sia nazionale che internazionale». La pensa così il consigliere regionale Giovanni Epifani (Pd), tra i primi ad accogliere favorevolmente la decisione della Commissione tecnica nazionale di Valutazione dell’impatto ambientale (Via) e di Valutazione ambientale strategica (Vas) presso il Ministero per lo sviluppo economico. Anche se non è ancora definitiva.

Il pensiero della Regione sul tema, del resto, è noto da tempo. E soltanto nei giorni scorsi il presidente del Consiglio regionale, Onofrio Introna, lo aveva ribadito, sollecitando proprio il Governo centrale a mettere nell’agenda dei lavori del semestre europeo a guida italiana un’intesa-moratoria con gli Stati che si affacciano sull’Adriatico. Un accordo istituzionale nel rispetto dei singoli Paesi, per evitare che ciò che non è possibile dal Friuli, alle Marche, all’Abruzzo, fino al capo di Leuca sia altrettanto impossibile per la Croazia, il Montenegro, l’Albania e la Grecia.
Punto sul quale torna a insistere anche Epifani: «Il percorso di collaborazione che l’Italia ha avviato con la Croazia sul tema delle trivellazioni in Adriatico – sottolinea il consigliere regionale – lascia ben sperare e mi porta ancora una volta a sollecitare parlamentari europei e italiani affinché la questione approdi sui tavoli di Bruxelles e l’Ue definisca una volta per tutte le regole comuni all’intero delle quali i singoli Paesi possono muoversi.

Resta impossibile per qualsiasi Paese decidere in autonomia in assenza di un terreno giuridico comune. La questione è molto semplice: se l’Italia decide che le trivellazioni in Adriatico non sono convenienti, ma la Croazia a pochi chilometri di distanza autorizza l’estrazione di idrocarburi, chi può stabilire la legittimità delle due decisioni se non l’Europa? Da qui la necessità di una normativa più ampia di quella nazionale. Mi auguro che il governo italiano e che i nostri parlamentari europei, soprattutto ora durante il nostro semestre di presidenza, facciano pressioni per spingere l’Ue a definire in campo ambientale un quadro normativo certo che contemperi fabbisogno energetico e sostenibilità dei territori».


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