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Tra musica e parole, festeggiando con i lettori l’arrivo del 2015

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“Ferlìzze”, il concept album sui Terrazzani. Il disco del cantautore Gianni Pellegrini. Lunedì 29 dicembre, ore 19. Ultimo evento 2014 nello spazio live Ubik. Il musicista foggiano, in versione unplugged, per raccontare una favola antica.

 

“I segge annanze e i ferlìzze arret’”. Le sedie davanti, i ferlìzze dietro. Un antico proverbio della tradizione foggiana il cui significato esprime una differenza di status sociale: le persone importanti davanti (i possessori di sedie “vere”), i poveri e i reietti (con le loro seggiole di fusti vecchi) dietro, alle spalle di tutti. Una parola, ferlìzze appunto, utilizzata come simbolo di una popolazione, quella dei Terrazzani, protagonisti del concept album realizzato dal cantautore Gianni Pellegrini, ultimo ospite del 2014 nello spazio live della libreria Ubik di Foggia. Lunedì 29 dicembre infatti, alle ore 19, il musicista foggiano ripropone il suo lavoro discografico, Ferlìzze (Alfa Music), raccontando canzone per canzone il senso della sua ricerca musicale, stilistica e storiografica, e rispolverando in versione unplugged, insieme con la sua band, i brani più rappresentativi del disco. Una favola locale, quella dei Terrazzani, che ha radici ben salde nella storia del Tavoliere di Foggia e che, attraverso la musica e il dialetto, torna a rivivere il presente, raccontando l’identità di una terra e della sua gente. A conversare con Gianni Pellegrini, la lettrice e autrice Pina Dota. Introduzione a cura di Michele Trecca. L’appuntamento di lunedì 29 dicembre infine, tra musica e parole, vuole essere anche un modo, da parte della libreria, per festeggiare con i suoi lettori l’arrivo del 2015.

Ferlìzze (Alfa Music, 2014). Il “ferlizze”, seggiolino fatto di fusti secchi e intrecciati, è un oggetto umile che in questo album diviene simbolo di una etnia foggiana, il terrazzano, che oggi non esiste quasi più. Personaggio anarcoide, esistito fino alla metà del Novecento circa, il terrazzano vive di raccolta e caccia, quasi mai sotto padrone, povero ma dignitoso, paziente e tenace. Questo lavoro discografico coglie e racconta in versi alcuni aspetti incredibili ed affascinanti di questa etnia, come la capacità di vivere fin quasi ai giorni nostri in maniera pressoché primitiva, sviluppando diverse tecniche di caccia, perlopiù a volatili, in particolare alle “taragnole” (allodole). Il terrazzano possedeva inoltre una vasta conoscenza di erbe selvatiche commestibili, un’ottima padronanza dell’equitazione e trascorreva l’intera esistenza a stretto contatto con la terra e la pianura del Tavoliere. Monogami, fedelissimi al coniuge, devoti alla Madonna (in particolare alla Madonna dei Sette veli di Foggia) a Sant’Anna protettrice delle partorienti, fieri di essere senza padrone, i terrazzani hanno vissuto legati a filo doppio alla terra fin quando il Tavoliere di Puglia è stato utilizzato a pascolo, conservando vaste zone paludose. Ma l’utilizzo successivo delle distese sterminate a coltura di grano e le bonifiche di epoca fascista, hanno dato uno scossone a questa etnia e ai suoi costumi, che con la Riforma agraria degli anni Cinquanta comincia il suo definitivo declino. Consumismo, globalizzazione, espansione urbana selvaggia hanno poi fatto il resto. Le storie di questo disco hanno spesso per protagonisti delle donne: la terrazzana è coraggiosa, fiera del suo uomo, selvaggia e sensuale, madre autoritaria e maschera tragica nell’abbandono di un figlio. Sulle sue spalle regge un mondo di sapienza e di accettazione del dolore e della fatica, ma anche un senso di continuità e di futuro, nell’immutabilità di una natura ostile e di una società che tiene ai margini la sua etnia, giudicandola l’ultimo anello della società. Un proverbio capovolto recita a Foggia: “I ferlizze annanze, e i segge arret”, ossia “che scandalo: i (seggiolini) poveri davanti e dietro le sedie (buone)”. Ma in realtà il proverbio correttamente pronunciato è metafora del terrazzano stesso: “i segge annanze, i ferlizze arret”, ossia “ le persone per bene prima; i poveri, invece all’ultimo”. Importante il lavoro sulla lingua, la quale recupera termini antichi, non più frequentemente in uso nel dialetto attuale (alcuni esempi: sciaraballe, perazze, lampazze, bufe, schernuzze, jummenda, pellidre; rispettivamente carro di campagna, pero selvatico, lampazzi, rospo, lucciola, cavallo, puledro). Il linguaggio musicale è vario ed esplora una grande quantità di repertori: dalla canzone d’autore al pop, dal rock alla pizzica perché non si vuole, qui, riprodurre filologicamente la tradizione musicale locale ma piuttosto presentare in un linguaggio moderno una favola antica.


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