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Foggia, la mafia innominabile

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A novembre, tre bombe squarciano il velo di una criminalità violenta e organizzata, padrona del territorio, di cui in Italia non si parla. Eppure uccide, ricatta e taglieggia. Con i metodi dei clan più feroci.

 

Il terrore ha una data: 17 novembre 2014. Prima bomba. Ne scoppiano altre due, il 18 e il 22. Sempre in centro, sempre contro commercianti, sempre racket. Roma­no, che vende parati e parquet; una pizzeria in allestimento; la Pasticceria del Carmine. Cinque giorni che chiudono oltre vent’anni di finto silenzio. Foggia scopre ora le sue paure, le nascondeva dal 1990, quando fu ucciso Ni­cola Giuffrida. Non voleva pagare, come non aveva pagato due miliardi di lire Giovanni Panunzio, altro costruttore, ammazzato nel 1994. Un anno dopo, tocca a un funzionario dello Stato che sventava evasioni fiscali per grosse cifre, quel Francesco Marcone, medaglia d’oro al valor civile, definito l’eroe borghe­se del Sud che aveva appena denunciato una malavita in abito grigio: tasse, compravendi­te illegale di terreni e case, affari sporchi, c’era una cricca tra Ufficio imposte, Registro, Demanio. «Date a noi i soldi, sappiamo come mettere le carte a posto». Ma non si è mai saputo chi l’abbia eliminato. «Un giro impe­netrabile» dice la figlia. Forse Mafia Capitala non è stata la prima nel suo genere. L’edilizia disordinata ha coperto di danaro i mafiosi e gli imprenditori più disinvolti a Foggia, stretti in un solo patto: io ti proteggo, tu mi paghi. Regola che solo un anno fa la Società Foggiana ha ricordato ad altri due costruttori: Marco Insalata e Arturo Zam­marano, 6 e 4 colpi di calibro 21 sulle portiere delle auto. Interrogati, hanno negato ogni minaccia. Due capitoli subito chiusi. Il racket si è dedicato quindi ai negozi: ma dal 17 no­vembre niente è stato come prima. La ribel­lione dei ciclamini è stata la prima reazione. Maria Cristina Cucci, 34 anni, ha una società che organizza eventi, «sposata con un pazzo» ride lei, presidente del Fronte antiracket. Fa mettere davanti ai negozi i fiori lillà, forse perché rimangono allegri e fieri, non si piegano nel più cupo degli inverni. La Cucci fece arrestare il suo estorsore, ha convinto altri 16 a denunciare, è collegata con Vittoria Vescera, dirigente del Fronte antiracket di Vieste, con 46 irriducibili, nello splendore di un borgo marino tartassato dal racket, isolato sul promontorio del Gargano, lontano da Fog­gia un’ora e 20 di guida veloce tra curve e panorami struggenti. «Vendo felicità, organizzo matrimoni. Passo poi da un mondo all’altro. Do coraggio a chi riceve minacce e ha paura. Presentiamo in gruppo le denunce a carabinieri e polizia, che ci aiutano molto». Qui pagano otto su dieci, confidano nel gruppo di Maria Cristina. Girano anche le cifre: 50 mila dopo il primo incendio, 25 mila per i negozi più importanti, poi rate mensili da mille o 500 euro. Foggia la tranquilla, lontana dagli affari levantini di Bari e dalla Sacra Corona Unita del Salento: quanti misteri nascondeva? Dopo le tre bombe, in cinque giorni il sindaco Franco Lendella dà l’allarme. «Il racket di Foggia è un’emergenza nazionale». Chi lo im­maginava? Il ministro dell’Interno Alfano promette una visita (poi rinviata), il protocol­lo Marcegaglia per chi denuncia e rinforzi. L’appello non ha sorpreso il capo della polizia Alessandro Pansa, che aveva inviato i detec­tive dello Sco, né il comandante interregiona­le Franco Mottola che in Campania schierò i suoi migliori carabinieri per realizzare il Mo­dello Caserta diretto dai procuratori antimafia Franco Roberti e Federico Cafiero de Raho. Sarà lo stesso anche per Foggia? L’impegno di tutti adesso è alto, modesti i mezzi. A volte paradossali. Dopo le raffiche di arresti, sono 745 i detenuti nelle carceri di Foggia, Lucera e San Severo. Svuotare le celle ha complicato i controlli dei 600 agli arresti domiciliari. So­no esauriti i braccialetti elettronici: solo 14 ne ha la questura, 39 i carabinieri. Devono veri­ficare casa per casa, sottraendo tempo alle indagini. Questo non ha impedito la cattura di tutti i capi dei 28 clan con 963 affiliati. La Mobile ha arrestato Giuseppe Pacilli, uno dei cento latitanti più pericolosi. Il comandante dei carabinieri Antonio Basilicata, prossimo generale, vigila con la rete più fitta: 57 stazio­ni, quattro compagnie, una tenenza a Vieste. Su questa provincia, la seconda d’Italia con settemila chilometri quadrati, l’attività inve­stigativa è affidata al colonnello Pasquale Del Gaudio, compito ad alto rischio di vendette, dalle gomme bucate alle auto in fiamme per chi indaga. II Reparto operativo ha comunque portato all’ergastolo Franco Li Bergolis, lati­tante a Foggia, ospite delle famiglie Franca­villa e Sinesi, uno dei primi trenta ricercati. Un contatto certo, quindi, tra la Società Fog­giana e la provincia più sanguinaria. I processi Medio Evo e Tre moschettieri, dopo le in­dagini dei carabinieri e dei Ros, si sono chiusi rispettivamente con otto e sei condanne. La violenza esplode in zone distanti e im­pervie: si uccide dopo i furti di bestiame negli anni Settanta. Cominciano i pastori. La faida di Monte Sant’Angelo conta trenta morti. Francesco Li Bergolis, O’ Carcaiuolo, cioè l’uomo delle cave, ucciso nel 2009, si oppone­va ai Romito di Manfredonia, perché avevano aiutato i carabinieri a sistemare una micro­spia. A quella rivelazione seguirono otto mor­ti. Nuovi affari: il contrabbando. I Li Bergolis scendono a mare alleati dei Romito. Bloccati i traffici di sigarette, la malavita passa a dro­ga ed estorsioni. Nel 1990 i primi omicidi. Fino a quello del’ 17 dicembre a Cerignola: viene ucciso Antonio Sorrenti, il venditore di auto che nel 2004, dieci anni prima, aveva reagito alla richiesta del pizzo uccidendo il boss del paese. «Violenza sempre sottovalu­tata. Si fa presto a dire faida. La faida è rassicurante: fa capire che sono i malavitosi a eliminarsi. Vieste è stata tartassata, la risposta giudiziaria solo da poco si avverte» rac­conta Vittoria Vescera, che tiene insieme il Fronte antiracket di Vieste, con Vito Turi e Giuseppe Nobiletti e altre due donne, Maria Ruggiero e Brigida Fabrizio, tutti giovani im­prenditori, uniti dallo sdegno e dal coraggio. Già, le donne. In una malavita feroce e in at­tesa di pentiti, collaborano Sabrina Campaniello, 34 anni, moglie incensurata di Emiliano Francavilla, arrestato dai carabinieri nel 2011. E Rosa Livia Di Fiore, passata per amore da un clan all’altro nella faida di San Nicandro. Osserva Vittoria Vescera, piccata: «Non solo faide. Non si può nascondere sopportare l’assalto alle imprese turistiche. Racket. Ma­fia. È successo di tutto, olio sporco nella pi­scina e un furgone rubato che viene prima incendiato e poi spinto contro un albergo per creare un rogo». Ne ha subìto i danni Giusep­pe Mascia, anziano presidente del Fronte, ancora scosso. Vittoria Vescera ha avuto in­vece la sua struttura al mare in fiamme e la sua auto bruciata dopo una manifestazione. Una mafia che avverte, prima degli attentati. Un cane impiccato alla porta. E dopo consi­glia, lasciando le scritte: «Mettiti a posto», oppure: «Sai dove andare». A Vieste, dopo il processo Medio Evo sono delusi. Nelle moti­vazioni il tribunale scrive che «le associazioni vanamente hanno tentato di influenzare». Reagiscono: «Noi scortavamo le vittime del racket, davamo coraggio». E la sentenza non riconosce l’aggravante del metodo mafioso. «Non si accetta la parola mafia» dice con rabbia Daniela Marcone, figlia di Francesco, l’eroe borghese, voce dell’associazione Libera a Foggia. «Per otto mesi non si mosse l’inda­gine sulla morte di mio padre. Ho lottato con tutte le mie forze. Povero papà, ha avuto solo medaglie d’oro, ma so chi l’ha ucciso e perché. C’era quel famoso giro in quegli uffici». Il prefetto, Luisa Latella, lascia Foggia per Catanzaro. Un’altra donna in prima linea. Dispiace a Daniela: «Un vero prefetto. Solo da poco le cose stanno cambiando, con gli sforzi di polizia e carabinieri in una città che ha voluto dimenticare e nascondere». Come in La mafia innominabile, ora libro-bandiera dei ragazzi di Vieste. Si legge: «La mafia non esisteva perché tutti negavano. Anche i ma­gistrati che se ne occupavano. Ma quella mafia c’è. Ammazzava e ammazza». L’ha scritto un magistrato, Domenico Seccia, che ha lasciato Lucera per Fermo, nelle Marche. Quel titolo dal 17 novembre, il giorno della bomba, fa male, Foggia lo subisce. Sembra tutto vero. La mafia innominabile.

Forze dell’ordine nella provincia
Questura con Squadra mobile in Sede e quattro commissariati: San Severo, Lucera, Manfredonia, Cerignola. Comando Provinciale dei carabinieri con reparto operativo, 7 compagnie, 1 tenenza (a Vieste), 57 stazioni

• Il tariffario
A Foggia paga 1 commerciante su 8. Dopo il primo. attentato, la richiesta è di 50 mila euro ai costruttori, 25 mila ai negozianti; Mensile da 1.000 a 500 euro al mese.

• La simbologia (Vieste)
All’ingresso di una struttura turistica, i clan hanno impiccato un cane. Sono apparse le scritte «Sai dove andare» e «Mettiti a posto». Gli omicidi delle faide hanno un rituale: l’ultimo colpo di fucile è al volto, così da impedire i funerali con la bara aperta.

• Le intimidazioni
Incendi. Negli alberghi di Vieste anche olio scuro nelle piscine o furgone in fiamme spinto contro il cancello. Colpi di pistola calibro 7.65 e 21. Kalashnikov. Fucili a canne mozze. Lupara bianca. Ammanettati torturati e uccisi gli imprenditori Giovanni e Martirio Piscopo (30 novembre 2010) ma fu esclusa la pista racket.

• Processi
Gli ultimi due procedimenti per estorsione (Medio Evo e Tre Moschettieri) sono finiti con 8 e 4 condanne, la più dura a 11 anni. Nel Medio Evo il tribunale non ha riconosciuto il carattere mafioso del reato di estorsione

Antonio Corbo

Venerdì
Repubblica
 


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